Giganti e naniEnzo Tortora e Bonafede sono le due facce opposte del trionfo della giustizia ingiusta

L’anniversario della morte del presentatore scomparso esattamente 32 anni fa e vittima del protagonismo di alcuni giudici coincide con la sfiducia presentata al Senato da Emma Bonino contro il ministro che ha manomesso i principi del giusto processo

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Il 18 maggio 1988 moriva Enzo Tortora. Fece in tempo, nell’ultimo anno di vita, a vedersi definitivamente riconosciuta l’innocenza dalla Cassazione, a vedere trionfare nelle urne il referendum per la responsabilità civile dei magistrati e a vederlo tradito, un mese prima di morire, dalla cosiddetta “legge Vassalli”.

Il suo caso ha rappresentato, per certi versi, un unicum nella storia giudiziaria italiana per la sproporzione tra la popolarità del personaggio – che metteva davanti alla tv oltre venti milioni di persone – e la piccolezza meschina e invidiosa della magistratura napoletana, che l’arresto di Tortora e il combattentismo anti-camorristico consegnò alla ribalta nazionale, dopo la stagione oscura del caso Cirillo, dell’intermediazione di Cutolo per la sua liberazione e degli appalti post-terremoto.

Tortora è stato in quel frangente vittima della sua stessa fama, del suo essere un boccone prelibato di una giustizia all’ingrosso, una giustizia mangia-uomini, quella delle maxi-inchieste e dei maxi-processi, in cui si entrava e usciva dai fascicoli di accusa e pure dalla galera semplicemente per omonimia e quindi anche, come nel suo caso, per fama.

Però alla fine Tortora è stato salvato dall’essere Tortora. Dalla capacità di suscitare, accanto a gelosie e pregiudizi crudeli fomentati dai suoi colleghi giornalisti, anche un sentimento di solidarietà popolare forte, fino a costruire una coalizione di uomini e di donne di buona volontà che attorno alla scandalo della sua innocenza sfigurata intravidero e iniziarono a denunciare lo scandalo di quella giustizia. Che aveva colpito lui, ma colpiva più duramente e irrimediabilmente chiunque meno forte e attrezzato di lui.

A distanza di trentadue anni, possiamo dire che il caso Tortora è stato vinto nelle aule dei tribunali, ma perso in quello dei parlamenti. E possiamo dire che la giustizia ha restituito a Tortora molto più di quello che gli ha riconosciuto la politica.

Trent’anni fa, la sua battaglia per la giustizia giusta era in grado di dividere l’opinione pubblica. La sua figura era capace di polarizzare uno scontro in cui le ragioni della giustizia avevano una forza culturale – magari avversata, ma riconosciuta – dove la logica dell’emergenza si presentava come una deroga dolorosa e necessaria, non come una nuova normalità finalmente emancipata da fisime garantistiche piccolo-borghesi e para-criminali.

Trent’anni dopo la rivoluzione culturale maoista della giustizia italiana può invece considerarsi compiuta. Gli unici dibattiti rilevanti in termini di potere e di consenso sembrano essere quelli che oppongono le due facce della stessa medaglia giustizialista: chi sta con Di Matteo e chi con Davigo; chi sta con Bonafede e chi sta con Morra, con il solito codazzo di magistrati fuori luogo a occupare tutte le caselle di potere a Via Arenula e nei ministeri, anche nella stagione in cui a farla da padrone sono i teorici di questa macabra giustizia popolare, che non riconosce innocenti, ma solo colpevoli che non sono stati scoperti.

Per le strane coincidenze che la storia riserva, l’anniversario della morte di Tortora quest’anno ricorre nel giorno in cui è stata presentata al Senato una mozione di sfiducia a Bonafede esattamente uguale e contraria a quella di Lega e Fratelli d’Italia, che è una sorta di sbobinatura del j’accuse di Di Matteo.

È una mozione che enumera i colpi inferti dal ministro Bonafede, in perfetta continuità tra i governi Conte I e Conte II, a un’idea civile della giustizia e denuncia la sua costante manomissione dei diritti dei cittadini e dei principi del giusto processo: abolizione della prescrizione, intercettazioni arbitrarie, processo penale “virtuale”, norme retroattive, violazione del principio della separazione dei poteri.

A presentarla è stata Emma Bonino, con un nutrito drappello di senatori di Forza Italia e del Gruppo Misto, che l’ha voluta idealmente intitolare “mozione Tortora”, come tributo al compagno di lotta politica, ma anche come segno visibile di differenza rispetto a chi non accusa Bonafede di avere sfigurato i principi di diritto e giustizia, ma di non averlo fatto abbastanza, di non averli abbastanza adeguati ai sacri valori del populismo giudiziario.

Il voto di mercoledì al Senato su questa mozione, che si è incuneata negli interstizi della guerra civile giustizialista, per scompaginarne i piani, potrà essere una conferma o una smentita di quella diagnosi pessimistica, che gli anni passati e le cose accadute dalla morte di Tortora portano razionalmente a formulare.

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