Consapevolezza I Paesi più ricchi d’Europa hanno capito quanto serve la forza lavoro straniera

Dopo decenni di retorica anti immigrazione, nel momento del bisogno, alcuni governi hanno fatto di tutto per non perdere la manodopera degli Stati comunitari più poveri. Addirittura la ministra dell’Agricoltura tedesca ha accolto alcuni lavoratori rumeni all’aeroporto con coniglietti di cioccolato

Afp

Una delle conseguenze della pandemia è di aver ricordato la centralità della manodopera straniera per le economie dell’Unione europea, specie in settori come l’agricoltura e il lavoro domestico. Come altri Stati del Vecchio continente, dopo decenni di retorica anti-immigrazione, anche l’Italia ha vissuto un’improvvisa epifania, scoprendo quasi stupita quanto la disponibilità di forza lavoro non italiana sia fondamentale per alcuni delicati comparti della propria economia. 

Per i cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, l’incertezza generata dall’emergenza, unita al lockdown imposto dal governo a marzo, ha prodotto una situazione caotica. Molti di loro, già in condizioni lavorative (salari, garanzie, permessi) precarie, sono stati licenziati, altri hanno scelto di ritornare in patria per assistere i propri cari e ad altri ancora è stato inizialmente impedito l’accesso al paese, dove convergono ogni anno per effettuare lavori stagionali. 

Certi comparti, come l’ortofrutta, si sono ritrovati di colpo pressoché privi della manodopera tradizionale, scatenando il panico tra molti produttori, spaventati dalla prospettiva di affrontare a organico ridotto l’imminente stagione della raccolta.

Molti imprenditori hanno così invocato misure straordinarie per sopperire a questa carenza imprevista, come un accordo ad hoc tra Italia e Romania, riconoscendo implicitamente che essa non fosse facilmente colmabile con l’assunzione di cittadini italiani – manodopera meno esperta, meno ricattabile, più esigente e più costosa.

Alcuni proprietari di aziende agricole sono arrivati ad affittare degli aerei per andare a prelevare i propri lavoratori stagionali rimasti bloccati in patria. Questo il contesto in cui è maturata, ad esempio, la sanatoria varata in fretta e furia dal governo italiano per regolarizzare una parte degli stranieri irregolari – circa 200 mila, secondo le stime.  

Avendo esposto in maniera così limpida parecchi degli squilibri che caratterizzano il trattamento economico e giuridico dei lavoratori non autoctoni, compresi quelli provenienti dal resto dell’Ue, l’emergenza coronavirus è diventata un’occasione per riflettere più lucidamente sul fenomeno migratorio e sul mercato del lavoro comunitario.

Come per altri temi (esempio, la mutualizzazione del debito a livello comunitario), anche in questo ambito buona parte delle opinioni pubbliche europee reclama vigorosamente un cambio di passo. 

In termini assoluti, l’Italia è il terzo paese in Europa per presenza di stranieri dopo Germania e Regno Unito. Tolti gli irregolari (stimati in circa 600 mila), i cittadini stranieri residenti sul territorio italiano sono 5.255.503 (8.7% della popolazione). Quasi la metà esatta di loro è arrivata da paesi europei (membri Ue e non) e oltre il 40% dall’Europa post-comunista, Balcani inclusi.

Difatti, è la Romania il paese di provenienza più importante. Il 22.97 per cento dell’intera popolazione straniera residente nel nostro paese ha la nazionalità di questo Stato balcanico, entrato nell’Ue nel 2007 assieme alla Bulgaria. Completano la top-ten Albania (8.39 per cento), Marocco (8.05 per cento), Cina (5.7 per cento), Ucraina (4.56 per cento), Filippine (3.2 per cento), India (3.01 per cento), Bangladesh (2.66 per cento), Moldova (2.45 per cento) ed Egitto (2.41 per cento). 

Comparate con la popolazione totale residente nel paese d’origine, alcune cifre risultano particolarmente significative. Per esempio, gli albanesi in Italia (441.027) sono circa un settimo del totale dei residenti nell’intera Albania (2.862.427). Una considerazione specifica riguarda la diaspora moldava (128.979 persone).

Poiché Romania e Moldova condividono numerose caratteristiche socio-culturali, in primis la lingua, dal 1991 ad oggi Bucarest ha concesso più di 220 mila passaporti a cittadini dello Stato limitrofo. Specie dopo l’entrata della Romania nel club comunitario, parecchi moldavi hanno trovato nella doppia cittadinanza l’occasione per trasferirsi liberamente negli Stati più ricchi dell’Ue, cui la Moldova non appartiene e non apparterrà per il prossimo futuro.

Anche in Italia, è quindi verosimile che molti individui registrati come romeni abbiano come prima cittadinanza quella moldava. Valutandola come un blocco unico, l’immigrazione romeno-moldava rappresenta quindi più di un quarto del totale dei residenti stranieri nel nostro paese. 

Sebbene quasi mai affrontate nell’opinione pubblica nostrana, sono svariate le conseguenze negative causate dalle mansioni sovente logoranti quanto poco tutelate svolte dai cittadini romeni e moldavi, specie nel settore dell’assistenza agli anziani.

A Iași, città romena al confine con la Moldova, ha da poco aperto una clinica specializzata nella cura della “sindrome Italia”, l’insieme delle patologie sviluppate dalle badanti dopo decenni di lavoro nello Stivale. Lilia Bicec, giornalista moldava reinventatasi badante in Italia, ha descritto le condizioni in cui vivono queste persone, costrette ad accudire i parenti degli altri mentre i loro crescono e invecchiano da soli a centinaia di km di distanza.   

L’Italia non è la sola a essersi resa improvvisamente conto, grazie al coronavirus, della funzione fondamentale che svolgono i tanto bistrattati migranti. Già il 30 marzo la Commissione europea inseriva gli stagionali nelle categorie di “lavoratori critici”, permettendo loro di muoversi tra gli Stati Ue.

Una necessità impellente, come emerso dalle mosse Germania e Austria. Pur avendo imposto limitazioni draconiane ai flussi in entrata durante l’epidemia, entrambi gli Stati hanno allestito ponti aerei per trasportare in patria decine di migliaia di cittadini stranieri (soprattutto da Romania e Bulgaria) e impiegarli, rispettivamente, come raccoglitori – soprattutto di asparagi – e lavoratori domestici. 

Il motivo di tanta urgenza è presto detto. Detratte le spese per l’alloggio, che è obbligato a sostenere, un lavoratore romeno in Germania guadagna circa 6 euro l’ora, quando il reddito minimo per legge sarebbe di 9.35 euro.

Anche per l’industria tedesca della carne vale una logica simile. Solo salari di questa entità possono permettere al sistema della grande distribuzione organizzata di garantire un prezzo finale basso al consumatore. Il fatto che a fine marzo la ministra dell’Agricoltura tedesca Julia Klöckne abbia addirittura accolto l’arrivo di alcuni lavoratori rumeni all’aeroporto di Francoforte con coniglietti di cioccolato è stato un segno eloquente dei tempi che corrono.

Da parte loro, le autorità di Bucarest stanno quindi cercando di capitalizzare il momento per spingere gli omologhi europei ad affrontare questi squilibri strutturali interni al mercato del lavoro comunitario, specialmente penalizzanti per i membri più poveri del blocco comunitario.   

E non solo: sotto i profili economico e demografico, l’Italia e i paesi orientali dell’Ue condividono infatti insospettabili affinità. Il corposo report sulla mobilità intra-Ue pubblicato lo scorso gennaio dalla Commissione europea dipinge una situazione paradossale per il nostro paese.

Stando ai dati più recenti (2018), l’Italia è l’unico Stato tra i 28 a figurare sia tra i primi cinque paesi per numero  di immigrati (assieme a Germania, Regno Unito, Spagna e Francia) che tra i primi cinque per numero di emigrati (con Romania, Polonia, Portogallo e Bulgaria).

Sebbene l’opinione pubblica tenda a discutere nettamente più spesso di immigrazione che di emigrazione, l’indagine Istat più recente ha fotografato una situazione fosca. Negli ultimi dieci anni circa 816 mila italiani si sono trasferiti all’estero, tre quarti dei quali con un livello di istruzione meno alto. Confrontando il 2018 con l’anno precedente emerge che se l’immigrazione è in calo (- 3.2%), l’emigrazione è in aumento (+1.2%). 

Un quadro coerente con i risultati di un sondaggio paneuropeo realizzato dallo European Council on Foreign Relations lo scorso anno in previsione delle elezioni europee. Da questa rilevazione era emerso che, mentre gli Stati dell’Europa settentrionale e occidentale erano preoccupati soprattutto dall’afflusso di popolazione esogena, i cittadini di Italia, Grecia, Spagna, Ungheria, Polonia e Romania erano più inquietati dal crescente esodo dei connazionali.

Secondo il sondaggio, in questi Stati più del 50% degli abitanti sarebbe favorevole a sbarrare temporaneamente le frontiere nazionali per impedire ai propri compatrioti di lasciare il paese. 

Un dato significativo, che potrebbe dare una connotazione inedita e sinistra a un’invocazione  (“chiudere i confini”) così insistentemente ripetuta dalle forze politiche sovraniste negli ultimi anni. 

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