Ugly deliciousBrutto ma buono: la pandemia e il desiderio di autenticità anche sui social network

È la fine dell’estetica del “piatto perfetto” su Instagram. E una rassicurazione per tutti: non dobbiamo per forza far sembrare attraente un pasto prima di consumarlo davanti a una scrivania

Il brutto avanza, ed è una fortuna. Se il trend dell’estetica dei piatti patinati, aveva già iniziato a esaurirsi da tempo, l’arrivo della pandemia ha sdoganato tutto quello che di imperfetto e reale c’è nel cibo, e di chi cucina genuinamente a casa. L’era dell’Instagram food è terminata. «La ricerca di quella perfezione è diventato un lavoro tedioso», ha scritto The Atlantic. E molti chef e ristoratori stanno andando in questa direzione. A San Francisco lo chef di Prairie, Anthony Strong, propone un menu innovativo, nel suo ristorante nel cuore della Mission: «Non mi interessano più quei piccoli post sul cibo», e tra le sue ricette ci sono piatti come il “pane distrutto”, di inspirazione italiana, e preparato con la pagnotta indurita del giorno prima e una cucchiaiata generosa di salsa di pomodoro. Una goduria per il palato, ma non necessariamente per i feed sui Social Media.

In America, durante la pandemia, sono nati dei gruppi su Facebook come Sad social distancing meal. Cibi in scatola, panini imbottiti con quel che si trova in dispensa, zuppe riscaldate al microonde. Pasti arrangiati e fotografati specchio del “cibo depressivo” in una fase di lockdown, ma condite da molte didascalie esilaranti. Una rassicurazione per tutti: non necessariamente dobbiamo più sforzarci di mostrare attraente un pasto consumato davanti alla scrivania. Anzi. Se la quarantena ci ha dato il diritto di apparire su Zoom struccati e spettinati, abbiamo ora l’opportunità di fotografare per come sono anche i piatti osceni che ci prepariamo in solitudine. «Accettare che a volte possiamo abbandonarci a una fase di “ugliness”, non produttiva, dove non scegliamo di essere la parte migliore di noi stessi, è terapeutico. Fate un respiro. Non dovete mettervi per forza a fare il pane», ha scritto Soleil Ho, critica della sezione cibo del San Francisco Chronicle.

Nella Bay Area, la compagnia Imperfect Foods, lavora da anni con le fattorie della zona per recuperare i prodotti, frutta e verdura, scartati dai supermercati perché “brutti”, per poi rivendere direttamente cassette di ingredienti freschi ai propri clienti online, con prezzi vantaggiosi. Questione di cosmetica, spiegano dalla compagnia. «Certi negozi e supermercati vogliono cibo che appaia bello e intonso nell’aspetto, e questo significa che non vogliono prodotti sgradevoli alla vista, come frutta e verdura sfregiata, o mandorle lievemente danneggiate dal passaggio naturale degli insetti, o mele macchiate per via di un inverno rigido. Per utilizzarli devono frullarli, oppure trasformarli in succhi di frutta. Altrimenti mandarli al macero».

La verità del cibo era al centro di No reservations, la serie dello chef Anthony Bourdain che ha inventato quel tipo di reportage su gusto e viaggi, dove dietro ai piatti non c’è nulla di “costruito” e la narrazione andava solo a colpire il cuore dei sapori, e di chi cucinava. Un cult, per chi ama il genere.

Secondo Alley Baker, responsabile di gestione e sviluppo di Af&Co, una delle aziende di pr legate all’industria del cibo più influenti in California, racconta che l’effetto patinato sta sbiadendo dai contenuti sui Social Media. «Stiamo notando una migrazione di post legati al cibo più autentici», dice Becker a Gastronomika. «C’è anche un passaggio verso post più sentimentali. Gli utenti sembrano volere interagire con contenuti trasparenti, più, “di cuore”. Per esempio messaggi e immagini di persone al lavoro nei ristoranti e al servizio delle comunità. Sono contenuti social che al momento stanno surclassando i meri scatti di “piatti perfetti”».     

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