In difesa di una grillinaCari ristoratori, la Castelli non ha detto che dovete cambiare lavoro

La viceministro dei Cinquestelle è stata oggetto di critiche da parte di (quasi) tutto il settore della ristorazione per le affermazioni rilasciate durante una trasmissione televisiva. Ma lei ha detto altro

Vincenzo PINTO / AFP

Per citare l’ironico titolo di due fortunate opere di Valerio Massimo Visintin, questo settore è sull’orlo di una crisi di nervi. Lo è da un bel po’, come il critico del Corriere della Sera aveva avvertito anni or sono, lo è viepiù ora, uscito da uno stop & go che sta mettendo a dura prova anche i più navigati tra i professionisti, ma anche tra i giornalisti o presunti tali di questo malandato settore.

Giornalisti che hanno dimenticato i fondamenti della professione e, anziché ricercare le fonti, in questo caso senza nessuna fatica, dal momento che ci sono le registrazioni del video, preferiscono alimentare una polemica sterile, forse anche un po’ strumentale, dando l’impressione che lo facciano a proprio uso e consumo. Ammettiamolo, critichiamo i politici che parlano alla pancia del popolo, ma parlare alla pancia dei ristoratori produce le stesse distorsioni ed è molto comodo per ergersi a paladini della categoria.

Ma andiamo con ordine. La Viceministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, ospite della trasmissione Post, rubrica di approfondimento del Tg2, ha affermato quanto segue:

«Questa crisi ha spostato la domanda e l’offerta. Le persone hanno cambiato il modo di vivere e bisogna tenerne conto. Bisogna aiutare le imprese e gli imprenditori creativi a muoversi sui nuovi business che sono nati in questo periodo, perché ce lo possiamo dire che sono cambiati. Sono processi di lungo periodo, certo, ma se una persona decide di non andare più a sedersi al ristorante bisogna aiutare l’imprenditore a fare magari un’altra attività e a non perdere l’occupazione, e va sostenuto anche nella sua creatività: magari ha visto che c’è un nuovo business che può affrontare. Io credo che negare il fatto che questa crisi abbia cambiato la domanda e l’offerta di questo paese, ma proprio in termini macro economici, sia un errore. Vanno aiutate le imprese. Sposteremo alcune scadenze come quella di settembre…».

Insomma, non c’è bisogno di fare l’esegesi del testo per capire che la fotografia, seppur impietosa, sia realistica. Questa crisi sta cambiando radicalmente il comportamento dei consumatori, quindi, bisogna correre ai ripari, ciascuno con le armi che ha: il Governo sostenendo le imprese, le imprese, in questo caso di ristorazione, ripensando il modello di business.

Cosa è successo, invece? Le parole della Castelli sono state sintetizzate in: “I ristoratori cambino mestiere!”.

Da qui, da un’interpretazione errata, l’effetto prodotto è stato un fiume di reazioni negative, alcune anche scomposte.

Reazioni che, se fanno parte di un dibattito politico, sono scorrette, ma comprensibili, perché parte di un gioco che siamo abituati a osservare su qualsiasi argomento.

Reazioni, invece, incomprensibili se vengono da opinionisti del settore che, prima di gettarsi nella mischia e accusare la Viceministro di lesa maestà, avrebbero dovuto contare fino a dieci e commentare con la giusta misura quelle parole.

Cosa che, in ossequio ai principi che regolano la nostra professione di giornalista e per il rispetto che abbiamo per l’intelligenza di molti addetti ai lavori della ristorazione, faremo noi.

Un esponente del governo dice pubblicamente ciò che tutti stiamo osservando da settimane: il modello di business finora conosciuto non è più attuale, si sta modificando. In effetti, a parte i primi giorni della quarantena, i ristoratori hanno cercato di reinventare le modalità di offerta, cercando di rispondere in modo creativo a una domanda che stava cambiando, rapidamente. All’inizio costretti dall’impossibilità di svolgere un normale servizio di ristorazione, successivamente per le difficoltà conseguenti a ciò che abbiamo tutti vissuto e che ci sta cambiando, sta cambiando abitudini, comportamenti, approccio all’alimentazione in casa e fuori.

Basti pensare come lo Smart Working ha modificato il panorama stesso delle città medio grandi, dove il momento della pausa pranzo ha rappresentato fino a marzo 2020 la grande vitalità del centro cittadino e il lavoro intenso e costante per tantissime attività di ristorazione.

Gli uffici, per ora, sono semi deserti, si lavora da casa, ergo si resta e si mangia a casa.

Andiamo avanti. Laura Castelli, fatta la premessa, immediatamente afferma: bisogna aiutare le imprese e gli imprenditori creativi a muoversi sui nuovi business che sono nati in questo periodo. Insomma, prima ancora di far notare che si è accorta anche lei che i ristoratori già si sono mossi, in modo creativo, dice chiaro e tondo che il Governo è pronto ad aiutarli anche in tal senso. Cosa significhi all’atto pratico non è tema di questo articolo, ma, certamente, la volontà di ascoltare le istanze, quelle nuove che stanno nascendo da questa crisi, e di sostenere il cambiamento, magari con impegni di spesa, magari migliorando le leggi che regolano il settore, le cose che deve fare un legislatore insomma, è evidente.

Nient’altro da aggiungere, vista la chiusura della dichiarazione: vanno aiutate le imprese.

Eppure, leggendo i lanci d’agenzia, sembra che la realtà sia rovesciata, che la Viceministro abbia insultato l’intero settore, con la rincorsa a darle addosso.

A pensar male il fatto che sia donna potrebbe aver accentuato l’indignazione di molti.

Per dovere di cronaca e perché abbiamo un grande rispetto di chi rappresenta il settore, registriamo anche un comunicato ufficiale dell’associazione di categoria degli Esercenti, la Fipe, che parla di «infelici dichiarazioni…che destano stupore e sconforto…».

Legittimo intervento, ma frutto anch’esso di un fraintendimento. La Viceministro non ha detto: il vostro lavoro è cambiato, fatene un altro. La Viceministro ha detto: “se una persona decide di non andare più a sedersi al ristorante bisogna aiutare l’imprenditore a fare magari un’altra attività e a non perdere l’occupazione, e va sostenuto anche nella sua creatività”. Per “altra attività”, seguendo il ragionamento complessivo, si evince che intendesse diversa o complementare a quella abituale, dunque, aggiungendo l’asporto, il delivery, altro.

Giusto che FIPE, in questa delicata fase, sottolinei a ogni occasione la urgente necessità di interventi di natura emergenziale, ma se un esponente del governo, riconoscendo i cambiamenti in atto, sta affermando che “vanno aiutate le imprese” a investire nei nuovi modelli di business, forse è il caso di sedersi al tavolo e ascoltare cosa propone, chiedendo al diretto interessato cosa intendesse dire, aspettando a unirsi al coro degli indignati.

Conforta, infine, registrare gli interventi di addetti ai lavori, come Giorgio Locatelli, il quale, forse perché lavora fuori dall’Italia, ha un approccio più distaccato e lucido e osserva, come riportano le agenzie, che «la viceministro è entrata a gamba tesa, ma un fondo di verità nelle sue parole c’è».

Aggiungiamo che la visione dovrebbe essere ancora più allargata, perché questo settore non soffre da oggi.

La bolla della ristorazione è sotto gli occhi degli osservatori più attenti da diverso tempo, non solo per l’autocompiacimento che fa vivere sopra le reali possibilità molti imprenditori, un difetto che alcuni sanno sfruttare bene a proprio vantaggio contribuendo a gonfiare oltre ogni limite il settore, salvo poi strapparsi le vesti per i numerosi fallimenti.

Peggio ancora, per non voler ammettere che se la ristorazione è sempre più nelle mire della criminalità organizzata, quale perfetto bancomat del riciclo, abbiamo un grosso problema etico e sociale, che dimostra che guardare il dito della Viceministro Castelli e non il proprio braccio porterà ancora più danni di quelli che stiamo vedendo oggi.

Insomma, cari colleghi giornalisti, una citazione in campo comico si addice a questo episodio: «È facile far ridere, basta dire merda».

Non pestiamola, ci rendiamo ridicoli.

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