ConsorziatiCon tutte quelle bollicine

Il punto della situazione e i numeri del Trentodoc, spumante di montagna che risponde alla crisi con una rinnovata attenzione al mondo virtuale e alla qualità dei prodotti, sempre più apprezzati anche all’estero

«Il 2019 è stato un anno importante per Trentodoc, che ha visto la crescita di tutti i numeri riferiti al comparto Trentodoc», ricorda Sabrina Schench, direttrice dell’Istituto Trentodoc. Poi è arrivato il Covid-19. Al crollo delle vendite nel settore Ho.Re.Ca. (-95 per cento) ha fatto eco il rispettoso silenzio per la tragedia in corso del marchio collettivo, che in tutto il mondo è sinonimo di bollicine di montagna. Ora che la morsa del virus sembra più lenta, si torna a guardare al futuro, tra degustazioni digitali che presto si rivolgeranno anche ai semplici appassionati.

I numeri dello spumante italiano

Per capire il fenomeno Trentodoc bisogna prima leggere le cifre della spumantistica italiana. Ismea stima che tra metodo classico e metodo Martinotti la produzione di spumanti italiani si attesta sui 5,7 milioni di ettolitri, che si traducono in 760 milioni di bottiglie. Se Prosecco Doc fa da traino all’intero mercato, tra le etichette di metodo classico Franciacorta guida con 130 mila ettolitri, mentre la spumantistica trentina nel 2019 ha prodotto 80 mila ettolitri. Se le produzioni sono cresciute, Ismea ha messo in luce una flessione nei prezzi del Prosecco Doc a causa dell’abbondante produzione registrata nel 2018. Mentre per il Trento si è registrato un lieve spostamento verso l’alto delle cifre in cartellino di vendita.

Il 2019 di Trentodoc

Trentodoc è il marchio collettivo che in tutto il mondo è sinonimo di bollicine di montagna, cioè spumanti metodo classico di altissima qualità prodotti in Trentino. Al momento sono 55 i produttori che possono esibire questa denominazione sulle proprie bottiglie. L’ultimo ingresso in ordine di tempo è quello dell’Azienda Agricola Cantina Endrizzi Elio e F.lli, approvato a maggio 2020, mentre un nuovo brand ha fatto richiesta di ingresso in Trentodoc verso la fine del lockdown, mostrando coraggio e fiducia nei confronti dell’Istituto in un momento delicatissimo per l’economia del vino.

Su una superficie vitata di 10.000 ettari, la percentuale di uva base per spumante rappresentata da Trentodoc è dell’8 per cento. La produzione totale annua si aggira attorno ai 9 milioni di bottiglie, numero che aumenta di anno in anno. I produttori Trentodoc hanno chiuso l’ultimo anno con un +20 per cento rispetto al fatturato 2018. «Al momento è difficile prevedere quando i consumi si riassesteranno sui livelli precedenti – spiega Schench – ma vogliamo restare positivi». Durante il lockdown, al crollo dell’Ho.Re.Ca. ha risposto positivamente la GDO. Comprare spumante e vino al supermercato non è più un tabù. Inoltre, un sostegno interessante è arrivato dalle piattaforme online, canale che ora sta riducendo i suoi volumi di vendita per le bollicine di montagna, in seguito alla riapertura di ristoranti ed enoteche.

Il suono del silenzio

La crisi legata al Covid-19 ha innescato reazioni diverse in ogni settore. Se da un lato abbiamo assistito alle proteste dei ristoratori, i produttori alimentari hanno reagito ognuno in modo diverso. Durante una degustazione, descrivendo un calice di spumante Trentodoc, Roberto Anesi disse che, facendo attenzione era possibile ascoltare «il suono del silenzio», la materia prima di cui sono fatte anche le valli e le montagne. Trentodoc ha scelto questa strada durante il lockdown, anche per rispetto di quello che stava succedendo, per orientarsi poi verso i canali social, cercando di sostenere gli associati. «Siamo rimasti in silenzio per rispetto delle vittime e scelto i social per comunicare, attivando nuove rubriche e dando spazio agli associati, come #Trentodoclife, che riprende le storie delle singole cantine, durante le loro giornate». Risultati? Spumeggianti. «Le interazioni nelle storie sono aumentate significativamente, grazie anche a #Trentodoctime, un’altra rubrica, che riprende questa volta i momenti a casa con Trentodoc dei nostri followers, cui siamo molto affezionati e che approfitto per ringraziare per averci seguito e per aver condiviso le loro immagini». Questo sarà anche il nome delle degustazioni che, da esclusiva per il B2B e professionisti del settore, verrà estesa ai consumatori, italiani e non.

Trentodoc: il metodo classico che piace agli americani

Gli appassionati di Trentodoc sono ovunque. Da quando l’Istituto ha iniziato ad attivare le sue strategie di promozione, le bottiglie vendute in Italia hanno preso a crescere costantemente. C’è la possibilità di aumentare ancora le vendite interne perché il Bel Paese non è un mercato saturo quando si parla di bollicine. Secondo i dati Ismesa i consumi interni di spumante hanno registrato un aumento complessivo di vendite pari al 6 per cento, oltre a un aumento di produzione pari a 760 milioni di bottiglie. Di queste i due terzi sono destinate al mercato estero, che per la prima volta ha superato i 4 milioni di ettolitri (+8%), a fronte di un +5% dei corrispettivi introiti, per un valore stimato di 3,3 miliardi di euro. In dieci anni gli spumanti italiani hanno più che raddoppiato l’export in volume, diventando il primo fornitore mondiale di bollicine. Si stenta ancora sul valore delle bottiglie: nonostante gli incassi siano triplicati, la forza ed il valore dello Champagne lasciano la Francia saldamente al comando della graduatoria mondiale.

Il traino delle bollicine made in Italy resta il Prosecco, che rappresenta il 65 per cento dell’intera quota export di spumanti, con una crescita del 21 per cento. Ma se molti produttori vedono in questo fenomeno una debolezza del sistema, a Trentodoc non la pensano così. «Insieme agli altri vini categoria spumante in Italia rappresentiamo una fetta di Made in Italy importante e pensiamo che ognuno abbia portato il proprio contributo nel diffondere l’idea che anche in Italia si producono bollicine».

Il primo Paese di destinazione per gli spumanti italiani resta gli Stati Uniti (+14 per cento, per una spesa in crescita pari al 12 per cento; dati Ismea). Nel Regno Unito il flusso di bollicine tricolore resta stabile, ma gli introiti sono diminuiti del 10 per cento. In decisa flessione invece è la Germania, mentre la Francia ha aumentato la sua domanda di Prosecco del 28 per cento. Questo prodotto rappresenta l’80 per cento dell’intero export di spumanti italiani alla volta del Paese dello Champagne.

Per Trentodoc il mercato estero registra una crescita media annua compresa tra il 7 e il 10 per cento. New York e alcune delle più importanti città statunitensi sono il fulcro delle esportazioni del marchio, anche se il consumatore americano non comprende ancora con esattezza la differenza tra il metodo Martinotti e il metodo classico. Ma Trentodoc non è solo un nome su una bottiglia. «È sinonimo di italianità, di eccellenza, qualità, artigianalità e montagna. È un richiamo allo stile, ma anche al cibo italiano». Il 20 per cento della produzione totale di bollicine di montagna lasciano l’Italia per gli Stati Uniti e, anche se la crescita qui non è vertiginosa come in patria, i numeri aumentano in modo costante.

Il futuro di Trentodoc

Al momento nelle stanze di Palazzo Roccabruna, a Trento, le degustazioni sono ripartite, con orari limitati al pomeriggio, dalle 17 alle 22. Oltre a centellinare i numeri, il team Trentodoc guarda al meteo, «che sta facendo le bizze». Il rischio è alto, c’è tanto in gioco. Non preoccupa invece la questione stagionali per la Vendemmia 2020. Ci sono anche tanti progetti per il futuro, tra cui aprire le degustazioni digital ai consumatori. La missione resta la stessa: continuare ad innalzare la percezione del Trentodoc come metodo classico di elevata qualità.

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