Tonno in scatolaIl Pd deve approfittare della crisi dei Cinquestelle per de-grillinizzare il governo

Dopo la doppia batosta subita alle elezioni regionali e amministrative, il Movimento ha esaurito la sua spinta politica. Ora restano solo gli alti numeri in Parlamento. Zingaretti ha il dovere di instaurare un discorso nuovo con forze esterne alla maggioranza come Azione e +Europa, e magari anche Forza Italia

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Le correzioni di alcuni punti dei famigerati decreti Salvini apportate dal Governo a un anno dal suo insediamento e undici mesi dopo il proclama di Nicola Zingaretti («Certo che li cambieremo», Bologna, 17 novembre 2019) segnala un dato politico: è il primo effetto concreto della terribile crisi che sta investendo il Movimento Cinque Stelle.

Fino a che il partito di Vito Crimi si è sentito – ed effettivamente era – politicamente forte, i decreti Salvini erano risultati intoccabili, e persino adesso la residua forza contrattuale dei grillini impedisce un loro chiaro e completo superamento.

La morale della favola è fin troppo semplice: più il Movimento è debole, meglio è per il Paese, per la sua legislazione, per la sua presentabilità democratica.

Di fatto, la vicenda dice quanto abbia ragione chi sostiene che i grillini siano l’ultimo bastione della linea “culturale” della Lega, l’avamposto politico del populismo in versione reazionaria: le due destre, insomma, di cui si discettava anche nelle riunioni del Partito democratico prima dell’abbraccio di governo all’ombra del continuismo contiano.

Ora, per ragioni varie e complesse che non possono essere riportate solo alla “tranquilla caparbietà” del Nazareno, il peso specifico del Movimento si è molto ridotto. È un partito che prende percentuali ridicole nelle città, cioè proprio laddove “nasce” il consenso politico, e che appare squassato al suo interno.

Si va verso i mitici Stati generali del 7 novembre: ma la coincidenza con l’anniversario della rivoluzione bolscevica non dovrebbe essere di buon auspicio, dato che è persino possibile una scissione fra i duri di Alessandro Di Battista – Davide Casaleggio e Luigi Di Maio, pronto a fare la ruota di scorta del Partito democratico pur di salvare dalle onde dell’insuccesso se stesso e i suoi amici naufraghi.

È vero, resta sempre il partito più numeroso in Parlamento, e tuttavia inevitabilmente costretto dalla sua crisi a seguire il corso delle cose più che a guidarlo.

Adesso la parola è ai dem. Perché in questo mutamento dei pesi all’interno della maggioranza dovrebbe risaltare il suo protagonismo con l’ambizione di spostare gli equilibri più in là possibile. È il Partito democratico, e segnatamente il tandem Roberto Gualtieri – Enzo Amendola, registi del Next Generation Eu, ad avere le chiavi del governo, ed è il segretario Zingaretti ad avere la bussola nelle sue mani per orientare il pallido Conte a seguire una certa rotta e non un’altra.

Non solo. Un governo a trazione “riformista”, pur nei limiti dati dalla situazione, dovrebbe avere l’intelligenza di instaurare un discorso nuovo con forze che sono fuori dalla maggioranza come Azione e +Europa. Un esecutivo de-grillinizzato insomma potrebbe persino essere in grado di aprire un rapporto non distruttivo con Forza Italia, o almeno con taluni suoi esponenti, approfondendo così una contraddizione in un centrodestra improvvisamente in cerca d’autore.

Un gran lavoro attende dunque Nicola Zingaretti. Ieri c’è stato un piccolo giallo su una sua dichiarazione poi molto ridimensionata dal suo staff: «Oggi avverto un po’ il peso e la fatica di un doppio ruolo (segretario e presidente della Regione Lazio, ndr), nelle prossime settimane vedremo e discuteremo come andare avanti». Un segno di stanchezza del sen fuggita? O solo un difetto comunicativo?

In ogni caso, è chiaro che se il Partito democratico si crogiolasse nel buon risultato delle amministrative (a livello nazionale la distanza col centrodestra resterà notevole fino a che non si schioderà dal 20 per cento) e rinunciasse a prendere le redini del governo, si ricadrebbe fatalmente nel tran tran contiano appeso ai ghiribizzi dei grillini, restando dentro quella stagnazione che il Paese anche con queste ultime votazioni ha chiesto di voler superare.

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