Cannibalismo Mangereste voi stessi in versione hamburger?

Le discussioni sulla bioetica della carne coltivata in laboratorio sono passate in secondo piano rispetto all’entusiasmo generato dalla possibilità di avere polpette senza uccidere animali. Una provocazione artistica ci pone davanti alla grande domanda: e se le cellule iniziali fossero umane? Avremmo comunque voglia di mangiarci?

Carne umana, da mangiare. Prima o poi ci dovevamo arrivare. Ma quel poi è oggi, e forse è davvero troppo presto. Abbiamo letto la notizia più volte, per essere sicuri che fosse autentica. Lo è.

Certo, è in un museo. Certo, è una provocazione artistica. Certo, non è a disposizione del mondo al supermercato. Ancora…

Ouroboros Steak, come ci spiega il New York Times, è un kit per la coltivazione di bistecche “gourmet” partendo dalle proprie cellule. Si presenta come un kit base di strumenti, ingredienti e istruzioni che consentono a chi lo usa di generare mini bistecche dalle proprie cellule. Dischi simili a hamburger prodotti da cellule umane. Per il nutrimento umano.

Ottenendo così della vera carne, ma senza causare danni agli animali. Magari causando un problema etico di dimensioni mondiali, ma tant’è. Eppure, alla sua prima apparizione, un anno fa alla mostra Designs for Different Futures al Philadelphia Museum of Art, questo progetto non aveva fatto molto parlare di sé.

Ma dopo l’esposizione quest’autunno a Londra, al Museo del Design, i progettisti Andrew Pelling, Orkan Telhan e Grace Knight sono stati inondati da critiche, persino da gravi minacce fisiche.

Ma sostengono che non abbiamo capito nulla: «È stata un’interpretazione errata, politicizzata in tutti i modi sbagliati, perché il cannibalismo è un argomento tabù», sostiene Orkan Telhan. E per fortuna lo è. O no?

Ma se non volevano ottenere questa reazione, perché dare al progetto il nome dell’antico simbolo di un serpente che si mangia la coda? La risposta è che questo progetto esamina, ma non promuove, l’auto-cannibalismo come interpretazione satirica della crescente domanda di prodotti a base di carne in tutto il mondo. Forse non siamo abbastanza ironici, in fondo.

Il tema, provocazioni a parte, è di grande attualità. La carne che non uccide animali, prodotta in laboratorio, è davvero “pulita”? È sostenibile? E come la mettiamo con la partenza del processo, visto che la maggior parte delle aziende fa molto affidamento per la coltura cellulare sul siero bovino fetale raccolto da vacche gravide?

Emissioni di carbonio e riduzione della biodiversità sono l’altra faccia della medaglia di un fenomeno che dobbiamo comunque affrontare criticamente. Per non parlare del fronte economico: gli investimenti nell’agricoltura cellulare sono aumentati a un ritmo notevole negli ultimi anni, con prevedibili risvolti del mondo della finanza, che sta già riversando milioni in questo business che si prospetta miliardario sul lungo periodo.

Naturalmente, non tutti si sono solo lamentati. Telhan ha ricevuto anche un numero significativo di richieste da parte di persone comuni, interessate all’acquisto di un kit per coltivare carne dalle proprie cellule, che per fortuna non è in vendita. Hannibal Lecter ha fatto scuola, e forse c’entra anche una buona dose di egocentrismo: i temi che si intrecciano sono innumerevoli, per vari risvolti anche dal punto di vista psicologico.

Naturalmente anche alcune aziende e venture capitalist si sono mossi per investire in Ouroboros Steak. Per il momento, tuttavia, non si prevede di portare sul mercato la carne prodotta da cellule umane. Per il momento.

«Questo progetto è provocatorio, forse troppo provocatorio», hanno spiegato gli ideatori. «Ma è anche una dimostrazione di quanto entusiasmo provochi la carne coltivata».

L’esigenza insopprimibile di mangiare carne a qualunque costo vale dunque anche quando la carne sarà la nostra?

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