Spiriti del focolareCucinare era l’altra ribalta di Giulietta Masina

Cuoca sopraffina, capace di organizzare una cena per decine di invitati in pochi minuti, “punita” dal marito con pasti magri per i personaggi che interpretava sul grande schermo: a 100 anni dalla sua nascita, ecco un ritratto della sempiterna attrice in cucina

Se Federico Fellini adorava mangiare, disegnare sui tovaglioli dei ristoranti e decidere il menu a casa, era Giulietta Masina la regista ai fornelli. Minuta eppure dotata di grande magnetismo, l’attrice e moglie del regista romagnolo padroneggiava sfoglia, pentole e ricette della tradizione. Se c’erano troppi ospiti sopraggiunti prima di lui, Fellini faceva marcia indietro e andava al ristorante, ma lei lo riportava indietro, ingolosendolo con pasta e fagioli alla romana o una ciambella. Nata il 22 febbraio, a cento anni dalla sua venuta al mondo, ecco quali acrobazie circensi Giulietta Masina ha eseguito nel film gastronomico della sua vita.

Secondo Gianfranco Angelucci, il più importante studioso italiano di Federico Fellini, Giulietta Masina era una bravissima cuoca, ma anche un vero angelo del focolare. Emiliana, estroversa, le piaceva la gente, il che si traduceva in inviti a pranzo. «Lei e Fellini si erano sposati nel 1943, in piena guerra. Masina aveva preparato il banchetto di nozze stando in piedi tutta la notte con la sua tata, dimostrando che per lei il cibo era anche assunzione di responsabilità». All’attrice Angelucci ha anche dedicato il libro “Giulietta Masina” (Edizioni Sabinae – Centro sperimentale di Cinematografia), pubblicato in occasione del centenario.

Spesso preda di passioni carnali e amorazzi formosi, Federico tornava sempre da Giulietta, che usava anche i suoi piatti per attirarlo in casa. «Secondo Alberto Sordi era stata Giulietta Masina a portare Federico Fellini dai 40 chili al suo grande peso grazie al nutrimento amorevole e costante, ma anche reciproco. Il cibo ne era solo il simbolo più forte».

Come Angelucci scrive nel “Glossario Felliniano” (Avagliano), i piatti in cui l’attrice si esprimeva al meglio erano le polpette e la pasta e fagioli alla romana. «Sosteneva che il segreto consiste nella densità e che il cucchiaio di legno deve rimanere dritto in piedi nel tegame di terracotta; allora sì che la minestra è gustosa, si scioglie in bocca». Era molto brava anche col bollito e i dolci: faceva la ciambella romagnola, che permetteva al marito di consumare il rito finale: il bagno in un po’ di Cesanese a fine pasto. Niente nouvelle cuisine con Giulietta: c’era la cucina delle radici a tavola, quei sapori e quelle emozioni che Fellini ricordava della sua vita da ragazzo.

Masina era anche cintura nera di tagliatelle al ragù, che nella tradizione emiliana devono avere lo spessore del velo da sposa perché, bene intrise di ragù, possano sfaldarsi sulla lingua. Sapeva il fatto suo quando si trattava di preparare il pollo alla diavola o di moltiplicare i pani per gli ospiti. Infatti, non erano rare le telefonate di Fellini in cui le annunciava, alle 21, «Giuliettina non siamo in quattro stasera, ma quindici…». Lei seduceva gli invitati nella villa di Fregene, dove trascorrevano almeno sei mesi all’anno, e poco importa di quali acrobazie fosse capace in cucina: nessuno restava digiuno. Tra questi il drammaturgo e letterato Salvato Cappelli, un po’ innamorato di lei e mal sopportato da Fellini, non mancava un appuntamento.

A proposito di mal sopportazione, Giulietta era insofferente verso la capacità di suo marito di sporcarsi durante i pasti. Come ha raccontato Tonino Guerra in un’intervista, «Se Federico appoggiava la forchetta sul bordo del piatto di spaghetti, non si sa come ma un frammento di sugo schizzava sulla sua cravatta. Giulietta gridando buttava gli occhi fuori dalla testa. Ma arrivò anche qualcosa di peggio: Una mattina, mentre stiamo per uscire dal Bar Canova in Piazza del Popolo, un cameriere appoggia sul banco un cesto di rosette. Siamo pieni, non abbiamo per niente fame, ma la mortadella è il sapore della nostra infanzia. Ne compriamo una per due. Mentre cerca di spezzarla, un rettangolo di grasso vola in alto e cade sulla schiena di Fellini. Andiamo subito a casa sua per consegnare la giacca alla donna di servizio, ma troviamo Giulietta che subito grida: “Sei il primo uomo al mondo che si unge anche la schiena!”. Federico siede con aria mesta vicino a lei e dice sottovoce: “Però c’è sempre soddisfazione a essere primo”».

Secondo Enzo Latronico, giornalista e scrittore, autore del libro “Gli attori mangiano per finta” (Le Piccole Pagine), quando nei film Giulietta viene accostata al cibo, accade sempre per ragioni totalmente opposte rispetto all’idea che il regista ha del nutrirsi. Se in “Satyricon” il banchetto di Trimalcione è un’ode al consumo godereccio del cibo, ne “La Strada” l’esilità di Gelsomina e la storia del suo personaggio vanno di pari passo con un pasto povero. «Nel cinema il cibo è spesso un protagonista, che si porta via l’attore. Ma ciò non accade con quelli interpretati da Giulietta».

Un pentolino di minestra, una ciambella, il pane bagnato nel piatto di Zampanò, che le fa notare quanto bene si mangi con lui: con la sua attrice Fellini gioca più sul senso di tenerezza che sulla gola, senza però farne morire di fame i personaggi. Fellini rappresenta anche l’essere vestale di materna attenzione ne “La Strada”. «Gelsomina cerca di piantare qualcosa nel prataccio accanto al motofurgone di Zampanò, lui la ridicolizza, ma quel gesto rappresenta cibo, casa e fioritura insieme», spiega Angelucci. «Ancora: è Gelsomina a preparare il fuoco per riscaldare la minestra, legando insieme tre bastoncini su una fiamma». Non è forse questo che Giulietta, nella vita vera, faceva tutti i giorni in casa?

In “Le notti di Cabiria” Masina interpreta una giovane prostituta, a cui il cibo passa accanto: esce dai sacchi per essere donato ai senzatetto. In Ginger e Fred lei interpreta Amalia, una ballerina in là con gli anni. Il suo volto è maturo, ma continua a non ispirare pranzi sensuali. «Poco prima di andare in scena con Pippo (Marcello Mastroianni, ndr), c’è una pausa enorme, lunghissima, e i due si confessano delle cose, mangiando insieme un triste tramezzino», ricorda Latronico. Ma attorno a quel tramezzino ruota anche una confessione: quella di Pippo, alter ego di Fellini, che confessa che, senza di lei, c’è solo la pazzia. In fondo, una dichiarazione d’amore non ha bisogno di tavole imbandite. Basta un fazzoletto a terra per non sporcarsi e anche solo un “triste” tramezzino.

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