Diritto di asiloLe diverse posizioni dei Paesi Ue su come (non) accogliere i profughi dall’Afghanistan

La commissaria agli affari interni dell’UE, Ylva Johansson, ha spiegato che saranno previsti aiuti umanitari e missioni di pace. Mentre Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha proposto di creare i campi nei paesi confinanti con l’obiettivo di raccogliere i richiedenti, in attesa che venga accettata la domanda di ingresso

LaPresse

La ressa all’aeroporto di Kabul; il giovane Zaki Anwari, diciannovenne promessa del calcio, che cade dal Boeing americano appena decollato, rotola in cielo e poi si schianta a terra; le madri disperate che lanciano i loro figli al di là del filo spinato, scandiscono il racconto per immagini del dramma che l’Afghanistan sta vivendo da quando i talebani hanno iniziato la loro ripresa di potere. 

Un piano di conquista sanguinario, che stride con le parole del Mullah Abdul Ghani Baradar e che è iniziato ben prima del collasso della capitale, presa senza la minima opposizione. Nelle regioni più remote le ritorsioni e le violenze, che durano da mesi, hanno creato un numero spropositato di profughi che ha iniziato a dirigersi verso Kabul, nella speranza – vana – di trovare almeno lì una resistenza o una qualche sorta di protezione da parte degli americani o dei soldati della NATO, tutti invece in fuga, nella drammatica realtà dei fatti.

Si stima che negli ultimi 10 giorni circa 300mila afghani abbiano lasciato il paese, prevalentemente (il 90% del totale) via terra verso i vicini Pakistan, Uzbekistan, Tajikistan e Iran. Soprattutto a Teheran le autorità sono state ben felici di accogliere i rifugiati, perché arrivati a bordo di mezzi USA, tutti sequestrati e ora studiati fin nei minimi dettagli. Al di là delle questioni geopolitiche però, l’accoglienza è un dovere degli stati occidentali, come ricordato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. In un tweet del 17 agosto, il portoghese ha richiamato il mondo alla solidarietà e al supporto, ma, almeno per ora, il grido di aiuto che arrivava dal Palazzo di Vetro di New York è stato ascoltato solo parzialmente. 

Gli Stati Uniti non vogliono aiutare i richiedenti asilo: una situazione paradossale, vista la presenza militare americana per ben vent’anni su suolo afghano. Per ora, 2000 profughi sono stati “parcheggiati” in Uganda, in attesa che vengano compiute le verifiche per concedere il visto d’ingresso (verifiche che di solito impiegano 12-14 mesi per essere eseguite). Non solo: alcuni dei collaboratori dell’ambasciata americana a Kabul, quasi tutti interpreti, non sono stati considerati e sono ora in balìa dei talebani, che, come riporta la BBC, vanno di casa in casa a cercare chi collaborava con il vecchio governo o con le forze militari presenti nel paese. 

Al contrario, ci si aspettava un atteggiamento molto più aperto dal Canada progressista di Justin Trudeau e così è stato: verranno accolti nel paese gli afghani che hanno collaborato con l’ambasciata canadese e le loro famiglie, ma anche soggetti considerati a rischio come giornalisti, attivisti politici, donne, bambini, anziani, appartenenti alla comunità LGBTQ+.

In Europa invece, nonostante l’appello di Mario Draghi a una cooperazione strutturata, si procede ancora singolarmente, con tanta confusione e senza tener conto dell’estrema delicatezza della situazione. I paesi extra UE hanno già lanciato piani di accoglienza ad hoc: l’Albania, paese che trent’anni fa ha vissuto, dopo la caduta del comunismo, il dramma della fuga di centinaia di migliaia di suoi cittadini, diretti verso le coste italiane, ha annunciato di mantenere aperta la porta agli afghani, mentre il Regno Unito ha lanciato l’Afghan Relocation and Assistance Policy: un piano che permetterà l’ingresso a 20mila richiedenti asilo, che potranno entrare nel mercato del lavoro e accedere ai sussidi statali, potendo anche chiedere ricongiungimenti familiari.

Austria, Danimarca, Grecia, Belgio, Olanda e Germania hanno chiesto di non sospendere i rimpatri nemmeno durante la crisi (anche se Berlino, Bruxelles e Amsterdam hanno immediatamente cambiato idea, bloccandoli), nonostante organizzazioni come Human Rights Watch avessero già chiesto uno stop momentaneo. Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha rincarato la dose, proponendo la creazione di campi nei paesi confinanti con l’Afghanistan, con l’obiettivo di raccogliere i richiedenti asilo, in attesa che venga accettata o meno la domanda di ingresso su suolo europeo. Il presidente francese Macron ha espresso preoccupazione per il pericolo di una «ondata di immigrazione clandestina incontrollata» che potrebbe aumentare la presenza di fondamentalisti islamici su territorio europeo; la cancelliera tedesca Angela Merkel ha spiegato che secondo la Germania il Pakistan è la meta ideale dove poter intervenire per aiutare i profughi.

L’Italia invece ha già iniziato le operazioni di accoglienza dei collaboratori: 297 afghani sono arrivati all’aeroporto di Fiumicino venerdì, mentre il giorno prima, il premier Draghi ha ricevuto una telefonata da Vladimir Putin, che ha assicurato di voler trovare una soluzione. Proprio per questo, il 26 e il 27 agosto, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, sarà a Roma, per incontrare il premier e Luigi Di Maio. A livello politico, il problema, almeno per l’Italia, è che la linea dell’accoglienza e della cooperazione ipotizzata da Draghi e dalla ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, è osteggiata dai partner di governo della Lega, con Matteo Salvini che ha espresso a più riprese la stessa preoccupazione di Macron, nonostante abbia dichiarato di essere favorevole all’apertura di corridoi umanitari per donne e bambini.

Per le istituzioni europee, la volontà prevalente sembra essere quella dell’”assistenza a casa loro”. La commissaria agli affari interni dell’UE, Ylva Johansson, ha spiegato che saranno previsti aiuti umanitari e missioni di pace in Afghanistan e nei paesi confinanti, ma ha lasciato trasparire poco altro in ottica futura. 

Se si guardano i dati del periodo 2008-2020 pubblicati dall’ISPI, si evince che l’Europa ha un atteggiamento abbastanza diffidente nei confronti dei profughi afghani: delle 600mila richieste di asilo ricevute, quasi la metà, 290mila, sono state rifiutate. Un numero altissimo a cui vanno aggiunti i 70mila rimpatri. Un quadro abbastanza deprimente in cui l’Italia spicca in positivo, avendo accolto circa il 90% delle richieste arrivate. 

C’è poi una questione che non viene mai tenuta in considerazione quando si parla di richiedenti asilo per motivi umanitari: dove vogliono andare a vivere gli afghani?

La comunità afghana è abbastanza radicata in Turchia, dove è impiegata prevalentemente nel settore ricettivo e in quello edilizio, nonostante gli sforzi del governo di Reçep Tayyip Erdogan, che già prima dell’avanzata talebana aveva iniziato a espellere centinaia di afghani. La verità è che gran parte dei profughi non cerca di arrivare in Europa, ma prova a viaggiare verso Istanbul, una meta non troppo lontana, con una rotta accessibile ed economica.

La Turchia però è salda sul no: ha mantenuto aperta la sua ambasciata a Kabul e ha iniziato colloqui amichevoli con i talebani, mentre sta costruendo un muro lungo 295km al confine con l’Iran, con l’obiettivo di non far debordare migliaia di afghani nel proprio paese. Ancora una volta, dunque, dove ci si aspetta apertura c’è invece durezza, in un panorama sconfortante come quello di un paese mai realmente in pace, che oggi vive la sua ora più dura. Apparentemente abbandonato a sé stesso, salvo rare eccezioni.

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