La stangataPerché i rincari di luce e gas colpiranno le famiglie più povere (e freneranno la ripresa)

Le fasce con minori entrate economiche sono quelle su cui le bollette incidono maggiormente. Così come chi abita fuori dai centri delle città più grandi. Chi vive nei comuni più piccoli tende a essere meno occupato, spesso è pensionato, e sta più tempo in casa, in abitazioni singole che richiedono una spesa più alta

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Il termine stangata fa molto modernariato, che ormai in campo politico-economico in Italia vuol dire Prima Repubblica. Dagli anni ’70 in omaggio all’omonimo film con Robert Redford e Paul Newman è stato usato per battezzare in modo colorito e comprensibile ai più manovre aggiuntive, nuove tasse o aumento dei balzelli. E incrementi delle bollette, come quelli che stanno colpendo e colpiranno ancora più nel prossimo futuro i consumatori italiani ed europei. 

Il rincaro di gas ed elettricità ha causato il ritorno dell’inflazione, a lungo scomparsa, che in agosto ha toccato il 2%, livello che non veniva raggiunto dal 2013. 

Chi pagherà la stangata? A differenza degli incrementi delle tasse, che colpiscono soprattutto il ceto medio e medio-alto, perlomeno quella parte che faceva la dichiarazione dei redditi, l’aumento del 40% delle tariffe energetiche colpirà chi ha già subito maggiormente la crisi pandemica, la parte più povera del Paese. 

Le fasce con minori entrate economiche sono quelle su cui le bollette incidono maggiormente. Si tratta tipicamente di un tipo di spesa poco elastica, ovvero che non può cambiare significativamente al cambiare del reddito e soprattutto al mutare dei costi. Si potrà impostare un grado o due in meno prima di far scattare il riscaldamento, e si cercherà di fare una lavatrice in meno, si userà meno il forno, magari, ma non si può stare al buio. 

Stesso discorso per la benzina. Se si usa l’auto per lavoro non si può calibrare il suo consumo in base al prezzo. 

I numeri confermano questa evidenza. Le famiglie che fanno parte del 20% più ricco spendono complessivamente ben 4.064 euro ogni mese in media, ben 2860 in più di quelle che compongono il 20% più povero. Eppure la parte che va in elettricità, gas e altri combustibili cresce poco, da 91,7 a 126,5 euro, passando dalla fascia più indigente a quella più facoltosa.


Se tra un quintile di reddito all’altro i consumi crescono moltissimo (non meno del 23%), nel caso delle spese energetiche l’incremento è sempre molto più ridotto, inferiore al 5% o 10% per gli scaglioni più ricchi. 

Anche nel caso dei carburanti per l’auto gli aumenti sono più bassi di quelli che si rilevano nella spesa complessiva, tranne che nel passaggio dal primo al secondo quintile, quando spesso si va da chi non ha proprio l’auto a chi ne possiede una.

Non solo, la stangata colpisce in modo più che proporzionale anche chi abita fuori dai centri delle città più grandi e in particolare chi vive nei comuni più piccoli. Sono questi ultimi quelli che spendono di più per carburanti, 928 al mese a famiglia in media, 312 in più di chi abita nelle aree più centrali di Roma o Milano, e per l’energia, 859,4 euro contro 654.

Mentre a livello di spesa complessiva è il contrario: gli abitanti delle metropoli tendono a consumare di più. 

Anche in Italia si realizza da tempo una realtà comune in tutto l’Occidente: quelli che stanno nelle aree urbane hanno i redditi maggiori, gli stipendi più alti e il tenore di vita migliore, e più ci si allontana nelle aree rurali più le statistiche economiche peggiorano.

Il rincaro delle bollette tuttavia colpisce di più queste, sia per il discorso della bassa elasticità di questi consumi, sia perché chi abita in piccoli centri tende a essere meno occupato, spesso è pensionato, e sta più tempo in casa, in abitazioni singole che richiedono una spesa più alta, e non solo, generalmente usano molto di più l’automobile, da cui dipendono e di cui non possono fare a meno a differenza di chi abita nelle grandi città.

Discorsi simili si possono fare per le macro-aree. Chi vive nel Sud e nelle Isole naturalmente consuma di meno, avendo redditi più bassi che al Centro-Nord, e spende meno per l’energia e la benzina che per ogni altra cosa.

Se nel caso delle uscite totali parliamo di numeri del 19% (il Sud), e del 21,4% (le Isole) inferiori alla media nazionale, in quello delle spese per luce, gas, carburanti, la riduzione è decisamente inferiore.

Queste voci pesano di più nelle regioni più povere, come pesano di più nei Paesi europei con Prodotto interno lordo più basso. A Est si arriva a spendere per gas ed elettricità più del 6-7% del totale, anche il doppio che in alcuni Paesi dell’Ovest, fra cui l’Italia tra l’altro.

Si è parlato di un intervento pubblico per calmierare la stangata in arrivo. D’altronde non è più tabù intervenire anche pesantemente nell’economia (un altro segno di ritorno agli anni ‘70?). I tanti bonus dati a pioggia recentemente lo dimostrano.

In questo caso tuttavia l’utilità sarebbe decisamente superiore. I bonus, come quello al 110% per le ristrutturazioni di immobili, beneficiano soprattutto chi ha un patrimonio immobiliare, e non è il caso degli incapienti. Anzi, per loro è una misura regressiva. Come ancora più regressivo era il cashback, che al contrario premiava chi faceva più shopping. O il bonus vacanza che nonostante i requisiti Isee in ogni caso si rivolge a chi ha intenzione di pagare per un viaggio, non certo i più indigenti.

Sono in fondo perfettamente in linea con la tradizione del welfare italiano, che ha sempre preferito penultimi e terzultimi (per esempio i pensionati) ai veri ultimi. Aiutare chi è più in difficoltà a pagare la bolletta della luce, magari deviando temporaneamente delle risorse, ora appare prioritario rispetto ai bonus-spot. Sarebbe anche un modo per evitare alla nostra fragile ripresa di venire azzoppata da rincari che impedirebbero di spendere di più proprio coloro che hanno una propensione ai consumi più alta, i più poveri.