La risposta a Greta ThunbergNessun «bla bla bla» ma dobbiamo dare tempo alle imprese, dice Cingolani

Il ministro della Transizione ecologica spiega sulla Stampa: «È fuori di dubbio che se la svolta verde fosse stata semplice l’avremmo già fatta, e invece è una delle cose più complesse mai successe. Dobbiamo cambiare tutto molto in fretta, azzeccando i tempi e senza lasciare indietro nessuno»

(AP Photo/Luca Bruno)

«Il lavoro che abbiamo fatto è tutto il contrario del “bla bla bla”. A Milano è successo qualcosa di importante, con quattrocento ragazzi che hanno preso l’aereo e, per due giorni, hanno lavorato per produrre un documento di proposte. Il nostro impegno è portare questo testo alla Cop 26. È giusto che loro provochino, ed è nostro compito dare risposte».

Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani parla alla Stampa dopo la Youth for Climate. Qui «è successo qualcosa di eccezionale. Avevo aspettative enormi, sono state superate», dice.

La foto che lo raffigura a colloquio con Greta Thunberg ha fatto il giro del Web. Di cosa hanno parlato? «Di scienza», risponde il ministro. «È sotto attacco per i vaccini, ma per i movimenti ambientalisti è una priorità».

Ma sempre da Thunberg è arrivata la critica al «bla bla bla» della politica sulle questioni ambientali. «I giovani fanno un discorso molto corretto: quando saranno adulti, pagheranno il prezzo dei nostri errori», spiega Cingolani. «E quindi chiedono di sedersi al tavolo adesso, di essere rappresentati. Certo, la situazione è complessa. Parliamo tutti di transizione energetica e abbiamo la certezza che non è procrastinabile. Ma sappiamo che si tratta della più grande opportunità del secolo. Va trattata in strettissima connessione con la lotta alle diseguaglianze. Il G20 rappresenta l’80% dei gas climalteranti e oltre 4 miliardi di persone. E gli altri 3 miliardi? A loro non si può parlare di transizione come si fa in Italia o negli Stati Uniti. In questi giorni i delegati ci hanno bastonato, e avevano ragione: loro pagano conseguenze molto più alte delle nostre. Per loro, già oggi, il problema è la sopravvivenza».

Ecco perché «la Youth for Climate deve essere la prima di una lunga serie. Questo deve essere un percorso, non uno spot inutile», spiega. Ma non basta. «No, siamo in debito e in questi giorni è emersa la grande diseguaglianza globale. Prima del Covid avevamo promesso 100 miliardi all’anno, siamo arrivati a 60. Bisogna legare la transizione alla giustizia sociale, è ancora più difficile».

L’Italia darà un contributo di 420 milioni, «più o meno tutti i Paesi importanti stanno facendo grandi sforzi per incrementarlo. Proporrò di fare uno sforzo per avvicinarsi al raddoppio».

E poi ci sono le scelte audaci promesse dal premier Mario Draghi ai giovani. «Il Pnrr è assolutamente audace», risponde Cingolani. «Porteremo l’energia prodotta dalle rinnovabili oltre il 70%, stiamo spingendo per accelerare i permessi e abbiamo messo in cantiere grandissimi investimenti sull’economia circolare. Il punto è che l’ambizione non può fermarsi qui, bisogna riuscire a mettere a terra i risultati di queste azioni. Ma noi produciamo l’1% dei gas climalteranti, metterci a posto la coscienza non basta»

Certo, la transizione non è immediata. Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ieri ha detto che la transizione rischia di spegnere intere filiere della nostra industria. E anche Cingolani ammette: «È fuori di dubbio che se la svolta verde fosse stata semplice l’avremmo già fatta, e invece è una delle cose più complesse mai successe. Dobbiamo cambiare tutto molto in fretta, azzeccando i tempi e senza lasciare indietro nessuno. Devono consentirci di lavorare, stiamo crescendo a un tasso alto che va mantenuto. Ho parlato con Confindustria e i sindacati, tutti capiscono quanto sia importante mettere sul tavolo una road map condivisa, non possiamo essere ideologici e serve molta onestà sui numeri. Ma siamo alla prova del nove».

Ma nessun settore può essere escluso dalla stretta europea: «C’è un comparto automotive che è basato sulla combustione interna, e dovremo progressivamente abbandonarlo per passare all’elettrico e a combustioni alternative. Abbiamo 13 milioni di automobili euro zero e euro 1, la gente se le tiene perché non ha i soldi, se noi li portassimo sugli euro 6 l’impatto sarebbe enorme. Ci sono nove anni di tempo per fare il primo salto, poi altri venti. Cerchiamo di salvaguardare il lavoro e diamo modo alle filiere di riconvertirsi».

Il caro bollette, però, ci ha suonato la sveglia. «In realtà l’aumento dipende dal prezzo del gas. Il costo della Co2 pesa solo il 20%, facciamo attenzione a non confondere il nervosismo del mercato globale con il costo della transizione», precisa il ministro. «Certamente il giorno in cui avremo virato davvero sulle rinnovabili e ci sganceremo dal gas saremo più indipendenti dalle fluttuazioni. Ma ragionevolmente questo non succederà in 24 mesi».

Poi torna sul nucleare. A Torino Elon Musk ha rilanciato la necessità di tornare al nucleare. «In Italia c’è stato un referendum, non è possibile», dice Cingolani. «Invece la Francia, il Giappone, gli Stati Uniti e l’Inghilterra stanno studiando dei nuovi reattori. La tecnologia al momento non è matura ma tra 10 anni potremo guardare ai risultati di queste ricerche. Stanno investendo loro».