Gli effetti della pandemiaIl sottovalutato fenomeno delle imprese “zombie” in Italia

Nel 2020 oltre 20 miliardi di euro sono stati prestati a più di duecentomila aziende in crisi, prossime al fallimento, ma mantenute in vita per un periodo prolungato di tempo da parte dei creditori. Non in tutti casi si tratta di una scelta sbagliata. Anche perché alcune potrebbero attraversare una crisi solo temporanea, dovuta alla crisi economica. Al contrario, altre potrebbero vivere un crollo ormai definitivo

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C’è un dato che rappresenta perfettamente la singolarità della crisi economica causata dal Covid-19: in Italia, nel 2020, rispetto all’anno precedente, i fallimenti d’impresa sono crollati del 32%. Eppure, Istat ha svelato che, tra marzo e aprile 2020, 4 imprese su 10 hanno subìto un calo del fatturato del 50% e, fino al 4 maggio, il 45% delle aziende ha dovuto sospendere la propria attività. Com’è possibile che, in un contesto del genere, tra gennaio e settembre 2020, abbiano fallito novemila aziende in meno rispetto allo stesso periodo del 2019?

Se si pensa a tutte le risorse introdotte per aiutare le imprese, si può abbozzare una prima risposta. Alcuni dati aiuteranno a capire. Gli economisti Schivardi e Romano hanno approfondito il meccanismo della concessione del credito in Italia durante il 2020. Su un totale di oltre un milione di imprese analizzate, sono stati concessi prestiti per più di 115 miliardi di euro. A chi sono arrivati questi fondi? In buona parte, alle imprese safe, ossia a quelle sane prima e durante la pandemia.

Tuttavia emerge un dato allarmante: oltre 20 miliardi di euro sono stati prestati a più di duecentomila imprese individuate come zombie light e zombie.

Cosa sono le imprese zombie? Questo termine è usato per descrivere aziende in crisi che, però, vengono mantenute in vita per un periodo prolungato di tempo da parte dei creditori. Si tratta di aziende in avanzato stato di deterioramento. Per questo motivo vengono definite «zombie». Sono morti che camminano. Prossimi al fallimento e alla chiusura. Però, come gli zombie del cinema, continuano a vivere.

Chi mantiene in vita queste imprese? Principalmente, la letteratura fa riferimento alle banche e ai governi. Ma perché essi dovrebbero aiutare un’azienda in crisi? In primo luogo, non è detto che un’impresa in crisi non sia in qualche modo risanabile. In secondo luogo, le banche creditrici, quando si spingono oltre il naturale sostegno dato inizialmente a qualsiasi azienda in difficoltà, nell’auspicio che essa si riprenda, procrastinano il più in là possibile la svalutazione o la cancellazione del credito, e quindi l’accertamento di una perdita secca dai bilanci.

Anche i governi possono mobilitarsi al fine di sostenere un’impresa in crisi. Un’azienda può essere il simbolo di un Paese, può rappresentare una zona geografica o il fabbisogno di un’industria. Ma un’azienda significa anche occupazione e, quindi, consenso politico. Il caso cinese, da questo punto di vista, è esemplare. Nel 2016 il debito concesso dal governo alle imprese era giunto a quota 18 mila miliardi di dollari (169% del Pil). Il governo cinese adotta spesso politiche di sussidi, anche per le imprese inefficienti. Perché? Tre motivi: stabilizzare l’occupazione, promuovere la crescita economica e lo sviluppo industriale. Risultato finale? Imprese zombie. Persino qui!

La cronaca fornisce quotidianamente diversi esempi di imprese zombie nel nostro paese. Ogni riferimento ad Alitalia e Ilva, o anche a una banca come Monte dei Paschi di Siena, non è puramente casuale. Ma nel nostro paese c’è un problema ancora più spinoso: la struttura imprenditoriale italiana si basa su imprese di piccole dimensioni, in genere sottocapitalizzate e con una forte dipendenza dal debito bancario. Cosa accadrà a queste aziende quando il costo del denaro tornerà ad aumentare? La valutazione è difficile. In primis perché, essendo di piccole dimensioni, sono difficili da individuare. La letteratura, infatti, con riferimento all’Italia parla del rischio delle «zombie invisibili». La valutazione è difficile anche perché alcune aziende potrebbero attraversare una crisi solo temporanea, dovuta alla pandemia. Al contrario, altre potrebbero vivere un crollo ormai definitivo. Chi bisogna aiutare? Come? Perché?

È a questo punto che arriva in aiuto la tecnica economica. Un’impresa zombie è, prima di tutto, un’azienda in crisi. Se non risolve la crisi, l’impresa non riparte. È questo il tema fondamentale che manca all’appello del dibattito. Bisogna indagare sulla natura della crisi. È dovuta a una errata struttura finanziaria o a un investimento sbagliato dell’azienda? Allora si può intervenire, magari rimodulando la ristrutturazione del debito e favorendo la sostituzione dei finanziamenti a breve termine con finanziamenti a lungo termine. E se la crisi ha natura economica, ossia è dovuta a un calo della domanda e agli eccessivi costi di produzione? In questo caso occorrerà valutare se e come intervenire: si formula un piano di riconversione della produzione, si promuovono nuovi investimenti. 

Ma è così facile, per i creditori, mantenere in vita un’impresa in crisi? In teoria, no. In pratica, sì. In teoria, il denaro ha un costo. In pratica, oggi i tassi d’interesse sono bassissimi e, quindi, anche le imprese più inefficienti riescono a ottenere denaro e restituirlo. David Lynch, in un articolo su «The Washington Post», afferma che quasi una società americana quotata in borsa su cinque è zombie. Questa cifra è raddoppiata dal 2013. La causa individuata? Anni di tassi di interesse bassissimi che, certamente, hanno stimolato l’economia, ma hanno garantito le condizioni per la proliferazione degli zombie. Negli Usa, per dodici anni, il tasso effettivo sui fondi federali – ossia il tasso di prestito di riferimento della banca centrale – non è andato oltre il 2,5%. Parallelamente, le imprese hanno contratto più di 3 trilioni di dollari di nuovi debiti nei primi tre mesi del 2020. Quasi dieci volte di più rispetto ai tre mesi precedenti. Tutto ciò ha permesso e permetterà a molte imprese in crisi di sopravvivere. Non a caso, il numero di società che S&P Global ha valutato come “CCC” (vulnerabili) ha raggiunto il massimo storico di 256 a maggio 2020.