Innovare per crescere La necessaria legge sulla concorrenza e la competitività dei tassisti

Il Parlamento dovrà discutere le norme per garantire maggiore flessibilità nelle tariffe, svincolo del limite ai turni e l’eliminazione della distinzione tra categorie di operatori. Sono misure che in realtà aiuterebbero proprio gli operatori dei taxi, aumentando il volume di lavoro. La difesa degli interessi di alcuni ha indebolito il paese e rassegnato la speranza di futuro

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Dopo la campagna vaccinale, il Pnrr e gli europei di calcio, il Governo Draghi potrebbe portare a casa un’altra vittoria, nel 2022. Il disegno di legge concorrenza, presto in esame in Parlamento, potrebbe riaprire quella entusiasmante stagione di liberalizzazioni – magari anche in modo migliore – iniziata da un ministro com’è Pierluigi Bersani. Concessioni balneari e trasporto pubblico sono i due capitoli più caldi della proposta normativa. È ancora poco rispetto al groviglio di privilegi e monopoli che ingessano il paese. E soprattutto i propositi risultano generici. Siam quindi ottimisti – c’è Supermario a Palazzo Chigi! – eppure poco sereni, visto che la cultura corporativista di certi settori non dipende soltanto dagli addetti ai lavori. Ma anche dalla politica e dalla Pubblica amministrazione.

Ora spetta infatti al Parlamento e poi ai diversi ministeri intervenire in un iter che potrebbe essere rapido e lineare, quanto anche lungo e tortuoso. Il cuore della nostra democrazia parlamentare saprà dare un segno di vitalità? I tecnici ministeriali saranno capaci di trattenersi dal partorire regole che liberalizzano il mercato piuttosto che incrostarlo ulteriormente?

Per il momento non possiamo che spronare il Parlamento a evitare di cascare nella difesa dei privilegi per favorire la concorrenza e quindi il salto verso il futuro. Anche perché i privilegi hanno generato l’ovvio, e cioè impoverito le categorie che ne avrebbero dovuto beneficiare, imbalsamando così il Paese e negandogli di fare uno scatto in termini di competitività e innovazione. 

È un ragionamento ovvio per chi si affida al metodo sperimentale tipico del liberalismo. Lo è meno per chi abiura la concorrenza non comprendendone il beneficio.

Nei decenni passati il rifiuto del libero mercato poteva essere giustificato dallo scontro ideologico tra chi credeva che dall’eguaglianza si ricavasse il benessere e chi invece, più ragionevolmente, riteneva che, dal conflitto tra idee e modi di operare (in un contesto di regole), matura un percorso condiviso di crescita e progresso. Oggi quell’approccio anti competitivo è folle. I fatti dimostrano che la difesa degli interessi di alcuni (monopoli, oligopoli, eccetera), ha indebolito il paese e rassegnato la speranza di futuro. 

L’esempio, che ci fornisce il Governo Draghi, è quello dei taxi. Tema certamente non nuovo a chi vede nella ristrutturazione radicale del settore una sfida epocale per tutta l’economia. Cosa hanno ricavato i tassisti da tutti questi anni di guerra di posizione, trincerati in difesa di privilegi anti concorrenziali? Nulla. Al netto dei disagi arrecati a chi fruisce del servizio, nessuno ha avuto il coraggio di confrontarsi con le innovazioni che, a partire dagli Usa, l’intero settore nel mondo occidentale sta implementando. 

Così, se prima qualcuno, spinto dall’ideologia, poteva avere qualche sorta di compassione per la categoria, oggi anche i più ortodossi e nostalgici fanno i conti con i fatti, e chiedono di cambiare, liberalizzare per aprire all’innovazione, e per crescere economicamente.

In Italia, il trasporto pubblico urbano vale poco, 1,5 miliardi con solo 25mila addetti. Con una riforma conservativa, ma in grado di aprire il settore alla concorrenza, si arriverebbe a 5 miliardi con almeno 50mila occupati, a cui aggiungere l’indotto indiretto. Basterebbe davvero poco per avere davvero tanto. Per esempio una maggiore flessibilità nelle tariffe, lo svincolo del limite ai turni e l’eliminazione della distinzione tra categorie di operatori. E i primi a beneficiarne sarebbero proprio gli operatori dei taxi, ormai chiusi in quella ridotta ideologica, cui è rimasto solo un retrogusto anacronistico. 

L’innovazione può essere ostacolata, rallentata, ma non può essere fermata, soprattutto in un mercato globale. 

All’Italia – lunga, stretta, in deficit di infrastrutture, con i suoi piccoli comuni spesso di difficili da raggiungere, oppure con i dedali dei centri storici delle città metropolitane –  serve una svolta culturale in fatto di trasporti pubblici. Locali, extraurbani, cittadini. Come servizio pubblico con rilevanza economica, quello della mobilità può diventare un asset strategico. Per la competitività dell’intero Paese. Per l’attrattività agli investimenti stranieri. È giunto il momento che i tassisti si facciano protagonisti di questo cambiamento. Non avversari. Ne guadagnerebbero loro, quanto anche noi. Chissà però se Parlamento e ministeri lo capiranno.

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