Non nominare il nominativo invanoL’irresistibile (e inspiegabile) successo di problematico, differenziale e labiale

Una forma particolare di astrazione svaporante tipica dei nostri tempi è la tendenza a prolungare i vocaboli sostituendo ai sostantivi gli aggettivi (ri-sostantivati) che ne derivano. Lo dimostra il caso di tre parole: problema, differenza e labbra ormai deformate in modo scorretto dal linguaggio plastico dei mass media

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Beati i tempi in cui eravamo assillati dai problemi: oggi siamo vessati dalle problematiche. Nello slittamento semantico verso forme vieppiù evanescenti di astrazione, l’irresistibile successo di questa parola – attestata per la prima volta, con valore di sostantivo, nel 1950 – è un caso esemplare. 

Il Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro la definisce come «l’insieme dei problemi relativi a una determinata questione: problematica sindacalele problematiche della società contemporanea» o anche «la particolare impostazione dei problemi che è propria di una disciplina, di un movimento, di un pensatore, ecc.: la problematica filosofica, kantiana, strutturalista».

Accade tuttavia che a partire dal linguaggio tecnico-burocratico, e a cascata in quello di chi crede di darsi un tono elevato prendendo le distanze dal parlare ordinario, questo vocabolo prenda il posto del più ovvio – più appropriato, troppo comune – problema, transitato sostanzialmente indenne attraverso alcuni millenni di storia linguistica, dal greco antico al latino fino ai giorni nostri. E così abbiamo aziende che si impegnano a risolvere tempestivamente le eventuali problematiche riscontrate nei loro prodotti o servizi, residenti nelle strade della movida che scrivono ai giornali lamentando la problematica del rumore, amministratori di condominio che convocano assemblee per discutere le problematiche condominiali. E via problematicando.

Una forma particolare di astrazione svaporante è la tendenza a prolungare i vocaboli sostituendo ai sostantivi gli aggettivi (ri-sostantivati) che ne derivano. La parola sostantivo (a sua volta aggettivo sostantivato, da sostanza) designa ciò che nel discorso “può stare da sé”, a differenza dell’aggettivo che ha bisogno di appoggiarsi a un sostantivo (tra i due intercorre lo stesso rapporto che, nella filosofia aristotelico-scolastica, collega la substantia, in greco hypokéimenon, ciò che sta sotto, alla categoria della qualità, poiótes, ciò che inerisce a ciò che sta sotto). 

Senza il sostantivo, l’aggettivo non sta in piedi: casca. E nell’uso dell’aggettivo sostantivato, molto spesso, casca l’asino. 

Perché dire, per esempio, differenziale anziché differenza, come sentiamo (e leggiamo) ogni giorno quando nei notiziari economici ci viene spiegato che lo spread è il differenziale di rendimento tra il Btp italiano e il Bund tedesco», oppure quando il sindacalista di turno propugna la necessità di «ridurre i differenziali retributivi», non è solo un modo per complicare un po’ le cose: è un uso sbagliato.

Usato come sostantivo, il differenziale può essere (in meccanica) un «particolare rotismo epicicloidale a ruote coniche, nel quale la velocità angolare del membro conduttore, o leva, è uguale alla media della velocità delle due ruote condotte» (Treccani – un po’ difficile da assimilare, ma è un meccanismo presente in tutte le nostre automobili). O anche (in matematica) «la variazione infinitesimale della funzione rispetto a una variabile indipendente» (Wikipedia – anche qui, definizione per addetti ai lavori). Ma in un contesto economico il differenziale può essere soltanto la differenza, e a questa forma semplice e chiara, con la sola colpa di sembrare forse troppo dimessa, conviene attenersi.

Lo stesso discorso vale per un’altra paroletta di gran moda. Per indovinare che cosa si dicono due persone che confabulano di nascosto (sotto l’occhio implacabile e onnipresente di una delle tante trasmissioni televisive d’inchiesta) o quali orribili contumelie si sono scagliate i protagonisti di una rissa, dalle zuffe in parlamento alle sceneggiate nei campi di calcio, è tutto un invito a «guardare il labiale».

Non le labbra, povere labbra che ormai servono soltanto per scambiarsi i baci (e neppure più quelli, in tempo di Covid) o per fare le pubblicità dei rossetti – quando non per arricchire quei sadici chirurghi estetici che stampano sui visi delle loro vittime grotteschi ghigni pietrificati come quello di Jack Nicholson nei panni del Jocker.

E se pur va concesso che «guardare il labiale» può sottintendere “il movimento” (guardare il movimento delle labbra), resta indisponente la protervia di questo aggettivo usurpatore che ha espropriato il connesso sostantivo, e quando è accompagnato da beccheggianti tocchetti dell’indice – «guarda il mio labiale…» è degno delle peggiori pene corporali, al pari delle famigerate virgolette mimate con due dita per parte ai lati del viso.

Così come almeno un’ammenda, ma un’ammenda pesante, meriterebbe l’abuso del nominativo. Lontani ricordi personali: come aggettivo sostantivato (derivato da nome attraverso la mediazione del verbo nominare) il nominativo è il primo caso della declinazione latina, e il caso vuole che me ne imbattessi alla scuola media negli stessi mesi in cui cominciavo a frequentare lo stadio e prima di leggere la formazione delle squadre lo speaker annunciava «il nominativo dell’arbitro». Il nominativo, non il nome. E perché non l’accusativo, o il genitivo, che andava bene quando questo signore favoriva la squadra avversaria («è un figlio di…»), o anche il vocativo («arbitro, vaffan…»). Macché, il nominativo. Il burocratico, stucchevole nominativo che i risponditori automatici ci invitano a lasciare, onde essere richiamati (in genere, mai), e che i moduli (pardon: la modulistica) di aziende, enti e associazioni ci richiedono quando per le più svariate ragioni ci rivolgiamo a loro.

Ma le sanzioni non servono, non resta che rassegnarsi. Toccherà riscrivere il comandamento divino: «Non nominare il nominativo di Dio invano». E il passo shakespeariano: «Essere o non essere, questa è la problematica». Ma anche i versi cantautorali: «Ora il tuo labiale puoi spedirlo a un indirizzo nuovo«» (che nell’originale proseguiva: «e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro»: così vediamo se riconosci il differenziale).