Pechino è vicinaLibertà, stato di diritto e democrazia si misurano a Taipei

Cresce l’appetito cinese per Taiwan. Anche se Biden ha dichiarato che l’America la difenderà da eventuali attacchi, l’isola rischia di diventare la prossima Hong Kong e di rivelarsi un banco di prova per la volontà dell’Occidente di difendere i suoi valori di fronte all’espansionismo ideologico e militare del regime della Cina. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

LaPresse

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.
——————————————

Eredità della Guerra Fredda e sfida per il controllo dei microchip nel Ventunesimo secolo, grand strategy e dispute territoriali fino all’ultimo miglio marino, ideologie autoritarie sempre più sofisticate e stato di salute dei mercati globali: così come una tempesta concentrata su una sola regione è spesso il risultato di fenomeni atmosferici provenienti dai quattro punti cardinali, capita, a volte, che tutte le tensioni globali di un certo periodo storico si addensino in uno spazio limitato. Oggi lo snodo delle tensioni si chiama Taiwan; quello che succederà su quest’isola da ventitré milioni di abitanti nel cuore dell’Oceano Pacifico potrebbe mettere alla prova la capacità di reazione delle democrazie occidentali, e persino la direzione che il concetto di libertà intraprenderà nei prossimi decenni.

Taiwan, ironicamente, non è neanche un Paese a tutti gli effetti: nel 1945, dopo la sconfitta dell’Impero giapponese, i comunisti e i nazionalisti cinesi riprendono a combattersi, infrangendo l’improbabile alleanza stabilita per scacciare gli invasori di Tokyo. La guerra civile dura altri quattro anni e si chiude con la vittoria di Mao Zedong e del Partito comunista cinese; i sostenitori del partito nazionalista Kuomintang fuggono sull’isola di Taiwan e fondano la Repubblica di Cina, che per qualche tempo viene riconosciuta dalla comunità internazionale e occupa persino un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Poi, nel 1971, l’Onu prende finalmente atto della realtà: l’unica vera Cina ha come capitale Pechino, ed è guidata dal Partito comunista. All’improvviso Taiwan si ritrova in un limbo; è indipendente nella sostanza ma non nella forma, ha una sua moneta e un suo governo, ma viene riconosciuta da pochissime nazioni, e chi vuole aprire un’ambasciata a Taipei deve truccarla da “rappresentanza commerciale”. Per la Cina comunista Taiwan è solo una “provincia ribelle” da ricondurre prima o poi sotto il controllo della madrepatria, se necessario anche con l’uso della forza.

Per non alimentare i contrasti tra Cina e Taiwan, gli Stati Uniti adottano una posizione volutamente ambigua: nel 1979 riconoscono Pechino, ma mantengono forti relazioni informali con Taipei, la riforniscono di equipaggiamenti militari e si riservano di sostenerla in caso di aggressione. Nel frattempo Taiwan – che da spietata dittatura militare è diventata una democrazia multi-partitica – gioca un ruolo determinante nella crescita economica cinese, con investimenti diretti, iniezioni di capitali e scambi sempre più serrati: malgrado le cicliche fiammate di retorica nazionalista, i “cugini” cinesi e taiwanesi continuano a fare affari per decenni.

Fino a oggi.

Cosa sta succedendo? Le tensioni sotterranee si accumulano da tempo, ma la personalità e le visioni contrapposte di Xi Jinping e Tsai Ing-wen rischiano di incendiare le due sponde dello Stretto di Taiwan.

Xi Jinping è senza dubbio il leader cinese più potente dai tempi di Mao Zedong: dal 2012, anno in cui ascende al vertice della Repubblica popolare cinese dopo una stagione di tensioni interne e veleni, Xi ha avviato una campagna di epurazione delle correnti mascherata da lotta alla corruzione per fare piazza pulita di tutte le tendenze centrifughe interne al Partito. Figlio di uno dei dirigenti-eroi dell’era maoista, Xi Jinping è uno dei taizi, i “principi rossi”, l’aristocrazia del Partito comunista cinese che a Pechino è quasi titolata a governare per diritto naturale. Pur avendo vissuto sulla sua pelle le violente purghe della Rivoluzione Culturale, Xi Jinping sta applicando lo stesso culto della personalità e le stesse misure draconiane dalle quali dovrebbe rifuggire per storia personale e familiare. Dopo essersi attribuito la carica di capo delle forze armate con cinque anni di anticipo – infrangendo la prassi che riservava questa carica al presidente precedente per mantenere un equilibrio interno al Partito – Xi ha definitivamente rotto gli equilibri abrogando il vincolo dei due mandati, e spianandosi la strada per rimanere presidente a vita.

Marxista-leninista fino al midollo, e quindi esperto nella disciplina hegeliana di tesi-antitesi-sintesi, il presidente cinese è perfettamente consapevole del vizio strutturale intrinseco di un Paese la cui priorità consiste nel generare ricchezza a getto continuo attraverso il mercato, mantenendo però un regime politico autoritario. La ricetta di Xi Jinping per risolvere questa contraddizione consiste nel riaffermare la supremazia del Partito unico su tutti i corpi intermedi della società; da qui deriva la sua teoria politica fondata sul concetto di “Ringiovanimento della Nazione”, sintetizzata nel motto «Per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo mantenere la via cinese, per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo far avanzare lo spirito cinese, per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo consolidare il potere cinese».

Caduta Hong Kong, che col suo sistema ibrido adatto alle sperimentazioni politiche e alla circolazione delle idee somigliava sempre più a una cellula estranea piantata nel corpo del Dragone, a Xi Jinping rimane da risolvere il problema di Taiwan, e non solo per ragioni ideologiche: la Cina che intende diventare leader tecnologico globale entro il 2050 non può rinunciare all’isola che produce il 92 per cento dei microprocessori più avanzati del pianeta. Ed è così che la visione autoritaria di Xi Jinping entra in rotta di collisione con quella di Tsai Ing-wen, presidentessa di una nazione che esiste solo a metà: eletta a furor di popolo alle elezioni del 2016 con il Partito democratico progressista, Tsai è una professoressa di Diritto con un passato da negoziatrice al Wto e di ministro per i Rapporti con la Cina.

In uno spettro di valori politici all’occidentale Tsai si colloca nella famiglia dei progressisti, con un’attenzione speciale verso i gruppi più svantaggiati della società taiwanese. Favorevole alle libertà civili e primo leader asiatico ad aprire alle unioni gay – posizione che ha scatenato contro di lei le insinuazioni delle troll factories di Pechino – Tsai Ing-wen rigetta le proposte di riunificazione e di riavvicinamento alla Cina sulla base della formula “un Paese-due sistemi”, offrendo anzi asilo agli esuli di Hong Kong che proprio con questa formula si sono visti erodere le libertà di cui godevano, e sembra immune alle accuse di corruzione che hanno colpito i suoi predecessori.

Le implicazioni di un’eventuale caduta di Taiwan si snodano su talmente tanti livelli da spedire scosse telluriche sul sistema globale, e il convitato di pietra – ancora una volta – è Washington, già messa a dura prova dalla caduta di Kabul.

In un’intervista resa alla CNN il 21 ottobre scorso, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha dichiarato che l’America proteggerà Taiwan in caso di attacco cinese, distaccandosi di un altro passo dall’ambiguità strategica adottata tradizionalmente sulla questione. «Taiwan ha un ruolo di grande importanza nel network di alleati e partner dell’amministrazione Biden legati da visioni comuni sull’Indo-Pacifico», dice a Linkiesta Jessica Drun, non-resident fellow ed esperta di affari taiwanesi per Project 2049 Institute, think tank di Washington che produce studi su quel quadrante. «Penso che in questo momento l’Amministrazione Biden sia consapevole che il deterioramento delle relazioni nello Stretto di Taiwan è dovuto alle attività di Pechino, e stia adeguando le sue politiche di conseguenza».

Secondo Drun, è possibile che Pechino aumenti la pressione su Taiwan in vista del prossimo congresso del Partito comunista cinese – che si celebrerà nell’ottobre del 2022 – ma il vero obiettivo consisterà in un tentativo di pilotare le elezioni locali di Taiwan dello stesso anno, per assicurare la vittoria all’opposizione filo-cinese. Il 2022, in definitiva, potrebbe essere un anno cruciale per Taiwan, per tutto l’Indo-Pacifico e per le democrazie occidentali.

Per l’Occidente malconcio dell’epoca in cui i post virali diffusi dai social network possono mettere in crisi un’elezione, le consultazioni in una piccola isola che esiste solo a metà sono l’occasione per riaffermare i valori della libertà, della democrazia e dello Stato di diritto.

Linkiesta Magazine + New York Times World Review in edicola dal weekend a Milano e Roma e ordinabile qui.