«Gli ucraini ci stanno mandando un grido disperato, che è non soltanto “salvateci” ma qualcosa di più importante. Ci chiedono di salvare l’Occidente. Dobbiamo esser loro riconoscenti perché, in queste ore drammatiche, ci ricordano chi siamo, chi siamo stati e chi dovremmo essere». Pier Ferdinando Casini parteciperà sabato alla manifestazione fiorentina delle città europee a sostegno dell’Ucraina. Un’iniziativa, spiega a Repubblica, molto diversa dalle piazze pacifiste della scorsa domenica.
«Va respinto un pacifismo che mette tutti sullo stesso piano, falsifica le responsabilità e confonde la storia. Ascoltando certi slogan mi sembra di essere tornato alla mia giovinezza, quando una parte degli intellettuali e della sinistra diceva: né con lo Stato, né con le Br», spiega. «Il problema di questa guerra non è la Nato. Putin sa benissimo che la Nato non si sarebbe mai estesa all’Ucraina e alla Georgia. Quello che non può accettare è che ai suoi confini ci sia un Paese democratico. È la ragione per cui viene avvelenato Navalny, si chiude la bocca ai giornalisti liberi, si obbliga all’esilio chi si oppone al governo di Lukashenko. Non sono le armi della Nato che fanno paura a Putin ma il contagio della democrazia».
In Occidente è come se ci fossimo svegliati dopo un lungo sonno. Una reazione molto diversa rispetto a quando Putin si prese la Georgia e poi la Crimea. «È come se questa volta fosse suonata una sveglia», dice Casini. «Quando un ex presidente degli Stati Uniti come Trump, in quella che dovrebbe essere la Nazione guida, arriva a dire che Putin è “un genio”, si capisce che quello che non va bene siamo noi, non gli altri. Non siamo più in grado di distinguere il bene dal male. E soprattutto non abbiamo più il coraggio di chiamare le cose con il loro nome».
Ma «la politica avrebbe il dovere di spiegare», prosegue. «Quando Cossiga e Craxi decisero di installare gli euromissili in Italia, come risposta agli SS20 sovietici, ci furono manifestazioni enormi. Persino Giovanni Paolo II era contrario, il mondo cattolico era spaccato. Ma i leader di allora andarono avanti lo stesso e, anche grazie a quella scelta, ci diedero 30 anni di pace». E ora? «Prendiamo Salvini. È l’espressione di una politica che non esercita una leadership ma segue il vento dei social. Ma poi i social, vedi la vicenda della maglietta con la faccia di Putin, cambiano vento e ti si rivoltano contro. Guidare un Paese significa fare anche scelte impopolari».
Come inviare armi all’Ucraina? «Esatto, una scelta giusta, perché significa non lasciare soli i resistenti, non lasciare campo libero all’aggressore. Non fare come Chamberlain con Hitler».
E agli opinionisti che in questi giorni hanno detto che se inviamo armi agli ucraini la guerra durerà di più e aumenteranno le sofferenze per la popolazione civile, risponde: «Davanti a un popolo che resiste e chiede aiuto, questo è un discorso vile e omissivo, ripetuto da un pacifismo equivoco che è la ragione della nostra crisi di identità».
Eppure sia a destra che a sinistra sono in tanti a provare a spiegare, quando non a giustificare, le ragioni di Putin. «Non mi meraviglia questa solidarietà trasversale», risponde Casini. «Per una certa sinistra, minoritaria, si tratta di confermare i suoi paradigmi fondamentali, mentre a destra Putin trova consenso in quella destra che applaude i discorsi ignobili del patriarca di Mosca Kirill sui gay. Un consenso che include anche un certo cattolicesimo ultra-conservatore».
E a chi, come Landini, invoca Onu, la grande assente, dice: «Giusto, tutti vorremmo un mondo governato dal multilateralismo onusiano, ma purtroppo non è il mondo in cui viviamo. L’Onu non ha fatto nulla in Afghanistan, nulla in Yemen e non può fare nulla nemmeno in Ucraina, il primo a saperlo è il segretario generale Gutierrez. Oggi invocare l’Onu significa salvarsi l’anima a buon mercato».
Intanto, Berlusconi non si è sentito. Il Cavaliere «è dalla parte dell’Occidente», dice Casini, «ma aveva creduto nello spirito di Pratica di mare. Era un sogno giusto, smentito dai fatti. Quello di Berlusconi è il silenzio di un leader che prende atto della realtà».
Come ne usciremo? «Con le sanzioni e la diplomazia, che deve trovare una way out. Dimostrando però di aver imparato la lezione: Putin è differente da noi, non dobbiamo più farci ingannare».