Anti temporalismoPerché non ha senso paragonare Papa Francesco ai pacifisti cripto-putiniani

Il neutralismo del Pontefice non è un’ecumenica o ipocrita equidistanza tra aggressori e aggrediti, ma una scelta strategica per evitare che la Chiesa Cattolica sia strumentalizzata e offra sponde all’etno-nazionalismo politico-religioso. Seppur nell’oltranzismo pacifista, la sua è una difesa religiosa della società aperta e del mondo globalizzato

LaPresse

Le posizioni di Papa Francesco sulla guerra all’Ucraina hanno suscitato dubbi e anche sgomento tra gli aggrediti, ma rimane sbagliato accomunarlo ai pacifisti cripto-putiniani nascosti dietro il suo talare ed eleggerlo, come essi vorrebbero, a patrono universale del neutralismo politico. 

Ridurre la sua figura e il suo messaggio a quelli di un padre Zanotelli più alto in grado e, come il padre comboniano, persuaso che la guerra, anzi ogni guerra, sia solo un prodotto dell’infamia dell’Occidente liberal-capitalistico e abbia come unico rimedio una sorta di comunismo evangelico, è fare un’operazione uguale e contraria a quella di quanti, dopo la sua elezione, denunciarono da posizioni iper-tradizionaliste che un antipapa ateo e comunista aveva usurpato il soglio di Pietro. E questi vedovi del ratzingerismo immaginario sono gli stessi – ironia della storia – che oggi plaudono al rifiuto di Francesco di rompere con l’osceno contoterzista del cesaropapismo putiniano, il patriarca ortodosso di Mosca Cirillo, e con sua teoria della guerra santa anti-relativista e anti-omosessuale.

Bisognerebbe insomma evitare di fare coincidere la realtà storica del pontificato di Francesco con l’immagine prodotta dalle fantasie e dai timori dei suoi più interessati seguaci e spregiatori. 

È più ragionevole e più laico interpretare il fenomeno Bergoglio, anche dal punto di vista teologico-politico, come una manifestazione della trasformazione della Chiesa universale e della sua geografia morale e materiale e leggere la sua ostinata contrarietà a patrocinare, in questa guerra, la parte giusta contro quella sbagliata, non come un’ecumenica o ipocrita equidistanza, ma come una volontà di tenere la Chiesa cattolica alla larga da qualunque collateralismo strategico, per conservarle piena libertà di manovra e di parola e per emanciparla dalla servitù di qualunque Cesare locale e globale. 

Tutto questo, in base a una virtù dettata storicamente da una necessità, cioè dall’essere oggi la Chiesa – al di là della sua specifica vocazione – il ricettacolo di tutte le disperazioni della Terra e dall’avere un popolo in gran parte disperso, povero e perseguitato, per cui l’organizzazione ecclesiale non è, neppure in senso derivato, un’istituzione politica, ma piuttosto quell’immenso ospedale da campo dell’umanità, che è la rappresentazione che da subito Francesco ha voluto dare della Chiesa del nuovo millennio.

Certo è che sulla guerra all’Ucraina – che è di aggressione in senso politico, ma che è una guerra civile in senso religioso e segue un dolorosissimo scisma del campo ortodosso – Papa Francesco ha posizionato la Chiesa in un altrove in cui la pace pericolosamente confina – per gli ucraini, ma non solo per loro – con il martirio e non con la giustizia e in cui anche la difesa dei diritti degli aggrediti sembra implicare il contagio con la violenza degli aggressori e l’inammissibile compromissione con lo spirito di Caino. 

Francesco e vasti settori della Chiesa Cattolica sembrano proporre agli ucraini qualcosa di molto simile a quello che Gandhi propose agli ebrei di fronte alle persecuzioni naziste nell’approssimarsi della soluzione finale: accettare il sacrificio come scandalo necessario e come sola possibile breccia nel muro della violenza e nella coscienza dei violenti. 

In Francesco e in Gandhi, la fede religiosa nella conversione dei malvagi e la fiducia politica nella riconciliazione con i nemici liberati dall’inganno della violenza si identificano nella convinzione che solo andando «come agnelli in mezzo ai lupi» (Luca 10:3) si propizia un ordine umano che manifesta la potenza di Dio e della verità, cioè di un amore capace di estinguere la seduzione dell’odio. 

L’etica della croce, che ha animato per secoli l’apostolato missionario, non è però di per sé una garanzia di responsabilità politica.  Come scrisse brutalmente Hannah Arendt, che pure era tutt’altro che incline a un realismo politico deterministico, «se il dramma potente e ben riuscito della resistenza non violenta di Gandhi si fosse scontrato con un nemico diverso – la Russia di Stalin, la Germania di Hitler, o magari il Giappone anteguerra, invece che con l’Inghilterra – il risultato non sarebbe stato la decolonizzazione, ma un massacro e la sottomissione» (Sulla violenza, 1970)

Non c’è da stupirsi quindi che la voce con cui Francesco, pur senza allontanare lo sguardo dal male e dall’orrore, parla alle vittime di una guerra criminale suoni alle orecchie degli ucraini e dei loro sostenitori come un silenzio succube ai propositi dei carnefici. L’impressione è ulteriormente aggravata dal fatto che la resistenza ucraina ha tutte le caratteristiche della legittima difesa militare, autorizzata dal Catechismo della Chiesa Cattolica, quando sussistano queste tre condizioni: «che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo», (§2309) e che lo stesso Catechismo stabilisce che «la legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità» (§2265).

Malgrado quindi l’etica del martirio sia una matrice fondamentale dell’esperienza cattolica e della sua affermazione storica – la conquista del mondo attraverso la conversione degli uomini – nei due millenni trascorsi dalle origini la Chiesa è stata tutt’altro che un’istituzione pacifista o nonviolenta. Fare notare questa contraddizione può essere un efficace artificio retorico, ma non svela il senso – positivo o negativo che lo si voglia giudicare – della scelta di Francesco, che chiama in causa l’idea che della Chiesa del terzo millennio ha questo Papa, che viene dalla fine del mondo e il ruolo politico che immagina per l’istituzione ecclesiale. Un ruolo, a tutta evidenza, del tutto esterno ed estraneo agli equilibri di potenza degli stati e ai blocchi ideologici e politici costruiti attorno a questi equilibri.

Ci può essere in questa scelta, come suggeriscono alcuni intellettuali cattolici, la volontà di preservare un ruolo per la diplomazia vaticana, in Ucraina e non solo. Ma possiamo azzardare che ci sia in primo luogo la volontà, radicalmente anti-temporalistica, di non schierare Dio su un campo di battaglia. È logico che a un Occidente, che si sente orfano di Giovanni Paolo II e del suo impegno anti-comunista e anti-totalitario, Papa Francesco appaia un Papa più equivoco e accomodante e che la delusione sia bruciante nel momento in cui, dopo la fine della II Guerra Mondiale, si affaccia sullo scenario della storia una nuova guerra globale tra libertà e illibertà, tra i sostenitori della democrazia e quelli di autocrazie violente e criminali.

La ragione per cui il Papa non fa in questa guerra il cappellano militare delle democrazie è però, in fondo, l’altra faccia della medaglia della precedente e quanto mai provvidenziale scelta di impedire che la Chiesa cattolica offrisse sponde all’etno-nazionalismo politico-religioso. Questo Papa non vuole, perché in ogni caso non può essere occidentalistico. Vuole una Chiesa radicalmente allineata alla sua sostanza umana: senza patrie, senza terre, senza potere. Anche perché oggi la Chiesa prospera in termini di vocazioni, di conversioni e di fermento ecclesiale dove non esistono affatto radici cristiane.

Non si tratta di negare quanto la storia politica della nostra porzione di mondo sia tributaria alla cultura cristiana. Si tratta di impedire che la Chiesa terzomondiale, che oggi è quella reale, venga usata come alibi ideologico dai tanti leader cosiddetti cristiani – da Trump, a Le Pen, da Orban a Salvini: tutti in ottimi rapporti con Mosca – che vorrebbero usare la croce in modo sacrilego: come una pietra di confine insuperabile e non come una pietra dello scandalo universale e come un messaggio di fratellanza universalistico. Quella di Francesco, anche nell’oltranzismo pacifista, rimane una difesa religiosa della società aperta e del mondo globalizzato.

Criticare quindi Francesco come se fosse una quinta colonna putiniana, come una sorta di Pagliarulo o di Orsini con i paramenti sacri è oggettivamente una cosa sbagliata, ingenerosa e sciocca. Anche perché a questo Papa, assai più che al precedente, va riconosciuto di avere profeticamente impedito che quella cattolica, come altre chiese cristiane, finisse affossata nella trincea del tradizionalismo religioso e del tribalismo morale anti-moderno, dentro e fuori dall’Europa. Affossamento che la paranoia dei valori non negoziabili, coltivata sotto i precedenti pontificati, rendeva certamente possibile, oltre ad accomunare, come già detto, la predicazione cattolica a quella del cekista ortodosso di Mosca, che benedice, proprio in nome di questi valori, le bombe e gli eccidi di Putin.