L’indeterminato trionfa Il lungo, accidentato percorso della Spagna per abbattere il precariato

La riforma della ministra Yolanda Díaz prevede di limitare il più possibile i contratti a tempo determinato, penalizzando direttamente le aziende che non confermano i dipendenti. Ma la strada è in salita e non priva di contraddizioni

AP/Lapresse

È stato l’esito di accordi, negoziati politici tra parti diverse e perfezionamenti necessari. Ma oggi, la riforma del lavoro spagnola, quella che la ministra Yolanda Díaz, alla vigilia del voto, aveva definito il tassello più importante della legislatura, mostra sia i suoi punti di forza sia qualche (inevitabile) carenza, conseguenza soprattutto della crisi economica e delle trasformazioni che, nel tempo, hanno cambiato il profilo dei contratti e i tempi d’assunzione.

Tra gli obiettivi della riforma poi approvata dal governo di Pedro Sánchez c’era soprattutto la volontà di abbattere il precariato, la necessità (dichiarata) di intervenire sui numeri della disoccupazione e una sorta di correzione delle tipologie di contratto (con un limite al ricorso a quello determinato, in quasi tutte le sue declinazioni).

E se oggi la riforma riduce i contratti considerati precari, alzando i numeri dei rapporti di lavoro stabile, calano però gli impieghi a tempo pieno e aumentano i part-time. Quindi, spesso, si lavora di più ma il salario non sarebbe commisurato ai tempi e ai modi di lavoro. I numeri sull’occupazione di aprile, diffusi dal ministero del Lavoro spagnolo, appaiono buoni, soprattutto se si tiene conto di una pandemia che, dal 2020, ha inibito i mercati (e i movimenti delle persone).

Secondo i numeri diffusi dal ministero del Lavoro spagnolo, infatti, l’iscrizione a la Seguridad social, cioè l’ente di previdenza sociale, conta ad aprile 2022 oltre 20 milioni di iscritti (di cui 1 milione e 150mila avrebbero meno di 25 anni) e un fronte dei disoccupati che conta oltre 3 milioni di persone.

Da un punto di vista strettamente numerico, i dati forniti dall’esecutivo mostrano un quadro generalmente positivo, anche perché il mercato del lavoro ha superato l’obiettivo dei 20 milioni di occupati di cui si parla dal 2015 (il primo, con ricette sicuramente diverse, a porsi l’obiettivo di questo numero fu l’ex presidente del Partito popolare, Mariano Rajoy). Ma anche se le cifre, in termini generali sembrano buone, per molti analisti è necessario fare i conti con i tipi di contratti proposti, che non sempre garantiscono salari adeguati e ore di lavoro proporzionate.

Se negli ultimi anni, infatti, in Spagna, sono aumentati i contratti a termine (anche molto brevi), la tendenza si sarebbe conservata nel 2021, anno in cui molti di questi duravano meno di sette giorni. Uno degli scopi conclamati della riforma spagnola era quello di interrompere determinate modalità, incoraggiando i contratti a tempo indeterminato (da quando è entrata in vigore, se si tiene conto dei dati diffusi dal ministero, la riforma sembra anche riuscirci: ogni volta che un’azienda conclude un contratto di durata inferiore ai 30 giorni dovrebbe pagare una penale di 26 euro per ogni dipendente non confermato).

Quest’anno, la percentuale di contratti di durata inferiore alla settimana si sarebbero abbassati rispetto a quella di qualche anno fa. Ma i problemi sono comuni a diversi Paesi dell’Europa del sud, tra cui anche l’Italia, per cui spesso, a pagare la crisi e i compromessi necessari che tengono insieme esecutivi espressione di anime diverse sono i lavoratori precari. E se è vero che nel 2022, in Spagna, il lavoro a tempo indeterminato ha registrato una crescita numerica indiscutibile (si sono firmati 700mila contratti ad aprile), così come è diminuito l’impiego temporaneo, esiste una questione legata all’inflazione da non sottovalutare, per cui il Banco de España, cioè la banca centrale spagnola, ha previsto un aumento del 7,5%, da cui ne consegue una perdita del potere d’acquisto.

E se il contratto è sì a tempo indeterminato ma non sufficientemente capace di coprire le spese necessarie al costo della vita, si crea un cortocircuito di cui tenere conto. Francesco Seghezzi, presidente della fondazione Adapt e assegnista di ricerca all’università di Modena e Reggio Emilia, su Twitter ha analizzato le criticità della riforma, definendo «sicuramente positivo l’aumento delle trasformazioni da lavoro temporaneo a lavoro a tempo indeterminato» ma ricordando anche come si registri «il calo di 171mila occupati full time e una crescita del 42% (+71mila) part-time nel primo trimestre del 2022», con «300mila fissi discontinui sui nuovi 700mila contratti stabili, ossia lavoratori stagionali che lavorano solo alcuni mesi all’anno».

«Molto positivo il calo dei contratti a termine più brevi, che inglobano, spesso, la precarietà vera; in Italia abbiamo, al contrario, con il Decreto dignità, colpito i contratti a termine lunghi, esattamente l’opposto – ha aggiunto – Quindi, attenti agli eccessivi entusiasmi: dopo il luglio del 2018 (con il Decreto dignità) anche in Italia ci fu un boom di trasformazione da determinato a indeterminato, ma fu, appunto, una tantum. Gli interventi normativi generalizzati, almeno nel caso italiano, negli ultimi anni hanno portato a ventate una tantum che poi si sono placate con un ritorno allo status quo. Occorrono riforme che non vadano solo con il cacciavite a intervenire sulle norme, ma che incentivino il lavoro di qualità, investimenti in capitale umano, nuova organizzazione del lavoro, coinvolgendo tutti i soggetti e non solo il legislatore».

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