Integrazione intergovernativaLa nuova forza politica europea va costruita al di fuori dell’Ue

L’Unione nata a Maastricht sulle basi della CECA e della CE non va disarticolata: ma all’impianto economico e monetario presente si dovrà aggiungere una dimensione strategica, amministrativa e militare. In una prospettiva confederale

AP/Lapresse

Il massimo della retorica europeista di questi giorni coincide col massimo di divisione dell’Unione europea, con tredici Stati membri che rifiutano con nettezza la proposta del Parlamento europeo, fatta propria da Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen, di indire una Convenzione per riformare i Trattati e abolire la norma dell’unanimità e il diritto di veto.

Ma andiamo con ordine. A Bruxelles da due settimane gli ambasciatori permanenti presso l’Ue non riescono a trovare un accordo sulla sanzione che pure sembrava facile da adottare: il blocco delle importazioni di petrolio dalla Russia che incidono per un 25% sulle importazioni europee (contro il 50% delle importazioni di metano).

A fare blocco ci sono l’Ungheria, che dipende al 70% dal petrolio russo, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, ma anche la Bulgaria e la Romania (che dipendono per quote minori), mentre la Grecia (terza flotta mondiale), Malta e Cipro si sono opposte al divieto di noleggiare navi per il trasporto di petrolio russo. Tutti gli Stati in questione, tranne la Grecia, sono entrati a far parte dell’Unione dopo l’allargamento da 15 a 27 deciso nel Consiglio Europeo di Nizza del 2000.

Contemporaneamente, l’idea di un nuovo slancio dell’Europa politica è risuonata con proposte di revisione dei trattati contenute nella Conferenza sul futuro dell’Europa trionfalmente conclusa il 9 maggio da Ursula von der Leyen e Emmanuel Macron.

Innanzitutto la proposta di riforma europea invocata dal presidente francese, come dalla presidente della Commissione, è incentrata sull’abbandono statutario del principio dell’unanimità e quindi del diritto di veto sulle grandi questioni di politica estera, energetica e di difesa. Anche Romano Prodi, Mario Draghi e Enrico Letta si sono spesi più volte per adottarla.

Nel frattempo c’è stato un cambiamento epocale prodotto dall’invasione sanguinaria dell’Ucraina da parte della Russia e che consiste nella crisi della strategia su cui si è costruita la Unione europea e che si è concretizzata nella Ostpolitik della Germania e di tutti i paesi europei, Italia in prima fila.

L’essenza di questa strategia è consistita nell’illusione che l’integrazione dei mercati, ovvero la globalizzazione, avrebbe prodotto l’integrazione politica. Da qui, la scelta meccanicista di allargare nel 2000 l’Unione ai Paesi dell’Est Europa dell’ex Patto di Varsavia, salvo poi verificare che invece di un’omogeneizzazione, si è verificata una netta divaricazione, in primis con la Polonia e con l’Ungheria, proprio sulla concezione della democrazia e dello stato di diritto.

Il punto è che l’Europa e l’Occidente, gli alfieri della globalizzazione, hanno visto dal 24 febbraio 2022 in poi fallire il miraggio di una pax europea che, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, avrebbe inglobato in sé, nel nome della fine dei nazionalismi, il plurisecolare espansionismo della Grande Russia.

L’ossessione securitaria e iper nazionalista di Vladimir Putin ha ridicolizzato la base ideologica di un europeismo incentrato sull’economia e sui mercati.

L’Europa che si affida al cambiamento di statuto dimostra di non avere colto il problema e stenta a mettere a fuoco anche le sue relazioni con gli Stati Uniti, alleati indispensabili e ovvi, ma con pretese egemoniche e soprattutto ben felici di vedere indebolita, grazie alle sanzioni e alla recessione economica, quella area dell’Euro che continuano ovviamente a considerare un concorrente pericoloso e dannoso per l’area del dollaro, in perfetta sintonia con la Gran Bretagna della Brexit.

Il gigante europeo ha i suoi piedi d’argilla non negli statuti, ma nella definizione sfumata della sua mission e degli interessi strategici. La prova, essendo la guerra ovviamente la continuazione della politica con altri mezzi, è il caos di una Unione europea che investe nelle Forze Armate tre volte più della Russia, ma che continua ad avere 27 eserciti scollegati tra loro, con sistemi d’arma disomogenei e non interoperativi. Né l’Europa può più rifugiarsi sotto l’ombrello militare della Nato perché non essendo una potenza militare unitaria è costretta a subire il comando strategico degli Stati Uniti che non sempre ha interessi convergenti con quelli dell’Europa stessa.

La riforma del criterio dell’unanimità e del veto è deficitaria anche sul terreno della sua efficacia fattuale: anche col criterio della maggioranza qualificata sarebbe stata approvata la scelta di versare nelle casse di Putin una sessantina di miliardi di euro per metano e petrolio con cui il Cremlino massacra gli ucraini, contro solo un miliardo in armamenti all’esercito di Kiev per difendersi dal massacratore Putin.

Come ha ricordato Volodymyr Zelensky al Bundestag, Polonia e Paesi baltici per anni hanno avvertito che «l’energia è un’arma», ma si sono sempre sentiti rispondere con un’alzata di spalle «è economia, solo economia».

A maggioranza sarebbe passata anche la Bussola Strategica che da qui a due anni – non subito – doterà l’Europa di un esercito di 5mila unità tra terra, aria e mare. Esercito che nella formulazione originaria era di 60mila unità, quindi di piccole, ma appena decenti dimensioni, ma che è stato volutamente ridotto al quasi niente perché è evidente che in questa Europa è irrisolvibile il tema cruciale di quale Paese o insieme di Paesi lo debba e possa comandare, e non certo in modo assembleare, che sia a maggioranza o all’unanimità.

Ugualmente sarebbe passato, come è passato, a schiacciante maggioranza il rifiuto di rivedere l’Accordo di Dublino sui flussi di migranti irregolari, nonostante le pressioni di Italia, Grecia e Spagna, così come la decisione di indebolire al massimo proprio in questi mesi la Polonia, negandogli i 36 miliardi del Recovery Fund e infliggendogli 365 milioni di multa l’anno per «violazione dello Stato di diritto».

Questa punizione colpisce una Polonia che su un altro fronte, quello dell’opposizione all’espansionismo russo, è il baluardo avanzato della Nato e dell’Europa e, in più, ospita milioni di profughi ucraini. Il tutto mentre in realtà nessuno Stato ha mai ceduto sovranità all’Unione europea per verificare il rispetto o meno dello Stato di diritto.

Non ci vogliono doti profetiche per pronosticare che in realtà l’abolizione del criterio dell’unanimità e del diritto di veto nella Ue non saranno mai deliberati e sanciti per quella specie di Comma 22 previsto dal Trattato di Lisbona, visto che per abolire l’unanimità e il diritto di veto è necessaria… l’unanimità nel voto dei 27 Paesi membri.

Peraltro siamo ben lontani dall’obiettivo, perché la Repubblica Ceca, alla quale tocca la prossima presidenza del Consiglio, ha subito risposto alla proposta di modifica statutaria di Macron e von der Leyen, e alla prospettiva stessa di convocare una Convenzione ad hoc con un durissimo non-paper: «Cambiare i Trattati oggi sarebbe sconsiderato e prematuro e rischierebbe di togliere energia politica all’importante compito di trovare soluzioni alle domande dei cittadini». Il documento è stato sottoscritto da Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Romania, Svezia e Slovenia.

Dunque, ancora una volta assisteremo a un nulla di fatto: la governance di questa Europa è irriformabile per ragioni strutturali.

Fallita nel 1954 la proposta di un esercito europeo, e quindi di un governo unitario del continente, bocciata dall’elettorato francese e olandese nel 2005 la Costituzione Europea, che delineava appunto il percorso verso gli Stati Uniti d’Europa, la Ue si è formata, definita e strutturata come istituzioni sul “funzionalismo” teorizzato da Jean Monnet, non sul federalismo o sul confederalismo.

Questa prassi conteneva tutto il buono, ma anche tutto il pessimo dell’ideologia della globalizzazione. Il principio che regge il funzionalismo è racchiuso nel motto tedesco «Wandel durch Handel», il cambiamento si impone attraverso il commercio.

Dalla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) fino al Trattato di Maastricht e all’adozione dell’Euro, l’Europa unita è cresciuta e si è data istituzioni nell’illusione che cedendo sovranità solo in ambito economico a organi e istituzioni sovranazionali di natura tecnocratica, non solo si sarebbero bandite le guerre in Europa (obbiettivo non piccolo pienamente raggiunto, ma solo dentro i confini dell’Unione) ma anche che si sarebbe costituita attraverso il mercato comune, la cessione di sovranità sui temi economici, un governo unitario del vecchio continente che si sarebbe consolidato senza bisogno che gli Stati Nazionali adottassero riforme costituzionali.

Insomma, una sorta di diluizione progressiva del principio di nazione, attraverso la leva economica e di mercato, che si sarebbe sviluppato naturalmente in una sovranazione continentale.

Con la globalizzazione che si è sviluppata impetuosa a cavallo dei due secoli, questo funzionalismo europeo è assurto a ideologia planetaria e ha consolidato il sogno utopistico di una affermazione naturale della necessità della democrazia partecipata in Russia, come in Cina, come in tutto il globo, proprio grazie ai commerci frenetici, integrati e senza barriere (il simbolo di questa illusione è il Wto).

Il tutto con la netta prevalenza delle ragioni dell’economia su quelle della politica. La vera ragione della dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia è solo nei costi. Comprare energia da altri fornitori, indebolendo strategicamente Putin era più che possibile, infatti lo si farà da qui a tre anni, ma costava meno che procurarsela altrove. Tanto è bastato. Ogni considerazione di opportunità strategica e politica – avanzata con rabbiosa insistenza dai Paesi dell’Est – è stata snobbata con una alzata di spalle e si sono costruiti con decine di miliardi di investimenti quei due monumenti perenni all’inconsistenza politica della Germania e della Europa che sono Nord Stream 1 – sempre in funzione – e Nord Stream 2, bloccato solo dopo il 24 febbraio.

La guerra in Ucraina segna il passaggio del fallimento radicale dell’ideologia di una globalizzazione che innesca processi democratici, accompagnato dai suoi riflessi sulle condizioni di vita degli strati popolari più svantaggiati che innescano svolte politiche nazionaliste. Per tornare all’Europa, non è stato un caso che la Costituzione Europea, progetto caratterizzato appunto dalla globalizzazione in ambito continentale, sia stato bocciato nel 2005 dal voto popolare maggioritario degli operai, degli impiegati e degli strati più bassi della popolazione.

I mali dell’Europa, il suo essere gigante economico, nano politico e verme militare, si possono affrontare e guarire solo tornando nei fatti alla proposta rigettata di Jacques Delors, intrecciata a quanto di profetico vi era nella visione di Charles de Gaulle: un’Europa a cerchi concentrici che abbia al suo centro poco più che gli Stati fondatori legati da forti accordi interstatali, anche sul piano militare.

Un piccolo nucleo di Stati in un chiaro contesto confederale che definiscano una politica estera e di difesa comune, legati con le nazioni entrate dopo il 2000 e con gli Stati che bussano alla sua porta (Ucraina, che già l’Austria, come lo stesso Macron non vogliono in tempi brevi nella Ue, Montenegro, Albania, Georgia eccetera) da intensi rapporti puramente commerciali e di mercato.

Un’Europa politica ristretta che si sviluppi in parallelo e senza conflitti con un’Unione europea che non deve essere smantellata, ma che deve essere considerata una Unione di Stati che cedono sovranità esclusivamente sul terreno del mercato, della moneta, del commercio e della concorrenza.

Questa piccola ma omogenea Europa politica non può svilupparsi che attraverso lo sviluppo di rapporti interstatali. L’Accordo del Quirinale tra Italia e Francia può essere ampliato, impresa non semplice.

Innanzitutto con lo sviluppo dentro i confini italiani del progetto di Macron di costruzione di 14 centrali nucleari di nuova generazione. Ma soprattutto con l’integrazione delle due industrie militari e delle due Forze Armate. Un processo dalle difficoltà ciclopiche ma che è l’unico che possa sopperire a quell’esercito europeo che non si farà mai perché mai si designerà l’indispensabile, unico, Commander in Chief, che lo diriga politicamente.

Solo l’integrazione a livello di Stati e di governi – pochi, Italia e Francia innanzitutto – può costituire un nucleo forte che può attrarre a sé una Germania priva come non mai di strategia politica e anche Paesi omogenei come Spagna, Portogallo e Grecia.

In definitiva, questa Europa non si può riformare, ma non va disarticolata, va considerata per quella che il funzionalismo di Jean Monnet ha prodotto nel bene come nel male: una forte soggetto economico, monetario e di mercato. Non mai un soggetto politico-strategico.

Un protagonismo europeo va oggi costruito ex novo, parallelamente alla Ue, al suo esterno, ma non in senso conflittuale, a livello intergovernativo, in una prospettiva confederale, innanzitutto tra Italia e Francia, alla quale, unica potenza atomica e unico membro Ue del Consiglio di Sicurezza Onu, va riconosciuto – anche se non sarà facile per noi italiani – l’onore e l’onere del comando militare di quantomeno alcune divisioni italo-francesi di Forze Armate delle tre armi, perfettamente integrate.
Un percorso difficile. Ma senza alternative.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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