L’altolà di Bonomi e il dilemma della destraLe pensioni costano già 100 miliardi in più dal 2012, ora Meloni dovrà convincere Salvini

«Non possiamo permetterci immaginifiche flat tax. Non possiamo permetterci nuovi strumenti di prepensionamento», ha detto il presidente degli industriali. Reazioni stizzite nella Lega, ma non in Fratelli d’Italia. Nel 2025, come riporta la Nadef, il costo della previdenza arriverà a 349,8 miliardi. Lo scudo di Viale dell’Astronomia potrebbe giovare alla premier in pectore quando toccherà frenare le richieste degli alleati (e dei sindacati)

Foto Mauro Scrobogna/LaPresse

«Non possiamo permetterci immaginifiche flat tax. Non possiamo permetterci nuovi strumenti di prepensionamento. Non si possono ammettere follie per evitare l’incontrollata crescita di debito e deficit». Dal palco di Confindustria Varese, le parole del presidente degli industriali Carlo Bonomi arrivano dritte a Roma, dove la destra è alle prese con la formazione del nuovo governo.

Il primo intervento post voto di Bonomi smuove in particolare la Lega. Matteo Salvini non si espone. Lo fa invece chi si occupa dei dossier economici nel Carroccio: Alberto Bagnai, Claudio Borghi, Federico Freni. Tutti a dire, racconta Repubblica: «Niente follia, i cittadini ci hanno eletto per questo. Non fare la flat tax e tenersi la Fornero? No grazie».

Diverse sono state invece le reazioni dentro Fratelli d’Italia, in linea con la posizione di Bonomi. Il responsabile del programma del partito di Giorgia Meloni, il senatore Giovanbattista Fazzolari, fa capire che le sortite elettorali di Salvini e FIorza Italia – flat tax al 15 o al 23% e subito quota 41 – non troveranno spazio, di sicuro non nella prossima manovra. «Il programma del centrodestra sulla flat tax è ben preciso», spiega Fazzolari. Si parla di una flat tax soft, soltanto «sul reddito incrementale» e di «portare a 100mila euro la flat tax per gli autonomi dagli attuali 65 mila euro. Nel programma non c’è scritto di più e sicuramente con la prima legge di bilancio non ci sarà di più». Dunque «nessun contrasto» con gli industriali.

Lo scudo di Confindustria potrebbe giovare alla premier in pectore quando toccherà frenare le richieste degli alleati. Ma una decisione sulle pensioni andrà presa, altrimenti dal 2023 – tra pochi mesi – si tornerà alla legge Fornero, invisa alla nuova maggioranza, anche se all’epoca votata sia da Giorgia Meloni sia da Silvio Berlusconi. La Lega, così come i sindacati, chiedono quota 41. Ma i margini di manovra non sono tanti. Tutt’altro.

Anche perché – come ricorda Il Sole 24 Ore – nella Nadef è scritto che quest’anno la spesa per le pensioni sarà di 297,4 miliardi, il 15,7% del Pil. Ma alla fine del 2025 arriverà a 349,8 miliardi, vale a dire 100,3 miliardi in più del 2012, quando venne approvata la riforma Fornero. Il peso della previdenza toccherà il 17,6% del Pil. Le alternative alla Fornero rischiano di far correre ancore più veloce una spesa destinata già ad aumentare con gli adeguamenti all’inflazione nel breve termine, e nel lungo termine dall’invecchiamento della popolazione. Complici la demografia e le deroghe con quota 100 e quota 102, la spesa ha continuato a crescere anche dopo il governo Monti.

Ma che la flat tax e la controriforma della Fornero fossero due bandierine, irraggiungibili con i conti italiani in bilico e la frenata della crescita, era evidente già in campagna elettorale. Del resto, quasi mai i programmi dei partiti poi si realizzano sul serio.

I limiti di azione della prossima legge di bilancio li ha ricordati ieri Bonomi a Meloni e alleati: niente pre-pensionamenti a pioggia. La Nadef lo ha messo nero su bianco. Se il prossimo governo vuole affrontare il caro energia senza far saltare i conti pubblici, l’ultima cosa da fare è continuare a far crescere la spesa per le pensioni. Ora Giorgia Meloni dovrà convincere Salvini.

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