Il Lenin che è in noiL’incapacità tutta italiana di condannare le ideologie di cui avremmo dovuto liberarci molti anni fa

Solo qui antifascismo e anticomunismo sono ancora tabù per una parte della popolazione e della classe politica: destra e sinistra hanno conservato nel proprio pantheon i protagonisti delle dittature totalitarie del Novecento, nonostante tutto

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Ieri intorno al comunismo sono avvenuti eventi esemplari che chiariscono meglio di ogni altra presa di posizione il rapporto irrisolto della sinistra con quell’ideologia e con la serie di eventi, che sono scaturiti dalla rivoluzione d’Ottobre fino ad oggi, che ad essa si richiamano.

Cavriago: l’ultimo avamposto del bolscevismo
Partiamo dal meno rilevante, ma per molti aspetti molto significativo. Come pochissimi italiani sanno, nella piazza di Cavriago, un piccolo comune emiliano, è esposto un busto di Lenin che l’ambasciatore dell’Urss in Italia donò alla cittadina forse per ricordare la colletta fatta dai suoi cittadini per sostenere la rivoluzione bolscevica.

Dal 22 novembre, il busto autentico (quello nella piazza e ormai da tempo una copia) verrà esposto in comune e attorno a questa decisione sarà organizzata un serie di iniziative che come dice la sindaca della città sarà finalizzata per una settimana a «un confronto senza pregiudizi e semplificazioni», «che guardi avanti e non indietro» sulla figura di Lenin e sul comunismo proposti come antidoti «all’individualismo imperante e agli egoismi».

L’insieme degli eventi sarà concluso da un convegno appaltato alla rivista Limes che guarderà la storia della Russia in una prospettiva geopolitica dal titolo “Putin e il putinismo in guerra”: insomma da Lenin a Putin.

Senza fare un processo alle intenzioni sugli obbiettivi politici che la proposta sottende (ma che risultano del tutto evidenti solo dai titoli delle diverse iniziative), quel che sorprende è che tra le parole utilizzate per lanciare il programma lanciato da molti siti ufficiali delle diverse istanze istituzionali a livello cittadino e regionale, non ci sia «condanna».

A Cavriago dunque si riflette sul comunismo senza condannarlo; anzi sembra del tutto normale mescolare Lenin e Vladimir Putin quando è in corso una guerra spietata proprio contro l’Ucraina, il paese dove nel 1922 alcuni operai avevano fuso quello stesso busto. Invece di restituirlo a Mosca, proprio per questa ragione, come avevano suggerito alcuni cittadini, quel busto viene un secolo dopo ancora brandito come fondamento inossidabile dell’identità di quella piccola comunità, prima ancora che contro il buon senso e il senso del ridicolo, contro la storia stessa, come se essa si sia fermata all’epoca della guerra fredda nella quale venne esposto nel giardino della città.

Dalla parte giusta della Storia
In compenso immagino che gli ideatori dell’evento si riconoscano in quelli che hanno protestato contro l’ennesima sfilata a Predappio dei nostalgici del fascismo e ritengano esecrabile che Ignazio La Russa tenga a casa sua sulla sua scrivania un busto di Mussolini. Ma così si entra in un cortocircuito ideologico spaventoso per il quale in fascismo è condannabile come crimine della storia e il comunismo no perché stava dalla parte giusta della storia in quel lontano 1917 e nonostante le sue tragiche degenerazioni appartenga ancora al progressismo e rappresenti ancora un’eredità per la sinistra sulla quale riflettere senza pregiudizi.

Ma in realtà è vero invece il contrario: Lenin stava dalla parte sbagliata della storia, come Mussolini, e il comunismo rappresenta una variante del totalitarismo altrettanto spaventosa e sanguinosa del nazismo. Non si può oggi essere antifascisti se non si è anche anticomunisti, con buon pace della sindaca di Cavriago, perché entrambi nascono dallo stesso ceppo ideologico: la palingenesi rivoluzionaria come fine della storia, la violenza come pratica politica, l’ideologia come religione totalitaria che non ammette il dissenso e la liberaldemocrazia e il socialismo riformista con nemici da distruggere.

Il ministro anticomunista
La stessa logica è emersa nei commenti al secondo evento – questo di livello nazionale – che si e verificato ieri: la lettera che il ministro Giuseppe Valditara ha mandato agli studenti per ricordare la caduta del muro di Berlino e il collasso del comunismo.

In essa era espresso un giudizio di condanna inappellabile di quella esperienza storica: una grande utopia che in ogni luogo dove si sia trasformata in un governo effettivo ha comportato non solo la fine della libertà, ma una scia di sangue seconda solo allo sterminio degli Ebrei. «Il comunismo – scrive il ministro – è stato uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo – scrive ancora il ministro – nei diversi tempi e luoghi ha assunto forme anche profondamente differenti, e minimizzarne o banalizzarne l’immenso impatto storico sarebbe un grave errore intellettuale.

Nasce come una grande utopia: il sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette. Che la proietti, insomma, verso il paradiso in terra.

Ma là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande: la sua realizzazione concreta comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte. Perché infatti l’utopia si realizzi occorre che un potere assoluto sia esercitato senza alcuna pietà, e che tutto – umanità, giustizia, libertà, verità – sia subordinato all’obiettivo rivoluzionario. Prendono così forma regimi tirannici spietati, capaci di raggiungere vette di violenza e brutalità fra le più alte che il genere umano sia riuscito a toccare. La via verso il paradiso in terra si lastrica di milioni di cadaveri.

Gli Irriducibili alfieri dell’utopia
Di fronte a questa constatazione inconfutabile che comporta dal punto della formazione civile dei cittadini di una nazione democratica una condanna severa come quella del fascismo, e che tra l’altro sintetizza i risultati della ricerca storica mondiale, da più parti del mondo della sinistra è montata una levata di scudi sulla base del principio che siccome in Italia il Pci è stato un grande partito democratico – per fortuna nostra mai messo nelle condizioni di governare – ogni riflessione critica sul comunismo è improponibile, come se le immagini del carcerato Antonio Gramsci, di Luciano Lama e Enrico Berlinguer consentissero di stendere un velo pietoso su Stalin, Breznev, Mao, Castro, Pol Pot, Ceausescu, Honnecker e via elencando.

Scrive infatti il segretario della Cgil Scuola Francesco Sinopoli: «Nessuno, oggi, può e deve sentirsi orfano del Muro di Berlino, ovviamente. Tuttavia, rappresentare la storia del comunismo come male storico radicale, e come caduta dell’utopia della liberazione, ancora minacciosamente presente in Cina, ad esempio, non è un’analisi, è un giudizio, e pure falso. Quell’impatto storico, di cui parla il professor Valditara, non dice nulla sull’esperienza di quei comunisti italiani (e francesi, e tedeschi, per citarne solo alcuni) che hanno liberato l’Europa dal nazifascismo e contribuito a scrivere la nostra Costituzione, o a debellare la mala pianta degli estremismi terroristici che hanno insanguinato la storia recente, o a governare in modo progressivo e moderno lo sviluppo di grandi città. Provengo da un’altra storia politica e culturale, non sono mai stato iscritto al Pci o alla Fgci, ma trovo inaccettabile questa semplificazione della storia del comunismo europeo, che ha avuto tra i suoi artefici personalità come Gramsci, Giuseppe Di Vittorio, Lama, Berlinguer, Pietro Ingrao, Alfredo Reichlin, (e potrei citarne all’infinito), la cui vita resta ancora oggi modello di riferimento per tante generazioni».

Cioè per Sinopoli il muro di Berlino, i milioni di morti nei gulag e negli esperimenti economici dei piani quinquennali, la povertà cui furono costretti i sudditi dell’impero sovietico non sono sufficienti per «rappresentare la storia del comunismo come male storico radicale e come smentita irriducibile dell’utopia della liberazione», perché qui da noi c’erano Ingrao e Berlinguer che sono passati alla storia come dirigenti democratici quanto più si sono allontanati da quei modelli e da quella utopia, seppur avessero evitato di dirlo, sennò avrebbero perso il voto del signor Sinopoli.

L’anti-anticomunismo come critica alla liberaldemocrazia
Mentre viene fatta passare per propaganda la visione del comunismo presentata dal ministro, quella di Sinopoli dovrebbe rappresentare la «libertà del pensiero», una versione della storia scevra da ideologie; rappresenta piuttosto un’ultima thule di chi non riesce a fare i conti con la storia esattamente speculare a quella di quanti continuano a dire che il fascismo «ha fatto anche cose buone» e Mussolini ha fatto rispettare l’Italia nel mondo.

Ma il retroterra ancor più pericoloso del ragionamento di Sinopoli è racchiuso nel commento finale alla lettera del Ministro che invitava gli studenti a tenere in gran conto la democrazia liberale laddove sostiene con spezzo del pericolo che «contrapporre come fa il professor Valditara, il crollo del Muro di Berlino alla vittoria delle sorti magnifiche e progressive della liberaldemocrazia non è altro che l’introduzione nelle nostre scuole di una indicazione e una mistificazione ideologica»: cioè nelle scuole non si deve esaltare la liberaldemocrazia contro i totalitarismo, che costituisce l’esito compiuto della lotta antifascista, perché è mistificatorio, ma si può invece sostenere legittimamente che nel «lampo del ’17» era racchiusa l’utopia della liberazione umana che deve costituire ancora un punto di riferimento per le giovani generazioni.

Ma propaganda di cosa?
Se dunque l’eredità comunista irrisolta aleggia nel pensiero del segretario della Cgil scuola riemerge anche in quello del Presidente dell’Anpi, che attacca il ministro per non aver ricordato il fascismo e l’antisemitismo senza dire nulla però del giudizio sul comunismo. Anche Gianfranco Pagliarulo, crede come Sinopoli, che dire che il comunismo sia stata una tragedia del XX secolo leda la «libertà d’insegnamento» oppure ritiene che fascismo e comunismo vadano condannati allo stesso modo e che lo Stato debba stimolare proprio in un paese come l’Italia il più grande partito comunista che è crollato senza mai averlo condannato, una memoria pubblica antitotalitaria e non solo antifascista? Non lo sapremo mai.

Ma la stessa domanda dovremo rivolgerla anche a Simona Malpezzi, capogruppo del Partito democratico al Senato, che ha accusato il ministro di fare propaganda; ma propaganda di cosa: dell’anticomunismo? Ma condannare il comunismo non ha niente a che vedere con la propaganda, esattamente come condannare il fascismo; altrimenti si diventa uguali a Giorgia Meloni che non condanna il fascismo, mentre la sinistra non condanna il comunismo.

Mentre l’identità repubblicana che Meloni e Malpezzi dovrebbero condividere dovrebbe fondarsi su una condanna unanime di entrambe le dittature totalitarie, invece che tenerle ciascuna nel proprio pantheon ideologico, da cui prendere distanze ambigue e contorte, ma da non rimuovere completamente perché la faccia di Mussolini e di Lenin sono inestricabilmente ancora rappresentative della loro più oscura identità. È qui che riemerge purtroppo come nelle identità politiche dei partiti italiani comunismo e fascismo costituiscano ancora dei macigni che pesano drammaticamente sulle loro visioni del mondo e impediscano all’Italia di uscire definitivamente dal XX secolo.