Scapestrati senza limitiL’epoca in cui le rock band le escogitavano tutte, ma proprio tutte, pur di lasciare il segno

In “Nothin’ But a Good Time” (Il Castello) Tom Beaujour e Richard Bienstock ricordano di quando, alla fine degli anni Settanta, il mainstream guardava più al punk e alla new wave, così i frontman più svalvolati sul palco facevano follie per regalare ai fan serate indimenticabili

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Sin dagli albori, l’hard rock è sempre riuscito a mantenere, nel tempo, uno zoccolo duro di sostenitori irriducibili, anche quando il mainstream si era sintonizzato altrove. Proprio sul finire degli anni ‘70, periodo in cui parte la nostra storia, si verificò uno dei classici crolli di popolarità del genere.

Mentre le nuove leve continuavano a riempire i piccoli club anche quando band come Kiss e Black Sabbath passavano in città, la stragrande maggioranza dei fruitori di musica era più interessata a gruppi new wave quali The Knack, Go-Go’s, The Cars, i Police, e anche Elvis Costello e The Attractions, band che non disdegnavano l’uso di sintetizzatori, le cui chitarre non erano per forza eroiche, e in più i loro riff spigolosi, sfoggiati con condimento di capelli corti e appuntiti, dovevano molto di più al punk e alla moda mod che ai bellimbusti con i jeans a vita bassa e a zampa di elefante, come Led Zeppelin o Thin Lizzy.

“L’industria aveva le antenne puntate sulla scene locali di new wave e punk”, ricorda Rudy Sarzo, allora bassista in una delle band “da dinosauri” chiamata Quiet Riot in quel di Los Angeles. Per musicisti come Sarzo l’ascesa dei Van Halen fu una grande forma d’ispirazione, che li lasciava però anche spiazzati, per non dire confusi: un gruppo hard rock di Pasadena formato da quattro elementi, le cui elettrizzanti esibizioni dal vivo, il sorprendente frontman biondo lungocrinito e quel prodigio unico nel suo genere alla chitarra, erano una forza della natura così innegabile d’arrivare a trascendere i pregiudizi e le tendenze di settore, riuscendo a guadagnarsi perfino un contratto discografico con la Warner Bros. Records.

Il successo del gruppo, tuttavia, non accese nell’immediato la miccia, non si trascinò dietro da subito una scia di artisti nella stessa corrente stilistica. “Nessuno sembrava essere interessato anche a tutte le altre band”, ricorda il batterista dei Dokken “Wild” Mick Brown, all’epoca picchiatore di pelli in un gruppo del Sunset Strip chiamato The Boyz. “Lì per lì pensai fosse davvero strano, della serie: ‘Non è plausibile che le case discografiche si mettano subito a caccia, tipo, di altri nove Van Halen?’”.

Niente da fare. Senza lasciarsi condizionare dall’indifferenza delle major, molti giovani gruppi come Mötley Crüe e Ratt (agli esordi Mickey Ratt) adottarono un approccio fai-da-te-o-la-va-o-la-spacca, autofinanziandosi le registrazioni e investendo le proprie risorse per mettere in scena concerti esagerati, tanto appariscenti quanto azzardati.

Una bella lotta tra Nikki Sixx dei Mötley Crüe – che si spalmava i pantaloni di pelle con il gel infiammabile dandosi poi fuoco – oppure gli scapestrati W.A.S.P. che scagliavano carne cruda sul pubblico a copiose manciate, sparando lingue di fuoco a sfiorare il soffitto del minuscolo club Troubadour! Le band le escogitavano tutte, pur di lasciare il segno e regalare ai fan una notte che ancora oggi non hanno dimenticato.

“Per quei ragazzi, agli esordi era tutta una questione di musica e spettacolo”, afferma Brian Slagel, il fondatore della Metal Blade Records. “Le case discografiche volevano i Duran Duran. Volevano la new wave”, ricorda Alan Niven, che allora lavorava per un importatore e distributore di musica indipendente con sede a Los Angeles, chiamato Greenworld Distribution. “Quindi, se volevi andare un passo oltre, dovevi usare un po’ d’immaginazione. Dovevi far girare le rotelle e osare. Perché quello era l’unico modo che avevi per cominciare a costruirti un seguito”.

Da “Nothin’ But a Good Time”, di Tom Beaujour e Richard Bienstock, Il Castello Editore, 576 pagine, 23,75 euro.