Rischio capitaleGiorgia crede veramente nel presidenzialismo, ma non sa ancora quanto puntarci

La premier aveva detto che la riforma bandiera della destra l’avrebbe portata avanti a tutti i costi, adesso sembra meno disposta a giocarsi il tutto per tutto. Anche perché si andrebbe certamente a referendum, e sarebbe un voto sul suo governo

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Fosse per lei, si potrebbe già andare in Aula con una proposta di legge sul presidenzialismo: «È una priorità». Adesso, nel 2023. Perché – come spiega l’ex parlamentare e ministro di Alleanza Nazionale Mario Baldassarri – «le riforme importanti si fanno il primo anno». Non si creda dunque che per Giorgia Meloni il presidenzialismo (o qualcosa che gli assomigli) sia un ballon d’essai, una bandierina da campagna elettorale da rilanciare come pure ha fatto in una conferenza stampa di fine anno altrimenti abbastanza priva di progetti.

Ma, come diceva Totò, dove vuole arrivare? «I casi, come sempre, sono due», scriveva Leonardo Sciascia. E cioè: la premier andrà avanti sino alle estreme conseguenze sull’idea di un presidente della Repubblica eletto dai cittadini (al limite anche nella variante francese del semipresidenzialismo che ella ritiene digeribile anche per la sinistra)? Oppure cercherà una mediazione sulla elezione (o indicazione) diretta del capo del governo? Sono due ipotesi politicamente molto diverse.

Tenuto conto che sulla Grande Riforma costituzionale hanno sbattuto il muso tutti, da Bettino Craxi che l’agitò per primo senza esito a Massimo D’Alema e Matteo Renzi, sarebbe legittimo attendersi da lei una particolare prudenza nell’incedere su questo terreno.

Sa, la presidente del Consiglio, che sul presidenzialismo puro – e nemmeno sul semi – non disporrà mai dei due terzi e che dunque sulla riforma approvata a maggioranza assoluta si dovrà pronunciare il popolo con il referendum costituzionale, con la certezza di spaccare il Paese su una materia che investe l’intera impalcatura istituzionale, ivi compresi i poteri del presidente della Repubblica (il quale – com’è stato notato da molti – nel discorso di Capodanno ha molto valorizzato la nostra Carta, la «bussola»).

Stando ai dirigenti di Fratelli d’Italia anzi la via del referendum sarebbe auspicabile anche se, per ipotesi, in Parlamento la riforma ottenesse i due terzi, quindi in ogni caso sarebbe il mitico “popolo” a suggellare la volontà della presidente, una versione tardo-rousseuaiana della volonté générale in salsa populista, che detta dalla leader della destra «fa tremare i polsi», dice già il Nazareno, peraltro sempre in affanno come il buon Tarcisio Burgnich che non saliva in alto come Pelé in quel fotogramma che abbiano rivisto tutti in questi giorni.

Meloni, che prima delle elezioni annunciò che avrebbe fatto la riforma presidenziale anche da sola, nella conferenza stampa di fine anno non si è espressa allo stesso modo riprendendo la proposta di una Bicamerale di cui si ipotizza la presidenza di Marcello Pera (già membro della Bicamerale D’Alema: e questo non è di buon auspicio), ma che «non essendo io una sprovveduta» sarebbe la prima a gettare tutto in mare se sentisse odore di dilazione e ad andare in Aula con il suo testo, prendere o lasciare.

Il rischio sarebbe enorme: quello di un referendum su di lei, sul suo governo. Ma la premier potrebbe considerare questo come un punto di forza (fu il catastrofico errore di Renzi nel 2016), trasformando di fatto la consultazione referendaria sul presidenzialismo come un colossale referendum su sé medesima e la destra italiana. Sentendo il vento in poppa, si guarderà allo specchio e si dirà: «Ora o mai più».

C’è però un’altra strada. Che dietro le polemiche di rito potrebbe incontrare i favori dell’opposizione, e forse anche di Silvio Berlusconi, certamente del Terzo Polo, probabilmente del Partito democratico: dipenderà anche da quale sarà la linea generale del/della nuovo/a leader (quanto a Giuseppe Conte, nel suo solipsismo politico, si schiererà contro qualsiasi cosa).

Questa strada alternativa sarebbe quella di una Bicamerale in grado di partorire l’elezione diretta del premier, o una formula comunque allusiva al premierato forte, fornendo al capo del governo per esempio la possibilità di sciogliere il Parlamento, una riforma che garantirebbe la stabilità grazie alla sfiducia costruttiva e quindi l’impossibilità di ribaltoni e trasformismi (ecco perché non piacerebbe all’avvocato del populismo): questa potrebbe essere una mediazione tra l’ansia del Presidente eletto dal popolo della destra e la richiesta di Terzo Polo e forse Partito democratico di un rafforzamento del governo e insieme del Parlamento.

Certo, in ogni caso si porrebbe la questione di non poco conto relativa a Sergio Mattarella, questione super-delicata dato che in caso di approvazione della riforma egli dovrebbe lasciare il Quirinale anzitempo: ecco che ancora una volta il referendum si caricherebbe di un ulteriore significato, la permanenza o meno dell’attuale Capo dello Stato, il più amato dagli italiani.

Ma al di là di scenari futuribili e delle soluzioni tecniche, il problema politico sta tutto nella testa di Giorgia Meloni, se cioè ella ritenga di avere il Paese in mano oppure no. Nel videomessaggio dell’altro giorno, quando ha detto agli italiani: «Rimettiamo in piedi l’Italia, credeteci con me», ha seminato un indizio che va nella prima direzione. Credeteci «con me». E quel pronome suona già molto presidenziale.

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