Geopolitica fragileQuest’anno il mondo sarà ancora più frammentato e polarizzato

Nei prossimi mesi ci troveremo di fronte nuove domande cui dare risposta e vecchie certezze che si sono sgretolate

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 55 di We – World Energy, il magazine di Eni

Dopo il flagello del Covid-19, che ha provocato oltre 6,5 milioni di morti in tutto il mondo, e il ritorno della guerra sul suolo europeo 70 anni dopo il secondo conflitto mondiale, che cos’altro ci attende nel 2023? È questa la domanda sottilmente angosciosa che ci facciamo un po’ tutti, anche perché – quando anche non fossimo stati colpiti direttamente o nei nostri affetti dalla pandemia o per quanto viviamo a qualche migliaio di chilometri dai missili che attraversano i cieli ucraini – queste due sventure stanno lasciando una traccia profonda nella nostra vita apparentemente normale. Il ciclo espansivo dell’economia sta rallentando vistosamente rendendo imminente una possibile fase di recessione, è tornato il mostro dell’inflazione che divora risparmi e potere di acquisto delle famiglie, i costi dell’energia e di molte altre materie prime si fanno sentire sul nostro portafogli. Nel mondo globalizzato, cui siamo abituati da oramai trenta anni, ogni frattura politica o economica rimbalza e si riverbera da una parte del mondo all’altra, obbligandoci ad alzare la testa dal nostro orizzonte quotidiano per comprendere cosa accade attorno a noi, anche se quell’attorno può essere lontano migliaia di chilometri.

Un nuovo traguardo demografico
Il 15 novembre di questo anno abbiamo raggiunto gli 8 miliardi di abitanti del nostro pianeta. Abbiamo impiegato solo 11 anni e poco più di un mese da quando, il 31 ottobre 2011, avevamo toccato la soglia precedente dei 7 miliardi. E abbiamo speso meno di 130 anni per arrivare sin qui da quando eravamo solamente 1 miliardo. Una corsa demografica senza precedenti nella storia dell’uomo, resa possibile dallo straordinario progresso economico, scientifico e tecnologico del XX secolo, il secolo del petrolio e della plastica, dell’automobile e degli elettrodomestici, dei vaccini e della genetica, dei mezzi di comunicazione di massa e dei social media digitali, dell’esplorazione spaziale e del mutamento climatico, del ritorno protagonista delle donne, della psicanalisi e della disintermediazione dei rapporti, dei partiti di massa e del loro declino.

Sappiamo bene chi sono i principali protagonisti di questo nuovo traguardo demografico. Quando Mao Tse Tung concluse vittoriosamente la rivoluzione comunista nel 1949, la Cina popolare era il Paese più popoloso del mondo con i 542 milioni di abitanti di allora; lo era ancora il 1 gennaio del 2022, stavolta però con oltre 1,4 miliardi di abitanti; in un giorno imprecisato del 2023, l’India sorpasserà la Cina. Pechino ha iniziato ciò che si definisce “transizione demografica”: da Paese ad alta natalità ed alta mortalità a Paese a bassa natalità e bassa mortalità, da Paese giovane a Paese che fronteggerà presto le difficoltà economiche e sociali dell’invecchiamento. L’India vive ancora nella stagione precedente. Ma questi numeri ci dicono che prosegue lo spostamento degli equilibri verso sud e verso oriente. Ce lo avevano anticipato le foto delle campagne pubblicitarie di Oliviero Toscani per Benetton molti anni fa: il mondo è sempre meno bianco, cristiano, occidentale.

Una geopolitica frammentata e polarizzata
Vivremo ancora un tempo di geopolitica fragile, frammentata, polarizzata. Ma l’origine e il possibile impatto dell’onda politica ed economica del 2023 sarà ancora in Europa e dipenderà dagli esiti della guerra russo-ucraina.

Covano infatti, sotto la cenere, due principali e potenziali incendi, a Taiwan e in Iran. Pechino e gli ayatollah di Teheran, principali alleati di Putin, guardano con grande attenzione a quanto accade nello scontro fra Russia e Ucraina, sostenuta da Europa e Stati Uniti. Se Kiev dovesse continuare a resistere, e alla fine pure prevalere, Iran e Taiwan potrebbero continuare a covare senza necessariamente esplodere. Se Mosca invece dovesse piegare gli equilibri a proprio favore, crescerebbero le tentazioni per Pechino e Teheran di sferrare un colpo, la Cina per inghiottire il succulento boccone dell’isola più contesa al mondo; l’Iran dei clerici per reprimere con durezza una società giovane e oramai determinata a squarciare il cielo plumbeo che la opprime, e per proseguire la corsa al proprio potere nucleare.

La guerra in Europa ha già provocato gravissime conseguenze economiche e umanitarie per la crisi del grano. L’Africa – dove il pane conta ancora assai più del companatico – ne sta pagando il prezzo più alto. Ma la paura delle conseguenze della guerra, le sanzioni necessarie contro Mosca e la rottura delle filiere di fornitura delle materie prime e delle commodities energetiche di cui la Russia è fornitore globale hanno svegliato lo spettro siamese dell’inflazione e della recessione. L’inflazione è altissima negli Stati Uniti, alta in Europa e non è più lo strumento controllato di politica monetaria che veniva evocato pochi anni fa, ma assume le sembianze del genio scappato dalla lampada. La recessione è leggera negli Stati Uniti, più marcata nell’Unione Europea. In entrambi i continenti si faranno i conti con la capacità fiscale delle rispettive aree e sulla possibilità di finanziare manovre correttive e di rilancio.

Nei Paesi democratici, le sfide poste dalla guerra non hanno compattato il dibattito politico, anzi. Negli Stati Uniti, dopo il mezzo passo falso di Trump nelle elezioni di midterm, vedremo nel 2023 se l’ex Presidente proverà a riprendersi il partito per tentare una seconda corsa. Certo è che, a questo fine, Trump sta cercando di mobilitare l’ala più estrema e irriducibile del suo elettorato, in un continuo gioco di destabilizzazione delle istituzioni e di delegittimazione dei suoi avversari, interni ed esterni. Con toni meno radicali, anche l’Europa continua a vivere un confronto duro fra politiche sovraniste e comunitarie: nonostante i continui richiami di Bruxelles alla solidarietà, nelle discussioni di questo anno e presumibilmente del prossimo, il richiamo all’interesse nazionale è tornato a farsi sentire con forza.

Transizione, serve un maggior realismo
Nel mondo dell’energia – il nostro “World of Energy” – gli eventi hanno costretto istituzioni, cittadini e operatori a un brusco riallineamento del dibattito alla durezza della realtà. Qualche anno fa era normale discutere di energia ancorando scenari e decisioni allo schema del “trilemma”, come progredire cioè garantendo un equilibrio fra transizione, sicurezza degli approvvigionamenti, competitività dell’economia. Poi, dopo la COP di Parigi del 2015 e l’accelerazione impressa in Europa dal Green Deal e dai movimenti ambientalisti, l’attenzione si è spostata quasi esclusivamente sulla transizione, dando per implicito che il processo si sarebbe potuto svolgere senza vincoli esterni, in un contesto pacifico, e senza impattare sugli altri due vertici del triangolo. Il Covid prima, il rimbalzo economico post pandemia, la guerra in Europa hanno reso evidente che la sicurezza energetica è come la salute: la diamo per scontata fino al giorno in cui non ci ammaliamo. E anche la competitività dei sistemi economici, fra re-shoring delle supply chain, nuove dipendenze geopolitiche per i minerali della transizione, si è rivelata tutt’altro che un pasto gratis.

La transizione resta sicuramente la stella polare del percorso che istituzioni, aziende e cittadini hanno oramai scelto e metabolizzato, ma i vincoli esterni oggi pesano molto e costringono tutti ad un maggior realismo sui tempi e le soluzioni da adottare, secondo i gradi di maturità tecnologica ed industriale disponibili.

Per tecnologi e utilizzatori compulsivi delle opportunità digitali, il 2023 potrebbe darci una risposta ad altre tre domande: il futuro di Twitter dopo il passaggio nelle mani di Elon Musk; quello del Metaverso, nuova frontiera o bolla in procinto di scoppiare; infine, il destino delle criptovalute. Fragile, frammentato, polarizzato. Molto popolato. Con nuove domande cui dare risposta e vecchie certezze che si sono sgretolate, questo è il mondo che ci aspetta nell’anno che verrà.

Lapo Pistelli è Director Public Affairs di Eni dal 1 luglio 2020. Dal 1996 al 2015 è stato membro del Parlamento Italiano ed Europeo. È stato anche Vice Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale. Ha svolto attività di docenza presso l’Università di Firenze, l’Overseas Studies Program della Stanford University e altre università straniere.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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