Non si butta via nienteL’energia serve tutta, non sono quella prodotta dalle rinnovabili

È necessario investire in tutte le filiere, senza trascurare le fonti tradizionali, perché è il miglior modo per fronteggiare le debolezze strutturali del sistema energetico europeo

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 55 di We – World Energy, il magazine di Eni

Le fonti alternative sono importanti ma non risolutive
Arriveranno anche le fonti alternative, quelle che tutti noi vorremmo fossero più importanti, ma il loro contributo non può essere risolutivo nei prossimi anni. Aiuteranno la diversificazione e ridurranno le emissioni totali di gas climalteranti; tuttavia, rimarranno su una posizione marginale, non distante da quella odierna. Emblematico, anche per il prossimo 2023, è quanto sta accadendo quest’anno in Italia, nel pieno della crisi. Sotto pressione della politica, si cerca giustamente l’accelerazione della costruzione di nuova capacità da fotovoltaico e da eolico, con un incremento dell’ordine di 5 miliardi di chilowattora, che porterà il totale per la prima volta oltre i 50 miliardi di chilowattora. È un traguardo positivo, ma rappresenta sempre il 17 percento del totale della domanda. Peraltro, questo si verifica in un momento di eccezionale siccità nell’ultimo anno che ha portato ad un crollo delle piogge e della produzione idroelettrica.
Nel 2022 il calo dell’idroelettrico sarà dell’ordine del 30 percento, circa 15 miliardi di chilowattora in meno rispetto all’anno prima, calo che vanifica di tre volte l’aumento delle nuove rinnovabili. L’intermittenza stagionale, oltre a quella giornaliera, è la grande limitazione fisica che impedisce alle rinnovabili di diventare più importanti nell’immediato e nei prossimi anni. Crescono poco nonostante siano molto convenienti, perché i loro costi sono enormemente più bassi dei prezzi di vendita. Per l’eolico non si arriva a 100 euro per megawattora, mentre il fotovoltaico ha costi anche verso i 50 euro. I prezzi della borsa elettrica, dove possono vendere anche i produttori da rinnovabili, sono da mesi sopra i 250 euro per megawattora, tenuti alti dal fatto che risentono delle quotazioni del gas. La crisi del gas rende ancora più pressante e opportuno accelerare sulle rinnovabili, ma le loro limitazioni fisiche ne impediscono una crescita più veloce.
Conta una maggiore stabilità del mercato
La soluzione per avere prezzi del gas più bassi sta nel ristabilire maggiore equilibrio in un mercato dove, a causa della guerra, è venuto meno il 40 per cento dell’offerta, 155 miliardi metri cubi che l’Europa prendeva dalla Russia, di cui 29 per l’Italia. Sostituire nell’arco di pochi mesi questi volumi non è possibile e, anzi, saranno necessari anni per ricostruire quelle infrastrutture che dovranno portare altro gas verso l’Europa. L’altra soluzione, praticabile nel breve termine, è quella di ridurre i consumi, ossia la domanda, attraverso un calo dell’attività economica, o, addirittura, attraverso il razionamento. Nel primo caso si tratta dell’effetto delle bollette che le imprese non riescono più a pagare, perché superiori fino a 4 volte a quelle di un anno prima, e che le obbligano a tagliare i consumi. Il razionamento è la conseguenza di tagli alle forniture che si potrebbero rendere necessari in quei giorni di picco della domanda per il freddo, nei mesi di gennaio e febbraio, quando anche le scorte faranno fatica a fronteggiare le richieste.
In ogni caso, nel 2023 la situazione resterà segnata da instabilità, con oscillazioni violente delle quotazioni e con le bollette delle famiglie e le fatture delle imprese che seguiranno, con più lentezza, questi movimenti. Saranno ancora le borse, in particolare quella di Londra dell’Intercontinental Exchange (ICE) di Londra, che guideranno tutta la struttura dei prezzi dell’energia. È anche su questi che si concentra molta dell’attenzione dei regolatori, tentati di intervenire sulla spinta del mondo politico che li vede come uno strumento della speculazione.
In questo periodo di caos totale, originato dalla follia della guerra, le borse hanno espresso indicazioni altamente significative attraverso i loro prezzi. Certo, hanno problemi di efficienza, sono poco liquidi, hanno un’importanza eccessiva rispetto alla dimensione del mercato fisico. Tuttavia, non ci sono alternative in Europa e le quotazioni del TTF (Title of Transfer Facility) hanno anticipato molto bene gli avvenimenti. Il TTF era stato in forte salita già dal giugno del 2021 e sembrava ingiustificata la sua corsa da 30 euro per megawattora a 50, diventati poi 80 euro, perché la guerra era un evento che razionalmente si pensava non potesse accadere.
Invece, ha avuto ragione il mercato del TTF, perché poi la guerra è arrivata, il 24 febbraio 2022. In un contesto in cui impera il disordine, i mercati, con la loro instabilità, hanno dato indicazioni significative. Sono sempre, nonostante i vari problemi, il risultato di decisioni di acquisto e vendita di migliaia di operatori, tutti accumunati, anche gli speculatori, dal fatto di dover prendere le decisioni migliori in base alle informazioni loro disponibili. Questo è il beneficio dei mercati altamente liquidi e anche finanziarizzati, il diffondere in maniera ampia, aperta e senza limitazioni le informazioni.
Quello che ha fatto il TTF è stato indicare che chi comprava sempre al rialzo, fino a portare i prezzi da 20 a 100 euro per megawattora a fine 2021, aveva il timore che arrivasse una guerra che avrebbe determinato una drammatica scarsità di offerta. La maggioranza degli osservatori giudicava come folle questa eventualità, ma poi si è rivelata corretta e la spirale al rialzo non solo è diventata sensata, ma poi è continuata su tutto la rimanente parte del 2022.
Guardando al futuro
Riconosciuti pregi e difetti del mercato TTF, è utile provare a ricavarne qualche informazione per il futuro. Ad esempio, osservando il grafico, si può notare che il primo ottobre 2020 la curva forward era piatta e i prezzi per il 2021 venivano previsti stabili a 15 euro per megawattora. La linea arancione non è altro che la serie di prezzi fissati il primo ottobre 2020 per i contratti che avevano scadenza nei mesi successivi fino al 2022. Allora, quando la guerra era ancora lontana, la previsione per i prezzi di inizio 2022 era di 14 euro per megawattora; poi, invece, il prezzo è salito abbondantemente sopra i 100 euro.
Dalla crisi in poi, da fine 2021, le curve per il futuro indicano sempre un ribasso, in quanto partivano da valori molto alti e le riduzioni erano scontate. Quando le quotazioni delle scadenze future sono più basse, allora si dice che il mercato è in deporto, o backwardation. Nella situazione contraria, con prezzi riferiti al futuro più alti, si è in riporto, o contango. Le ultime curve di fine novembre 2022 indicano un calo dei prezzi nel 2025, ma verso i livelli che, con il passare dei mesi si sono alzati e sono fermi a 100 euro. In sostanza i mercati ci stanno dicendo che i prezzi del gas rimarranno a lungo molto alti. La speranza è che si sbaglino, come spesso è accaduto in passato.
È possibile, quasi doveroso, criticare il mercato per eccesso di finanza, ma si tratta dei soliti problemi che vengono tirati fuori per giustificare qualche tentativo di intervento volto a limitare i prezzi d’imperio. Altre volte il puntare il dito contro la speculazione è un pretesto per evitare di affrontare i problemi più seri, che sono sempre quelli dei fondamentali, quelli semplici, come aumentare l’offerta e come ridurre i consumi. In questo paradosso è finita molta della politica europea che, di fronte alla drammaticità della crisi e con pochi strumenti di intervento a disposizione, è finita spesso ad accusare di scarsa efficienza i mercati, così da liberarsi dagli obblighi che invece le derivano per riportare ad equilibrio i fondamentali. Per un anno la politica europea si è concentrata sul tetto al prezzo, facile slogan che, con il trascorrere dei mesi, è diventato più complicato, difficile da applicare e, sostanzialmente, poco utile per fare calare i prezzi.
Qualcosa è stato fatto sul fronte dell’aumento dell’offerta, attraverso i rigassificatori, in arrivo con molto ritardo, mentre la produzione interna in Europa, in particolare in Olanda e in Italia, continua a calare. Lo spostamento sul carbone è avvenuto in maniera silenziosa, quasi di nascosto, per lo più in Germania, nell’ex Germania dell’Est, dove si concentra molta della capacità che si voleva già da tempo chiudere.
In Italia, il paese con la Germania più esposto alle importazioni dalla Russia, si è proceduto con troppa lentezza alla riapertura di centrali a carbone. Sono state riaccese quelle che erano state da poco chiuse, ma si poteva fare di più per far ripartire quelle chiuse da tempo. In vista di problemi un po’ più gravi nel 2023 per carenza del gas russo sarebbe urgente che in tutta Europa si riattivasse più velocemente la capacità a carbone messa da parte negli anni passati. Si tratta di riaperture momentanee, solo per la durata della crisi, in attesa che le tensioni si attenuino quando arriveranno più gas o più rinnovabili; dopo di che si potranno richiudere.
Un aiuto importante potrebbe venire dal nucleare, come accaduto in Germania, dove la chiusura di tre centrali è stata rimandata almeno di un paio di anni. Tuttavia, per il nucleare si sta profilando una crisi anche peggiore di quella del gas, perché di metano nel mondo, sotto terra, ce n’è tantissimo e si tratta solo di portarlo ai mercati con nuovi investimenti che necessitano di due o tre anni per essere realizzati, ma poi arriveranno. Invece, il nucleare francese, quello che è in crisi, non è sostituibile, non nel breve termine, né nel medio termine. Realizzare nuova capacità in Europa, e anche in Francia, è sostanzialmente impossibile, soprattutto per l’ostilità a questa tecnologia.
I tre reattori in costruzione in Europa, uno in Francia, uno in Inghilterra e uno in Finlandia, questo in fase di avviamento, dimostrano l’impossibilità di costruire decine di nuovi impianti in grado di sostituire quelli vecchi. Da qui la spiegazione dei continui alti prezzi dell’elettricità che arrivano dalla Francia e che tengono alti i prezzi del resto d’Europa, dando così un sostegno indiretto ai prezzi del gas. Paradossalmente, proprio adesso che manca gas dalla Russia, serve urgentemente capacità a gas per la Francia, l’unica in grado di compensare la fermata delle vecchie centrali nucleari.

Il quadro dell’energia per il prossimo 2023 per l’Europa è tutt’altro che tranquillo, con il gas che continuerà a mancare e con le difficoltà emerse con il nucleare francese, che tendono a peggiorare. Da qui l’esigenza urgente di realizzare nuovi investimenti in tutte le filiere energetiche, ovviamente a partire da quelle delle fonti rinnovabili, senza però trascurare le fonti tradizionali, in particolare quelle del gas, le uniche che ci possono salvare nel breve, medio e lungo termine.

Davide Tabarelli è presidente e cofondatore di Nomisma Energia, società indipendente di ricerca sull’energia e l’ambiente con sede a Bologna. Ha sempre lavorato come consulente per il settore energetico in Italia e all’estero, occupandosi di tutti i principali aspetti di questo mercato. Pubblica sulle principali riviste dedicate ai temi energetici.

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