Spoon RiverIl fallimento delle non riforme prodotte dal bipolarismo italiano

Un sistema inchiodato dal disconoscimento dell’altra parte e dall’opportunità concessa alle posizioni più estreme di porre il veto su qualsiasi provvedimento che potesse portare a un cambiamento reale ha ingessato il Paese. È qui che si crea lo spazio per il Terzo Polo

(Unsplash)

Il 22 aprile del 1992, con la caduta del primo governo Amato, si chiuse un’importante fase storica: la Prima Repubblica. L’Italia era la quinta potenza economica al mondo, il suo Pil era superiore a quello del Regno Unito e abbastanza vicino ai valori di quello francese. Da allora, in questo Paese si sono succeduti diciannove esecutivi di cui nove di centrosinistra, quattro tecnici, cinque di centrodestra e uno grillino/leghista.

Il sistema bipolare ha prodotto una schizofrenica produzione di riforme legislative in tutti i campi (diritto societario, sistema presidenziale, giustizia, appalti, lavoro ecc.) senza mai affrontare i nodi cruciali che imbrigliano le nostre potenzialità. Anzi. Nel mondo del lavoro si sono accordate maggiori garanzie a chi era già protetto e non ci si è preoccupati di chi realmente veniva sfruttato, creando, di fatto, due macro categorie di lavoratori: coloro che si possono permettere qualsiasi comportamento, sicuri di un’impunità, e coloro che vengono minacciati, sfruttati e sottopagati.

Si è tentata la riforma della giustizia tante volte ma nessuno ha mai intaccato la folta selva di normative che si intrecciano tra di loro, rendendo soggettiva e opinabile qualsiasi interpretazione. Abbiamo processi interminabili, ma nessuno ha mai osato mettere in discussione i giudici che godono di privilegi come in nessun altro sistema giudiziario al mondo e non devono di fatto mai rispondere del loro operato neanche in caso di gravi errori o omissioni.

Gli appalti vengono affidati attraverso riti bizantini che dovrebbero garantire l’imparzialità ed equità, ma che sono solo lo scudo per rendere irresponsabili i vertici delle pubbliche amministrazioni che, spesso, operano scelte in maniera del tutto discrezionale e discutibile.

La meritocrazia è un concetto diventato astratto e avulso dalle dinamiche sociali ed economiche del nostro Paese e ciò ha prodotto una mortificazione delle migliori risorse di cui potremmo disporre. La nostra istruzione era un fiore all’occhiello di un Paese che era cresciuto grazie allo sviluppo delle competenze e alla crescita culturale, mentre adesso le nostre università, tranne alcune eccellenze, sono tra le ultime in classifica tra in Occidente e l’apprendimento dei ragazzi nelle scuole dell’obbligo ha raggiunto livelli imbarazzanti.

Tutto questo ha avuto conseguenze serie.

L’Italia, negli ultimi trenta anni, è cresciuta meno di tutte le altre nazioni dell’area Ue. Il Pil, tra cadute clamorose (2008 e 2020) e rimbalzi, è cresciuto meno dell’1% all’anno, mentre il Pil della Germania, nello stesso periodo, è cresciuto di oltre il 60 per cento. Negli Stati Uniti è addirittura triplicato, nel Regno Unito è raddoppiato mentre è cresciuto per n volte quello di Corea del Sud e Cina. Senza la creazione di ricchezza, anche ogni pretesa di redistribuzione verso i ceti più deboli diventa velleitaria. Ad andar bene, crea solo deficit e quindi debito per le prossime generazioni.

Il bipolarismo ha fallito. Un sistema inchiodato dal disconoscimento dell’altra parte e dall’opportunità concessa alle posizioni più estreme di porre il veto su qualsiasi provvedimento che potesse portare a un cambiamento reale ha ingessato il Paese.

È il tempo di cambiare, di riunire le migliori energie riformiste e liberali in uno sforzo politico vero. In Europa, e non solo, hanno capito bene che il mercato ha bisogno di poche regole ma chiare, che il rapporto tra politici ed elettori non si può più reggere su promesse non mantenibili, che la sostenibilità include una quota di doveri anche per i cittadini, che la redistribuzione non è un’ideologia ma una conseguenza della crescita.

Ecco perché la svolta massimalista del Pd con Elly Schlein può rappresentare una grande opportunità per l’area politica che il Terzo Polo ambisce a rappresentare: finisce l’ambiguità di un partito che voleva essere di centro ma anche di sinistra, di tutto e il suo contrario.

Si libera uno spazio che diventerà sempre più grande anche grazie alla fine prossima e inevitabile del berlusconismo. Un terreno fertile sul quale nascerà la Terza Repubblica e con questa, si spera, un periodo di crescita culturale, sociale ed economica. Un percorso interrotto negli ultimi trenta anni dalla contrapposizione, del tutto ideologica, di un bipolarismo che ha finito per mortificare questo Paese.

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