Ecce autoIl gelido pomeriggio del 1899 in cui nacque il mito del cavallo della Ferrari

Alla guida della prima automobile mai comparsa a Modena c’è Fredo Ferrari, padre di Enzo. Enrico Brizzi racconta per HarperCollins la giovinezza del fondatore della scuderia nel primo volume di una saga dedicata al «Signore delle Rosse»

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Appena Gisa si riebbe dalla meraviglia di vedere Fredo alla guida del De Dion, orgoglioso come l’auriga del mitico carro del sole, un pensiero la fece raggelare: quella voiturette dalla carrozzeria turchese doveva essere costata una fortuna.

Ormai s’era impadronito di lei l’orribile sospetto che il marito avesse sostenuto metà della spesa, indebitandosi a vita, e dal momento che in Emilia sono le donne ad amministrare le finanze di casa, sentì il sangue andare alla testa.

«Aspetta, Fredo!» gridò prima che gli ambasciatori del progresso si allontanassero tra due ali di folla. «Dov’è che corri?»

Il guidatore non le prestò attenzione, così Gisa si gettò in strada col figlio maggiore per mano e il piccolo Enzo stretto in braccio. Risalì senza complimenti il drappello dei Notturni, si fece largo fra mocciosi e quadrupedi, e appena riuscì ad affiancare il marito gli ruggì addosso:

«Non eri al lavoro, tu?». «Tesoro!» esclamò lui, meravigliato di trovarsela accanto e, rallentando l’andatura, le sorrise beato. «Hai visto?» domandò. «Alla fine ce l’abbiamo fatta!»

«Ti credevo in officina» protestò lei, marciando al passo con la vettura.
«Volevamo fare una sorpresa» bofonchiò suo marito, mentre Leonida decantava a gran voce le virtù degli automobili, gli scintillanti draghi dal fiato arroventato che s’apprestavano a colonizzare le strade d’Europa.

«È riuscita una carnevalata!» osservò lei con un cenno alla folla che li assediava, e subito si peritò di aggiungere: «Comunque ’sto trabiccolo fa una puzza orrenda».

Lui si strinse nelle spalle. «Butta un po’ di fumo» concesse, staccando la destra dal volante per salutare a sua volta i concittadini. «Ma non è una meraviglia?»

«Quante arie che ti dai!» osservò Gisa, irritata, e andò dritta al punto: «Giurami che non hai fatto debiti, boione!». «Ne parliamo a casa» mormorò lui, in un tono implorante che non si capiva se fosse un proposito o una domanda.

Allora lei allungò il fagotto dal quale sporgeva il visetto di Enzo verso il guidatore e mugolò esasperata: «Hai delle responsabilità, Fredo! Io sono quasi andata all’altro mondo per dare alla luce i nostri figli, e tu devi pensare al loro futuro!».

Fredo annuì grave, abbassando le palpebre sotto gli occhialoni. Il parto del maggiore era stato complicato, il secondo addirittura drammatico. Erano serviti due giorni e due notti, prima che la puerpera e il neonato fossero dichiarati fuori pericolo, e solo a quel punto lui s’era spinto all’anagrafe per denunciare la nascita di Enzo.

Rabbrividì nel ripensare a quei momenti, relegati in una piega angosciosa della memoria, e provò un bisogno fisico di guardare i suoi figli; sorrise a Dino, che filava di buon passo accanto alla vettura supplicando di essere preso a bordo, quindi rivolse uno sguardo colmo di tenerezza al piccolo di casa che, risvegliato dal trambusto, chiosava il battibecco dei genitori coi suoi versi di bebè.

«Se levi il pane di bocca ai bambini per soddisfare i tuoi capricci, giuro che ti strappo gli occhi.» Gisa riprese a tormentarlo. Fredo provò la tentazione di dare gas, ma al dunque si sporse verso di lei e sussurrò: «È stato Leonida a sobbarcarsi la spesa. Te lo giuro, tesoro».

«Spero per te che non sia una balla» lo minacciò Gisa, e aggiunse un’ottava sotto: «Ti crederò solo quando avrò visto i conti della banca». «E fammi un sorriso, bella donna!» la confuse Fredo. «Sei la moglie del primo automobilista della città! Non ci pensi che, un giorno, i nostri figli ne saranno orgogliosi?»

Gisa gettò un’occhiata alla gente che applaudiva da sotto il portico, e d’un tratto si sentì gravare addosso la mole di spiegazioni che avrebbe dovuto fornire nei giorni a venire. «Ne parleranno per mesi» esalò. «Lo verranno a sapere anche a Marano».

«Perdiana!» gridò di soprassalto Leonida afferrando la spalla dell’amico. «Quella bestia è impazzita!» e il guidatore realizzò che a man destra, venti passi avanti al muso dell’automobile, un campagnolo in cappa e gambali di cuoio stentava a trattenere per la cavezza un cavallo morello.

«Via, Gisa!» intimò Fredo. «Metti in salvo i bambini!» e, mentre lei trascinava la prole al riparo del colonnato, azionò con energia la tromba d’avviso.

Il cavallo, nell’udire quel richiamo, diede un nitrito disperato e imbizzarrì in via definitiva, quasi riconoscesse nella vettura che avanzava verso di lui un predatore mortale: provò a scalciare, fece scintillare il lastricato con i ferri che portava agli zoccoli e, per quanto i carabinieri dessero man forte al suo proprietario, trovò l’energia per scrollarsi gli uomini di dosso.

Leonida gettò a Fredo un’occhiata disperata. Fermarsi sotto gli occhi di tutta quella gente sarebbe stato uno scacco insopportabile. «Macchina avanti tutta!» Gisa sentì gridare mentre il morello, in preda al fomento, si rizzava sulle zampe posteriori.

«Non saranno le bizze di un animale a fermare la corsa del progresso!» Il guidatore azionò la leva del cambio di marcia, la vettura diede un rauco colpo di tosse e prese velocità; adesso filava scoppiettando verso Porta Bologna, e il corteo degli ammiratori non riusciva più a starle dietro.

«Il babbo va addosso al cavallo!» strillò Dino, e Gisa si avvide che anche il bimbo infagottato tra le sue braccia fissava la scena a occhi sbarrati. «Buono, Enzino» si raccomandò, scuotendolo dolcemente come faceva quando accennava un pianto.

«Va tutto bene» ma il piccolo non sembrava sul punto di frignare, anzi pareva ipnotizzato da quello spettacolo inaudito: gli sforzi degli uomini per ridurre il destriero schiumante alla ragione, i fasci di muscoli che guizzavano sotto il mantello corvino, una nuova impennata.

E, ancora, i versi striduli della tromba, le grida che salivano d’attorno, il tremore improvviso che sembrava scuotere il corpo di sua madre; finalmente, la traiettoria ampia della curva con cui Fredo, arrivando a rasentare i paracarri dei portici, passava con maestria al largo dal pericolo.

Quando si ha avuto la sorte di vedere cose straordinarie coi propri occhi non c’è bisogno di inventare nulla: fu così e in nessun altro modo, signore e signori, che in un gelido pomeriggio del 1899 l’automobile e il cavallo apparvero per la prima volta a Enzo Ferrari.

© 2023 Enrico Brizzi – Pubblicato in accordo con MalaTesta Lit. Ag. Milano
© 2023 HarperCollins Italia S.p.A., Milano

Da “Enzo. Il sogno di un ragazzo” di Enrico Brizzi, HarperCollins464 pagine, 20 euro.

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