Il coraggio di contareLe riforme istituzionali e l’ultima chiamata per il centro liberale

Non ci sono più le condizioni politiche per riproporre all’infinito lo schema del centrosinistra. Il terzo polo può riposizionarsi dando vita a una nuova e inedita alleanza con la destra, favorita da una comune visione atlantista. A patto che si ponga alla guida culturale del processo di rinnovamento

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Si dice centro, ma si intende centrosinistra. Almeno fino a oggi è stato così. Tanti nell’area politica che fa riferimento al terzo polo, infatti, parlano di una formazione di centro che si dica equidistante da destra e sinistra, ma in realtà ritengono che l’unica alleanza possibile sia a sinistra, ponendo come unica condizione l’esclusione dei Cinquestelle. 

Il centrosinistra nacque nei primi anni sessanta, grazie a un’intuizione di Pietro Nenni. L’alleanza del centro, la Democrazia Cristiana, con la sinistra, il Partito Socialista Italiano, fu la formula di governo che per decenni meglio rispose a quanto richiedeva il quadro politico. Fu la formula più compatibile con l’impostazione costituzionale di stampo catto-comunista che, in omaggio alle condizioni geopolitiche del tempo, caratterizzò la Repubblica. 

Quella formula ha favorito il progresso e lo sviluppo del Paese, ma ha inevitabilmente generato nel tempo una cultura politica e civile di stampo burocratico, statalista, assistenzialista, producendo gli effetti che sono oggi sotto gli occhi di tutti. Queste condizioni non sono più sostenibili sul piano economico e sociale né coerenti sul piano geopolitico e la necessità di dare vita a una Seconda Repubblica incentrata su principi liberali, appare sempre più evidente. 

Bettino Craxi, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, in tempi e modi diversi, lo intuirono. Craxi la chiamò «modernizzazione», ma non riuscì a creare le condizioni politiche per realizzarla; Berlusconi la chiamò «rivoluzione liberale», ma si concentrò più sulla sua celebrazione che non sulla sua realizzazione; Renzi, vittima della sua sagacia tattica, cercò senza successo una scorciatoia col referendum del 2016. Tutti ne sono usciti sconfitti e tutti, diciamolo, sono stati ferocemente ostacolati da chi nella Prima Repubblica c’ha sguazzato e ci sguazza senza ritegno. 

Oggi le condizioni sono mutate ed è divenuto urgente procedere. Chi può prendere la leadership di questo processo innovatore? Di certo non chi pensa a una riedizione del centrosinistra, cioè gli eredi di chi costruì la Prima Repubblica. Per questa ragione il centro liberale di oggi, se ha in animo di guidare questo processo, è chiamato a immaginare un nuovo posizionamento. 

La possibilità di dare vita a una nuova e inedita alleanza è favorita da una comune visione atlantista, espressa dal supporto senza riserve alla causa ucraina. Il terreno su cui far germogliare questa possibilità è quello delle riforme istituzionali, riforme che, se portate avanti da una leadership liberale, possono avere l’ambizione di un’innovazione non solo tecnicistica, ma profondamente culturale. I liberali del terzo polo non possono più sottrarsi alle ragioni storiche e strategiche che chiamano a un nuovo posizionamento, oggi suggerito, dopo l’implosione del terzo polo riformista, anche da ragioni tattiche. 

Le riforme istituzionali rappresentano l’ultima chiamata. I centristi possono limitarsi a fare i grilli parlanti giudicando e negoziando le proposte della destra o possono scegliere di porsi alla guida culturale del processo di riforma, nell’ambito di una nuova e inedita alleanza. Questa seconda, coraggiosa scelta, rappresenta l’unico viatico possibile per una Seconda Repubblica che segni davvero una rinascita del Paese. 

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