Quasi viviInterpretare un ruolo può cambiare il mondo (anche senza darlo a vedere)

L’attore francese Omar Sy racconta come sceglie le storie da portare sul grande schermo «I personaggi che ho interpretato hanno tutti una caratteristica che in me risuona profondamente: rappresentano persone invisibili che però esistono e le cui vite contano e meritano di essere raccontate»

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Reagire, rispondere. Impegnarsi, scegliere da che parte stare. Essere a favore, lavorare contro. La pretesa è pressoché continua, come se fosse sempre necessario avere un punto di vista, un’opinione politica. Ma se sognare fosse invece un altro modo di riflettere sul mondo? E se raccontare storie significasse ricostruire quel mondo? E se il fatto di fare dei film potesse cambiare il mondo, senza darlo a vedere? Spesso mi viene chiesto quale sia l’“approccio politico” che mi guida, quale messaggio io abbia voluto trasmettere scegliendo di fare un film oppure un altro. E questa domanda mi dà sempre fastidio, perché io non me la pongo mai. Io faccio semplicemente dei film. Per fare questi film, pesco nelle vite e nei mondi che mi animano, che voglio mostrare e che hanno un senso per la persona che sono: un francese di origine senegalese-mauritana; un musulmano cresciuto in un quartiere popolare; un uomo che ora trascorre metà del suo tempo negli Stati Uniti e i cui figli sono di casa in tre continenti.

Questo viaggio cinematografico risale alla mia interpretazione dell’improbabile badante Driss nel film Quasi amici (2011), un personaggio la cui popolarità mi ha portato altri ruoli. Ho interpretato il ladro Assane Diop nella serie Lupin, il clown protagonista del film Mister Chocolat, l’immigrato senegalese Samba Cissé nella commedia drammatica Samba e il padre e soldato Bakary nel dramma storico Tirailleurs.

Ho fatto miei questi personaggi perché hanno tutti una caratteristica che in me risuona profondamente: rappresentano persone invisibili delle quali scopriamo che hanno un nome, dei genitori, una storia. Persone che esistono e le cui vite contano e meritano di essere raccontate. Attraverso Bakary, ho raccontato delle vite che sono sprofondate nell’oblio, quelle dei soldati di fanteria africani che, durante la Prima guerra mondiale, hanno combattuto con coraggio per la Francia e sono morti in una guerra che non era la loro. E, attraverso Assane, ho raccontato la storia di un immigrato senegalese che è cresciuto in Francia, ma è rimasto ai margini della società.

Che siano il frutto dell’immaginazione o che siano invece realmente esistiti, personaggi di questo tipo mostrano una fondamentale realtà: gli individui come Assane e Bakary sono tutto intorno a noi, ma spesso non li vediamo. Fare cinema è proprio questo: inventare delle persone e aprire delle nuove possibilità. Collegare con un ponte ciò che è immaginario a ciò che è reale e poi dire: «Dai, attraversiamo questo ponte!».Condividere con il pubblico queste storie, e non importa se esse siano frutto di invenzione o se arrivino invece direttamente dagli orrori dell’umanità, significa aprire una strada tra un sogno che non ha limiti e una realtà che è invece ben delimitata.

Quando ero bambino nel sobborgo parigino di Trappes, mi sedevo nel corridoio dell’appartamento dove vivevo con i miei genitori e i miei fratelli. Lì, giocando spensieratamente e saltando su e giù dai mobili, mi raccontavo delle storie e mi sentivo come se avessi girato una chiave e avessi aperto la porta dei sogni. Per queste storie, attingevo dal mio ambiente. Nella nostra casa c’era l’atmosfera movimentata di una famiglia numerosa e c’era una cacofonia di lingue, dal fula al francese. E fuori c’era il trambusto incessante di una città che brulicava di gioie e di ansie e che riecheggiava tra le mura della nostra vita di tutti i giorni. Tutti questi ingredienti hanno formato un’accogliente bolla di solitudine nella quale mi sono rifugiato. Qui ho incontrato dei personaggi. Sono state disegnate delle scenografie. Sono state scritte delle trame. Sono stati costruiti dei mondi. Stavo sperimentando il potere dell’immaginazione e la sua magia. E, anche se nella mia giovane mente pensavo che stavo immaginando la realtà, stavo invece sfuggendo alle sue catene. Ero entrato nel mondo del cinema senza saperlo. Quelle storie che ho inventato da bambino hanno modellato l’adulto che sono oggi. Posso aver lasciato il corridoio di quell’appartamento, ma non la mia bolla creativa.

Ora le storie che contribuisco a raccontare sono dipinte su una tela più ampia ed esistono ben oltre la mia persona. Ciò avviene perché gli altri vi si trovano rappresentati? O perché vi riconoscono una parte del loro mondo che avevano dimenticato? O perché così riescono a venire a patti con i loro difetti? Non spetta a me fornire le risposte a queste domande.

Le persone che appaiono in queste storie possono essere inventate, ma le modelliamo in un’immagine di quello che siamo. Sono un riflesso e una rifrazione di tutto ciò con cui ci siamo dovuti misurare e di tutto ciò a cui aspiriamo. Sono la sintesi dell’eredità che abbiamo ricevuto e di quella che desideriamo tramandare. Quando vengono condivisi, questi racconti – questi sogni – assumono la forma di una nuova realtà. Essi possono circolare e suscitare emozioni. Possono suscitare speranza, un qualche particolare stato d’animo o un movimento collettivo capace di aprire prospettive nuove. E possono illuminare coloro che dormono nell’ombra e cambiare, silenziosamente ma profondamente, la loro vita.

© 2022 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND OMAR SY

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