Cronaca di 31 anni faL’impotenza degli italiani sulla morte annunciata di Paolo Borsellino

In "La mia Battaglia", il regista Franco Maresco conversa con la celebre fotoreporter palermitana sul periodo delle stragi mafiose: «Quei giorni erano inimmaginabili prima che fossero vissuti. Una tensione e un’attenzione collettiva come quella non la vivremo più. Perché ci andava di mezzo l’orgoglio stesso di tutta una società e della sua cultura»

LaPresse

Queste conversazioni coprono un tempo lungo tre anni, dal 2017 al 2019. Sono state raccolte a margine del film La mafia non è più quella di una volta (2019) – che vide partecipe nella realizzazione Rean Mazzone, già produttore di Totò che visse due volte e Belluscone –, ma nessuna parte di esse è poi finita all’interno della pellicola. Sono momenti di pausa, di attese, di trasferimenti da un luogo a un altro, in cui Franco Maresco interroga di continuo Letizia Battaglia sui temi più disparati e più inusuali. Si era instaurata tra di loro una tensione dialettica molto forte, per cui l’obiettivo del regista era non permettere a Battaglia di annoiarsi. Ogni momento di silenzio veniva riempito da domande incalzanti, stemperate dal clima familiare e ironico che Maresco le aveva creato intorno durante le riprese.

Franco Maresco: 23 maggio 1992. Ti ricordi dov’eri in quel momento? 
Letizia Battaglia: Ero da mia madre. Ogni domenica andavo da lei perché aveva il morbo di Parkinson. Stavamo guardando qualcosa in televisione e, tutto a un tratto, le trasmissioni vennero interrotte. Un annunciatore riferì che era successo qualcosa in un’autostrada a Palermo. Avevamo alle spalle una serie di terribili omicidi, avevamo già un’incredibile tensione addosso. Non seppi fare altro che chiamare un taxi. E invece che sull’autostrada, andai al pronto soccorso. Avevano detto che Falcone e la moglie Francesca Morvillo erano feriti. Al pronto soccorso non li vidi arrivare. Ero andata in un posto dove loro non sarebbero mai stati portati. Io non volevo più vedere tragedie. Non volevo vedere Falcone ammazzato. Non lo accettavo. Intanto Franco e Shobha erano andati sull’autostrada a Capaci. Un fotografo ha un dovere di testimonianza, ma io forse non mi sentivo più una fotografa in quel momento. Sapevo solo che non lo accettavo tutto questo. E insieme a me c’erano tanti altri palermitani che non l’accettavano. Quel giorno fu il primo dei tanti giorni in cui la gente comune si riversò per le strade di Palermo. Era una città disperata quella che vivevo. La disperazione era di tutti nel giorno dei funerali di Falcone, e quando facemmo per solidarietà e protesta la catena umana. Furono giorni belli e terribili. Si piangeva insieme. Piangere era importante, in quel momento. E poi siamo rimasti come in attesa dell’altra strage.

Adesso, a distanza di tanti anni – con il senno di poi –, si dice che ce lo aspettavamo, sapevamo che il prossimo sarebbe stato Borsellino. A parte il fatto che Paolo Borsellino stesso lo disse. Tu credevi veramente che potesse esserci un’escalation? Non pensavi che con Falcone la misura fosse colma? Quando in luglio saltò in aria Borsellino con la scorta, c’era nella gente una specie di assuefazione. Una catalessi?
In realtà non ci aspettavamo che ammazzassero Falcone. Sapevamo che c’era questa minaccia che incombeva su di lui, sapevamo dell’odio della mafia verso di lui. Ma dopo Capaci capimmo che avrebbero ammazzato Borsellino. Lo sapeva lo Stato, lo sapevano tutti. Perché non si sapeva di Falcone e invece di Borsellino sì? Perché ormai era scritto che dovesse avvenire. La logica voleva che se si ammazza Falcone, si ammazza anche Borsellino. E Borsellino era lì, una figura tragica che fino all’ultimo incontrò la gente e soprattutto gli studenti. Lui sapeva che sarebbe stato ammazzato. E lo diceva. Lo diceva con eleganza e con pudore. Quei giorni erano comunque inimmaginabili prima che fossero vissuti. Una tensione e un’attenzione collettiva come quella non la vivremo più. Nemmeno se venisse a mancare il pane. Perché ci andava di mezzo l’orgoglio stesso di tutta una società e della sua cultura. Ci andavano di mezzo tutti i nostri valori che vedevamo frantumati. Noi non volevamo che ammazzassero Borsellino. Non lo volevamo con tutte le nostre forze. Ma non sapevamo come difenderlo.

C’era un senso di impotenza assoluta.
Di grande impotenza e di dolore. Avevamo tutti voglia di incontrarci, di discutere, di parlare, di progettare, di chiedere aiuto. Ricordo donne coraggiosissime che fecero il digiuno a piazza Politeama contro il procuratore capo, contro il capo della polizia. E questo perché non avevano permesso di partecipare ai funerali alla cattedrale di quei poveri agenti della scorta di Borsellino saltati in aria. Non c’erano solo i lenzuoli contro la mafia esposti nei balconi delle case. Quello fu un gesto di coraggio perché ogni balcone aveva un indirizzo individuabile [pausa]. Non servì a niente. Nessuna manifestazione servì a fermarli. Non ci fu difesa.

Tu in quel periodo eri impegnata politicamente e mettesti da parte la fotografia.
Sì.

Ti venne mai la voglia di essere presente con l’obiettivo per raccontare quel periodo così drammatico?
No. Mi ero stancata di raccontare. Ero entrata nella politica perché volevo lottare in un altro modo. In via D’Amelio, quel pomeriggio in cui ammazzarono Borsellino e la sua scorte, c’erano tutti i pezzi dei loro corpi sparpagliati. Io ero lì, con la macchina fotografica al collo ma non scattai niente. Gli altri fotografi lo facevano. Io non volevo, non potevo più. Non sono una vile, ho coraggio ma sentivo l’inganno. Sentivo che si continuava a raccontare, a documentare tutto questo orrore e poi non succedeva niente. L’inganno delle non risposte. Sentivo che c’era qualcosa di terribile dietro tutto questo sangue versato. Non bastava una fotografia, dieci fotografie. No, non bastavano, non sono bastate. E questo mi dava un senso di impotenza, sia come fotografa e sia come persona che voleva raccontare i fatti perché la gente prendesse coscienza. Ero in politica, ero deputato, quando ammazzarono Falcone e Borsellino. E fu l’esperienza più brutta della mia vita essere deputata in quel periodo.

(…)

Quando è morto Borsellino, hai un ricordo di dov’eri, dove ti arrivò la notizia?
Ancora una volta ero da mia madre. Era nuovamente domenica. E tutte le domeniche le dedicavo a mia madre, dopo una settimana di lavoro al giornale L’Ora. Questa volta non fu la televisione ad avvisarmi. Fu un rimbombo potente. Erano le cinque meno qualcosa. E allora chiamai la polizia. Ma poi la televisione diede la notizia. Ancora una volta presi il taxi e arrivai in via D’Amelio con la macchina fotografica. Lì c’era veramente la tragedia. Era come la fine di tutto. Di tutto. Non c’è fotografia o ripresa televisiva che possa raccontare quel disastro. Niente che possa restituire il nostro stare là. Ricordo che c’è una foto splendida di Franco Zecchin. Niente morti, sono solo dei ciottoli per terra e un gatto che vomita. Perché il gatto si era spaventato a quel boato. La foto era bellissima. Fece fotografie anche mia figlia Shobha. Fecero tutti fotografie. meno io.
Non so perché avessi questo dolore così forte. Ma era un dolore che m’impedì di fare la professionista. Venivo da troppe tragedie. E poi era come se ti avessero detto: «Ammazzeranno tuo figlio». E tu sai che lo ammazzeranno. Quel pezzo di pancia che vedi là è tuo figlio [pausa]. Non ci sono parole. Non ci sono parole per raccontare quella scena apocalittica: un pezzo di auto su un albero, l’asilo dei bambini di via D’Amelio devastato. E tutti quei pezzi di corpi, per terra. Ricordo il silenzio. C’era gente che si agitava in silenzio. Tanti carabinieri, tanta polizia. E poi sparì l’agenda rossa di Borsellino. In tutto quel disastro ci fu qualcuno che mantenne i nervi saldi e sottrasse l’agenda rossa. Le prove, chissà di che cosa. E così veramente finì. Con Borsellino finì…

Non posso dire che finì la nostra vita. Finì la possibilità di sognare, di sperare sperimentando una vita più bella. Dopo fatti come questi, però, ci si rimbocca le maniche e si capisce che bisogna andare avanti. Che bisogna continuare a credere. Che la vita è bella e che ci sono pure quelli che non sono belli. Ad esempio, l’altro ieri hanno decapitato una statua di Falcone davanti a una scuola a lui intitolata allo Zen. L’hanno decapitata e usata per sfondare una porta. Dopo venticinque anni Falcone è ancora odiato da una parte di Palermo. Lui che ha dato la sua vita perché questa terra avesse regole giuste. Noi però, che facciamo parte di un’altra Palermo, lo ricordiamo. Perché lui ci dà la forza di continuare, di essere belli in questa ricerca, di dimenticare la paura e di essere anche coraggiosi. Immagino quei poveri insegnanti, quella scuola, quei bambini.

E vabbè, si va avanti. Io ci credo. Ci debbo credere. Certo, non credo che un uomo solo possa cambiare le cose, ma piano piano saremo in tanti a volere qualcosa di diverso per il nostro mondo. Intanto a Palermo, intanto in Sicilia. Intanto onorando il ricordo di questi nostri cari amici che non ci sono più.

Da “La mia battaglia – Conversazioni con Letizia Battaglia” di Franco Maresco, Il Saggiatore, 192 pagine, 18 euro

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