Architettura comunitariaIl federalismo di Bruno Leoni e il sogno di un’Europa simile agli Stati Uniti d’America

Come racconta Mario De Benedetti in “Per una teoria micropolitica del federalismo” (Mimesis), l’Ue può darsi un modello di Stato che garantisca libertà e autonomia alle sue istituzioni e agli individui che le compongono, ma deve avere ambizioni alla portata delle sue potenzialità

Europa planisfero
Nejc Soklič, Unsplash

La produzione scientifica ed intellettuale di Bruno Leoni ha toccato ambiti talmente vasti da permettere, senza nessuna difficoltà, di disegnare il profilo di una personalità eclettica e polivalente. Come noto, tuttavia, l’architettura intellettuale dell’opera leoniana poggia sui pilastri della ricerca nel campo della filosofia del diritto, sulla quale ha costruito un complesso sistema epistemologico evolutosi, fino alla prematura scomparsa, in una elaborata rappresentazione sociologica del potere basata sulla descrizione in chiave economica, giuridica e politica dei rapporti inter-individuali. La pressoché completa adesione all’individualismo metodologico di stampo weberiano e la sempre più avvertita convinzione della necessaria retrocessione dell’intervento statale nell’economia e nel mercato rendono tale autore un eminente interprete di quella corrente liberal/libertaria che fa capo alla Scuola austrica di economia e della quale Murray N. Rothbard si propone come promotore e perfezionatore in territorio statunitense.

Tuttavia, resta sicuramente incompiuta ed anche lontana dalla prospettiva libertarian la riflessione sul federalismo che all’inizio degli anni ’50 del secolo scorso, in particolare con l’entrata in vigore della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (C.E.C.A.), fino a qualche anno prima della sua scomparsa, spinge l’Autore a pubblicare diversi saggi sull’argomento che approfondiranno sempre più una trattazione teorica basata sulla diffidenza nei confronti del collettivismo economico e politico e sul timore che dalle ceneri del sistema europeo sconvolto dai conflitti degli Stati-nazione potesse emergere un gigantesco “super-Stato” centralizzato a impedire l’affermazione di un regime politico liberale basato sul liberoscambismo e sulle libertà individuali.

Un primo approccio alla tematica europeista è stato tentato dallo studioso torinese nella stesura di un editoriale apparso sul Sole 24 ore nel 1952, in cui ravvisava nella possibile elezione alla carica di Presidente degli Stati Uniti del generale Eisenhower (cosa, per altro, verificatasi), una fonte di soddisfazione degli interessi economici nord americani ed europei, in quanto la politica fiscale del candidato repubblicano si fondava sulla diminuzione del gravame fiscale sui contribuenti statunitensi.

Questo fatto, dal punto di vista del Leoni, avrebbe comportato una diminuzione degli aiuti economici all’Europa, scatenando due conseguenze importanti: una limitazione delle esportazioni da parte dei produttori americani, che sarebbe stata compensata dallo sgravio o fiscale interno generalizzato e la fine del protezionismo d’oltre oceano, che l’Europa logorata dalla guerra avrebbe dovuto cogliere come occasione di poter divenire economicamente attiva, mediante l’esportazione di prodotti e manodopera, oltre che indipendente dagli aiuti che provenivano dall’altro capo dell’oceano Atlantico.

Emerge dalla lettura di questo breve scritto la speranza della diffusione di un sistema economico liberale, in particolar modo in territorio europeo, che rappresenterebbe la chiave di volta nell’affermazione di una nuova entità in grado di costituire un superamento di quel particolarismo giuridico incarnatosi all’interno degli stretti confini degli antichi Stati-nazione.

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Nella struttura e nei discorsi che nel sistema politico ed accademico internazionale accompagnavano la nascita della nuova Organizzazione, egli intravedeva il germe di quella che avrebbe potuto evolversi in un’autorità politica sovranazionale che replicasse i poteri e le prerogative di uno Stato accentrato, accompagnato da un sistema economico di stampo dirigista ed ispirato ai piani socialisti. L’economia di mercato era vista come l’unica soluzione possibile per la strutturazione e la guida di un’unione politica ed economica tra Stati sovrani.

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Il fatto che la Russia comunista sia in totale continuità con il regime di accentramento burocratico e politico del precedente regime zarista, insieme alle abili metafore contenute nel complesso teorico marxista, pone negli osservatori esterni che sperimentano la libertà garantita dalle istituzioni liberali la strana utopia di poter coniugare la centralizzazione economica con i fondamentali teoretici di quella cultura liberal non solo europeo continentale, ma anche nordamericana che si fonda unicamente sulla ricerca di indipendenza dal potere politico ed accoglie positivamente l’interventismo statale.

È da questa riflessione che il Leoni prende spunto per elaborare le sue considerazioni più mature sul tema del federalismo, basandosi sulle evoluzioni della forma di governo presente negli Stati Uniti per poterle estendere al contesto europeo.

Partendo dalle tesi esposte in un articolo di Harold Laski del 1939, il quale intravedeva nella tendenza del Governo federale statunitense ad accentrare nel proprio seno le competenze, particolarmente quelle fiscali, precedentemente di pertinenza dei singoli Stati, la fine di quell’indipendenza e libertà politica che costituiva il carattere peculiare del federalismo americano, sacrificate in favore di un’aumentata burocratizzazione dell’amministrazione, spingono l’esame della questione verso la direzione di una evoluzione storica della teoria federale, la quale se ormai condannata alla nascita di un Omnipotent Government nei territori al di là dell’Atlantico, sembrava perfettamente adattarsi, tuttavia, alla realtà dell’Europa continentale.

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Se l’Unione federale americana era nata da un atto rivoluzionario, l’unificazione politica europea doveva conseguire ad un’alleanza basata sul perseguimento della pace tramite la rimozione di qualsiasi ostacolo legislativo al libero mercato ed anche attraverso la costituzione di un nuovo soggetto politico caratterizzato da un sistema giuridico ed istituzionale fluido, non larvato, in grado di resistere alla contingenza degli eventi storici proprio per il suo carattere evolutivo e non monolitico. L’attualità del federalismo europeo per il Leoni risiedeva proprio nella speranza che le popolazioni del vecchio continente scoprissero l’enorme funzionalità di un’unità politica di stampo liberale, capace di far assurgere il vecchio continente a nuovo competitor internazionale autonomo dalla sfera di influenza statunitense e sovietica.

Tratto da “Per una teoria micropolitica del federalismo. Bruno Leoni e la tradizione liberale tra politica, economia e diritto” (Mimesis), di Mario De Benedetti, pp. 306, 26€

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