Scusate il ritardoPerché non è così facile per le banche centrali fermare l’inflazione

Come spiega Franco Bruni in "Oltre le colonne d’Ercole" (Egea), la stretta monetaria antinflazionistica deve cercare un difficile equilibrio tra la gradualità necessaria per limitarne l’impatto sulla crescita e la rapidità che serve per fermare le aspettative di aumento dei prezzi che possono ostacolarne in seguito la riduzione

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Vale la pena, intanto, di ricordare sempre quanto l’inflazione sia costosa. Dovrebbe far parte della strategia delle banche centrali insistere sempre nel sottolineare e spiegare i suoi costi, contribuendo a creare una coscienza antinflazionistica nei cittadini, non meno che nei mercati. L’inflazione consiste in un aumento del livello generale dei prezzi, ma non avviene con la crescita parallela di tutti i prezzi. Uno dei costi principali dell’inflazione è il disordine che crea nei rapporti fra i vari prezzi, che sono importanti perché guidano le scelte di produzione e di consumo.

Inoltre, quando la velocità dell’inflazione è almeno in parte inattesa, i tassi di interesse non vi si adeguano e il loro valore reale viene senza ragione modificato in senso pro-ciclico, destabilizzante: scende quando l’inflazione è più alta delle attese e viceversa. Quando, oltre che alta, l’inflazione è molto variabile, il disordine diventa anche incertezza, una sensazione che dal sistema dei prezzi tende a diffondersi allo stato generale dell’economia, frenando gli impegni e gli investimenti a medio e lungo termine.

L’inflazione distorce dunque l’uso delle risorse, riduce la loro produttività, deforma la composizione della produzione e la struttura dei consumi. Tende a favorire i profitti di chi ha maggior potere di mercato, le rendite di chi gode di posizioni di monopolio o di oligopolio. Uno dei prezzi che tende di solito a crescere più tardi di quelli dei beni di consumo è il prezzo del lavoro, il salario. Perciò l’inflazione riduce generalmente i salari reali, salvo poi vederli d’improvviso riprendere e alimentare, dal lato dei costi, l’accelerazione dei prezzi dei beni: anche per questo provoca ingenti e ingiustificate redistribuzioni di reddito, spesso a favore dei profitti.

Redistribuisce inoltre la ricchezza dai creditori, che vedono ridursi il valore reale dei loro crediti, ai debitori, i cui debiti perdono valore reale. Questo effetto si riduce solo in parte quando i tassi di interesse si adeguano all’inflazione, costringendo i debitori a pagamenti crescenti: infatti i debiti passati non mutano i loro tassi fino a quando non scadono e devono essere rifinanziati. Tra debitori e creditori l’inflazione agisce come una tassa, percepita dai primi e pagata dai secondi.

(…) Quando la banca centrale è in grado di frenare l’inflazione, ma questa è già piuttosto elevata, c’è un diverso pericolo: che l’aumento brusco dei tassi d’interesse e la rarefazione della liquidità, indotti dalla restrizione monetaria, producano tensioni e crisi finanziarie. L’aumento dei rendimenti farà scendere i prezzi dei titoli e, in generale, il valore dei crediti, mettendo in difficoltà i creditori, che li hanno in portafoglio.

Il calo dei prezzi può contagiare la borsa azionaria e accelerare, fino a minacciare la diffusione di insolvenze. D’altro canto, l’insolvenza può anche minacciare i debitori delle banche, se crescono improvvisamente gli interessi da pagare mentre il rallentamento indotto nell’economia dalla politica monetaria contrae il loro fatturato. Per questo la stretta monetaria antinflazionistica dovrà cercare un difficile equilibrio tra, da un lato, la gradualità necessaria a limitarne l’impatto sulla crescita e sulla stabilità finanziaria e, dall’altro, la rapidità che serve per fermare le aspettative di inflazione che possono ostacolarne la riduzione. Questo equilibrio è più facilmente raggiunto se la restrizione monetaria interviene tempestivamente.

Da “Oltre le colonne d’Ercole – Ripensare le regole della politica monetaria” di Franco Bruni, Egea, 272 pagine, 20.99 euro

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