Al momento giustoLe avventure di una giovane reporter americana durante la guerra civile spagnola

La casa editrice Neri Pozza porta per la prima volta in Italia “In cerca di guai” il memoir di Virginia Cowles, catapultata dalle pagine di costume direttamente sui fronti di guerra dell’Europa degli anni Trenta

Le rovine di Guernica | Wikimedia Commons

I buchi dei proiettili, i camion in mimetica e le barricate di pietra sembravano irreali quanto una scenografia. Il sole era troppo caldo e la popolazione troppo disinvolta per essere in tempo di guerra. Solo la gente in coda trasmetteva un senso di tragedia. In una via traversa, un corteo di donne e bambini attendeva in fila davanti a una drogheria con le braccia infilate nei panieri vuoti. Chi appoggiato stancamente all’edificio e chi seduto sul bordo del marciapiede, fissando il vuoto con un’impassibilità tipica degli orientali. Code simili si formavano in tutta Madrid. In città la dieta era principalmente a base di fagioli, pane e riso, ma il cibo scarseggiava al punto che solo una minoranza di persone riusciva a essere servita. Tom disse che spesso le code proseguivano fino a mezzogiorno del giorno seguente.

Attraversammo la Puerta del Sol e Tom si fermò in una piccola bottega per dare un’occhiata ad alcune mantelle da cavallerizzo che pensava di portare in Inghilterra come regali. Per entrare dovemmo scavalcare una vecchia ambulante che vendeva cravattini anarchici rosso-neri e piccoli carri armati e aeroplanini fatti di latta, tutti ordinatamente disposti sul marciapiede. Il proprietario della bottega accolse Tom calorosamente e tirò fuori un assortimento di mantelle di varie fogge e lunghezze, con fodere dai colori vivaci. Ne discussero per un po’ e Tom promise che sarebbe ripassato. Al momento dei saluti, chiese al proprietario come andava la sua attività, l’uomo sospirò e scrollò il capo: «È molto dura, señor. Sono rimasti cosí pochi gentiluomini a Madrid». Una volta fuori, Tom commentò: «È evidente dove risiedano le sue simpatie».

Mentre percorrevamo la Gran Vía per tornare all’albergo, chiesi a Tom con quale frequenza la città venisse bombardata. Lui si fermò e consultò il suo orologio con aria pensosa. «È mezzogiorno passato, di solito ne lanciano qualcuna prima di pranzo». Pochi istanti dopo, udii un rumore simile allo strappo di un tessuto. Dapprima fu lieve, poi crebbe mutando in un sibilo, dopodiché ci fu un attimo di silenzio, seguito da un boato quando la granata colpí l’edificio in pietra bianca della compagnia dei telefoni in fondo alla strada. Pezzi di mattone e legno si schiantarono al suolo sollevando volute di polvere. Una seconda bomba precipitò sul selciato a una trentina di metri da noi e una terza colpí un condominio di legno su un angolo. Tutti si misero a correre, disperdendosi fra anditi e portoni, come pezzi di carta sparpagliati da un’improvvisa folata di vento.

Io e Tom ci rifugiammo all’interno di una profumeria, mentre le bombe continuavano a esplodere con la frequenza di una al minuto. Sentivo il cuore battere a ritmo incerto: lo schianto dei mattoni al suolo, l’infrangersi dei vetri e la polvere che si levava oscurando il sole sembravano una terribile piaga biblica meccanizzata e in sintonia con le brame del XX secolo. La proprietaria del negozio, tuttavia, sembrava molto piú preoccupata dalla perdita degli oggetti di sua proprietà che della propria vita. Cominciò in fretta e furia a togliere le boccette di profumo dalla vetrina e le sistemò in file ordinate sul pavimento. A ogni esplosione, partiva con una nuova sfilza di imprecazioni. Tom mi spiegò che la donna temeva che le lastre di vetro si rompessero. E i cristalli, ci disse lei, erano molto costosi.

Il bombardamento durò circa mezz’ora. Quando cessò, riprendemmo a camminare lungo la strada: i marciapiedi erano cosparsi di mattoni e frammenti di granate, e un palo del telefono poggiava come un ubriaco contro uno degli edifici, i fili penzolanti simili a stelle filanti. Un buco squarciava il secondo piano di una cappelleria, e un’automobile all’angolo si era trasformata in un contorto ammasso di ferro. Nei pressi, il marciapiede era imbrattato di sangue nel punto in cui due donne erano rimaste uccise.

Sul viale incombeva la desolazione, ma l’altoparlante continuava a suonare a tutto volume un motivo da Casino de París. Giunsero vari camion da cui scesero alcuni uomini che si misero a ripulire i detriti, lavorando con la musica risonante nelle orecchie. Capannelli di persone si radunarono agli angoli e i ragazzini si precipitarono a raccogliere i frammenti delle granate per farne souvenir, i venditori di giornali si ritirarono nei loro chioschetti, i lustrascarpe ripresero a invitare i clienti e i negozianti rimisero in ordine le loro merci. Due ore piú tardi, le macerie formavano pile ordinate lungo il cordolo del marciapiede. I clacson delle macchine avevano ricominciato a strombazzare e la gente a gironzolare a braccetto sotto il sole. Quella, appresi, era Madrid. Mr Hyde era sparito e il dottor Jekyll riprendeva il controllo della città.

Non avevo mai provato quel tipo di paura che ti fa scorrere a gran velocità il sangue nelle vene. Per quanto intensa fosse stata l’emozione, mi sorprese vedere che con il cessare del pericolo svaniva anche quella sensazione, al punto da non riuscire quasi piú a ricordarla. E, fatto ancor piú curioso, senza lasciare alcuna traccia di apprensione. Fra un bombardamento e l’altro, te ne dimenticavi letteralmente. Perché accadesse non lo so: era il naturale corso della natura, suppongo. Comunque, il sibilo di un proiettile non mancava mai di giungere come un’assoluta sorpresa e, a mio modo di pensare, anche piuttosto sgradevole. Provavo una enorme ammirazione per l’indifferenza, spesso ai limiti della noncuranza, con cui gli spagnoli accoglievano i bombardamenti.

Dal punto di vista strategico, Madrid era una trincea di terza linea e la popolazione era stata ben addestrata. L’udito dei civili era diventato cosí acuto che qualsiasi donna o uomo era in grado di stabilire la prossimità di un proiettile basandosi sul suo sibilo. Quando i proiettili cadevano a intervalli di quattro o cinque minuti voleva dire che a sparare era una sola batteria e pertanto c’era sempre un «lato sicuro» della strada. Ma se le deflagrazioni erano piú rapide significava fuoco incrociato; allora, non c’era altro da fare che mettersi al riparo e affidarsi alla buona sorte. Durante gli innumerevoli bombardamenti non ho mai notato un solo gesto di panico. La gente si comportava con la freddezza di un soldato addestrato: salvarsi per il rotto della cuffia era diventata una pratica talmente quotidiana da non essere nemmeno piú un importante argomento di conversazione.

Ben presto scoprii che il cibo preoccupava assai piú del pericolo. Ogni tanto, quando un carretto carico di lattuga o di pane attraversava le strade trainato da un asino, una folla si raccoglieva al suo passaggio e lo seguiva trafelata fino a destinazione. Nonostante la terribile penuria di beni di primaria necessità, le scorte di cognac e gin avevano retto bene, e tutti i pomeriggi i caffè erano affollati. Uno dei piú popolari si trovava alla Puerta del Sol. Una bomba aveva trafitto l’ultimo piano dell’edificio e si riuscivano a vedere pezzi di cielo attraverso il tetto, ma il piano terra portava avanti una fiorente attività.

Tratto da “In cerca di guai. Avventure di una reporter di guerra” (Neri Pozza), di Virginia Cowles, pp. 480, 26€

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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