Contro correnteGrazie al RepowerEu, l’Italia investirà undici miliardi di euro per rivoluzionare la sua politica energetica

Al Linkiesta Festival, l’economista della Commissione europea Andrea Colombo ha spiegato i dettagli del piano di Bruxelles integrato nel nuovo Pnrr per potenziare le infrastrutture energetiche e sostenere la transizione

Lorenzo Ceva Valla

La novità più corposa del nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) italiano è il capitolo del RepowerEu, il piano della Commissione europea per far risparmiare energia ai cittadini europei, produrre energia pulita e diversificare l’approvvigionamento energetico, riducendo la dipendenza dal gas russo. In pochi mesi la Commissione ha mobilitato circa trecento miliardi di euro. Di questi, settantadue miliardi di euro sono sovvenzioni, esattamente tre volte la finanziaria del governo Meloni. Questo investimento massiccio pensato come risposta politica ed economica alla sciagurata invasione russa in Ucraina del 24 febbraio 2022, finora ha prodotto quattro risultati: ha ridotto i propri consumi energetici di quasi il venti per cento, ha introdotto un tetto al prezzo del gas e un tetto globale al prezzo del petrolio, ha raddoppiato l’ulteriore diffusione delle energie rinnovabili e soprattutto ha diminuito drasticamente la dipendenza europea dai combustibili fossili russi. Ora rappresenta solo l’otto per cento di tutto il gas importato nell’Unione europea tramite gasdotti, rispetto al quarantuno per cento del 2021.

Tradotto, se il prezzo del gas è sceso, se le bollette sono meno care, se gli Stati europei non subiscono il ricatto energetico del Cremlino è anche e soprattutto merito del piano della Commissione europea, poco conosciuto in Italia anche grazie ai governi, di qualsiasi colore, abituati ad attribuirsi i meriti e scaricare sulla “Europa” (il termine vago non è casuale) i demeriti. 

«Il piano nazionale di resilienza è enorme e siamo una ventina di persone qui alla Commissione ad aver gestito il capitolo del RepowerEu che prevede un investimento di 11.2 miliardi di euro. Di questi, 2.75 miliardi sono contributi a fondo perduto dall’Unione europea, mentre 8.4 miliardi sono prestiti riallocati in maniera più efficiente rispetto al Pnrr originale», spiega al pubblico de Linkiesta Festival Andrea Colombo, economista alla Commissione europea che ha seguito all’interno della “Recovery and Resilience Task Force”, i dossier energetici e relativi alla riforma della pubblica amministrazione e della giustizia nel Pnrr.

«Il RepowerEu si può dividere in quattro grandi blocchi. Il primo e il più grande è il sostegno alle imprese: 6.5 miliardi di euro a favore delle aziende che vogliono migliorare l’efficienza dei propri processi produttivi, ma anche per imprese che sono attive nella filiera verde. Ci sono investimenti anche nelle infrastrutture elettriche e di gas. Per esempio il Tyrrhenian link: il doppio collegamento sottomarino tra Sicilia, Sardegna con la penisola italiana. Le due isole hanno una capacità di energia rinnovabile enorme ma non sono ben connesse alla rete di trasmissione nazionale. Grazie al RepowerEU sarà quindi immessa più energia solare ed eolica creando un beneficio in tutta Italia e nei Paesi del nord dove andremo a esportare questa elettricità. Così come gli investimenti per le interconnessioni con Slovenia e Austria, permettendo al nostro paese di esportare più elettricità verso questi Paesi che dipendono molto dalle fonti fossili, contribuendo così alla decarbonizzazione».

Grazie al RepowerEU sarà rinnovato il collegamento a corrente continua Sacoi, utilizzato per lo scambio di energia elettrica tra la terraferma italiana, la Corsica e la Sardegna e a creare la Dorsale Adriatica tra Abruzzo e Umbria connettendo meglio la Tap (Trans Adriatic Pipeline) che trasporta in Europa il gas naturale del giacimento di Shah Deniz II in Azerbaijan. L’obiettivo non è solo diminuire la dipendenza dal gas russo, ma anche creare un cuscinetto che permetta di compensare il problema dell’intermittenza delle energie rinnovabili nel breve periodo.

«La novità del RepoweEu rispetto ad altri fondi europei sta nella capacità di attuare riforme che l’Italia da sola non potrebbe fare perché non avrebbe i finanziamenti e la leva politica per approvarli. Tra le riforme previste c’è il testo unico delle rinnovabili, una grande battaglia che abbiamo condotto anche a livello di Commissione, spingendo l’Italia a semplificare e ordinare norme sparse», chiarisce Colombo, «è prevista la riduzione di due miliardi di euro di sussidi dannosi per l’ambiente entro il 2026, la diminuzione dei costi per i produttori di biometano per allacciare alla rete già esistente. Ci sarà una riforma in cui lo Stato si fa garante come acquirente di ultima istanza nei power purchasing agreement, i contratti che vengono firmati dal produttore e da chi vuole acquistare energia rinnovabile, normalmente esposti a un rischio perché sia il produttore che l’acquirente possono andare in default».

Il piano prevede anche il rafforzamento delle politiche attive del lavoro per formare i nuovi lavoratori alle green skills, l’acquisto per i treni a zero emissioni, il fondo per l’efficienza energetica delle case popolari e delle famiglie a basso reddito specialmente giovani e la misura per favorire le partnership tra università e imprese per migliorare il modo in cui le terre rare vengono recuperate e riciclate, così come i pannelli solari che non vengono più usati. Uno degli aspetti più interessanti per le imprese saranno gli aiuti da 6.3 miliardi di euro per sostenere la transizione energetica dei processi produttivi: «concedendo un credito d’imposta commisurato alle spese sostenute tra il 1 gennaio 2024 e il 31 dicembre 2025 per macchinari, software che aumentano la digitalizzazione dei processi produttivi e la loro efficienza energetica dei processi produttivi. Il beneficio fiscale dipende da quanto questi strumenti aumenteranno l’efficienza produttiva. Tradotto: più gli investimenti ridurranno i consumi finali di energia, più alto sarà lo sconto del credito d’imposta», spiega Colombo.

Sono tanti gli investimenti e le riforme previste, ma tutto rischia di essere nascosto da un acronimo o un superficiale titolo di giornale. Con la paura di annoiare il lettore, spesso i media che si rivolgono a un pubblico più ampio non raccontano le tante sfumature delle politiche decise dagli Stati membri in sede europea. Un problema, quello della comunicazione, che risulta decisivo nell’era della facile indignazione social e della memoria a breve termine: «Purtroppo spesso si percepisce una grande distanza mediatica tra ciò che viene deciso a Bruxelles Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione e ciò che succede nella quotidianità. Il ruolo della rappresentanza della Commissione europea in tutti gli Stati membri è cercare di essere un trait d’union, la porta di entrata per le politiche europee e la porta di uscita per le istanze locali nei confronti di quelle che sono le problematiche che vivono i cittadini europei ma anche le imprese e tutto il mondo», spiega Claudia Colla, rappresentante della Commissione europea per il Nord Italia e Direttrice dell’Ufficio di Milano.

«È un gran peccato che il NextGenerationEu venga riportato spesso con l’antipatico acronimo Pnrr. Si perdere una sfumatura decisiva: il piano della Commissione mette al centro le nuove generazioni. C’è stato un cambio di paradigma, per la prima volta investimenti e riforme sono stati fatti emettendo debito comune. Ci troviamo di fronte a un appuntamento con la storia, in proporzione anche più importante del Piano Marshall. Uno strumento da non sprecare perché potrebbe essere forse l’ultima occasione per una riforma seria strutturale dell’Italia. Le centinaia di incontri che ogni anno organizziamo su tutto il territorio con gli stakeholder delle politiche europee: imprese, cittadini, amministrazioni locali e nazionali, cerchiamo di comunicare le politiche europee e far capire al cittadino che non si occupa di queste cose, quanto queste possano impattare nella sua quotidianità».

Una missione comunicativa che impegna anche Maurizio Molinari, Capo dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano che assieme ai suoi colleghi si troverà ad affrontare una sfida difficile: sensibilizzare gli italiani sull’importanza delle elezioni europee del 9 giugno: «Lavoro al Parlamento europeo dal 2015 e al tempo l’Europa era considerata una riserva indiana. Se ne parlava in trasmissioni specifiche e settoriali. Un tema coperto solo dai corrispondenti. Adesso invece l’Europa la vedete in apertura di tutti i telegiornali, nelle prime pagine dei giornali cartacei e online perché il suo impatto è sempre più concreto e i suoi cittadini se ne rendono contro. Se prima la sfida era parlare di più d’Europa adesso la sfida è parlare in maniera più informata. Prendiamo come esempio il RepowerEu: quando i cittadini sardi avranno delle connessioni migliori, quando avremo più approvvigionamenti di gas, più energie rinnovabili, ce ne accorgeremo. Il problema è accorgersene in tempo e capire che queste cose succedono perché si sono la Commissione europea e il Parlamento europeo che ha accompagnato tutti i passaggi sia nel suo ruolo di colegislatore, spesso pungolando gli Stati membri a fare sempre di più a livello di transizione verde, di autonomia e indipendenza energetica».

Per Molinari bisogna segnarsi sul calendario la data delle elezioni europee del 9 giugno perché «il voto di ognuno di noi conterà per capire quale sarà lo scenario del futuro. Abbiamo tre possibilità: un’Unione europea che dia molta attenzione alla transizione verde, un’Unione europea più cauta a livello di riforme per quanto riguarda l’ambiente e le energie rinnovabili e più attenta agli interessi delle imprese, oppure un’Unione europea che invece cerca di bilanciare i due approcci. Non so quale sarà la futura Unione europea nei prossimi cinque anni ma so che le sue sfide sono ineludibili. Chi non andrà a votare non farà sparire queste decisioni da prendere, farà solo decidere gli altri».

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