Nuove, rinnovabili, e non soloLa sfida dell’Unione europea per l’ambiente e la rivoluzione verde

L’energia è politica e controllare le risorse è stato sempre sinonimo di potere. Anche nella nostra Europa la situazione non è diversa, come spiega Donato Bendicenti nel suo libro “Scintille” (Luiss University Press)

AP/Lapresse

Il 13 settembre 2023, nell’emiciclo del Parlamento europeo di Strasburgo, Ursula von der Leyen pronuncia l’ultimo discorso della legislatura su The State of the Union, Lo stato dell’Unione, grande classico annuale del menu istituzionale europeo, che viene servito al rientro dalle vacanze e costituisce un indicatore spesso molto utile per capire quali saranno le direttrici dell’azione politica della Commissione. Come ogni discorso programmatico che si rispetti, è doverosamente lungo – un’ora e sette minuti – e molto articolato. Come al solito, l’inizio dell’intervento della presidente è stato fissato alle nove del mattino, in apertura di seduta, in modo da prevedere tempi comodi per il dibattito in aula e la replica di rito. Nel briefing a inviti, tenutosi in una sala (non facilissima da individuare e raggiungere) al quinto piano del Parlamento nel tardo pomeriggio del giorno prima, il capo di gabinetto Bjoern Selbert e il portavoce Mamer ne hanno anticipato le linee guida, che ovviamente toccano tutte le corde più sensibili dell’attualità europea, e della sua proiezione futura nell’interazione, in molti casi sempre più complessa, con gli altri grandi protagonisti della geopolitica globale: dal sostegno all’Ucraina al dramma dei migranti, passando per l’intelligenza artificiale e la Cina, cui, par di capire, von der Leyen dedicherà una parte importante, dura nei toni e nei contenuti, della sua analisi sullo stato dell’Unione.

Ma appare anche evidente ai corrispondenti e agli inviati presenti all’informativa dello staff della presidente che il discorso del mattino successivo sarà l’occasione per rimodulare la strategia del governo europeo sul Green Deal, alla luce di molte verifiche, altrettante diversità di vedute tra esecutivo europeo e un bel numero di Stati membri, e una notizia recente – anche se in mezzo c’è passato agosto – che, oggettivamente, da sola basterebbe a cambiare, in qualche modo, il quadro. Il 20 luglio, dopo giorni di anticipazioni a mezzo stampa e un crescendo geometrico di voci fuggite da vari palazzi del quartiere europeo, Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della Commissione con delega alla transizione verde, annuncia in un messaggio televisivo di aver accettato di candidarsi alle elezioni politiche anticipate nei Paesi Bassi, previste per il 22 novembre. L’uomo simbolo del gigantesco pacchetto ambientalista varato dall’Unione, idea-forza della legislatura e dell’esecutivo comunitario nati nel 2019 dall’esito delle elezioni europee, guiderà una coalizione composta da verdi e socialisti, nata per contrastare la forte avanzata nei sondaggi del Partito degli allevatori e della destra radicale.

La scelta di Timmermans di tornare, dopo nove anni di impegno ininterrotto in Commissione, alla politica nazionale, ha, nell’immediato, un grandissimo impatto sullo spazio pubblico europeo. Le reazioni ufficiali, e i commenti di backstage, che accompagnano la sua scelta sono di segno diversissimo, e in qualche modo raccontano i molti angoli, alcuni davvero acuti, con cui il progetto del Green New Deal – il suo sviluppo in termini normativi, l’introduzione del REPowerEU tra i capitoli fondanti dei Piani nazionali di ripresa e resilienza, alcune scelte molto contrastate come quelle sui motori termici e l’efficientamento energetico delle abitazioni e degli edifici pubblici – è progredito, in un quadriennio in cui l’Unione europea ha dovuto affrontare una serie ininterrotta, e combinata, di crisi assolute: la pandemia, gli effetti dell’invasione russa in Ucraina, quelli delle sanzioni inflitte alla Russia sul mercato energetico, e quella, drammatica e mai lenita, della migrazione.

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Sta nascendo, nell’aula di Strasburgo, una sorta di Umanesimo della rivoluzione verde, un progetto rinnovato, consapevole, in cui politiche e risorse sono modellate sugli artigiani post-moderni e visionari, costruttori delle nuove frontiere dell’energia sicura e pulita? O il ragionamento di Ursula von der Leyen, a 300 giorni dalle elezioni europee – meno di un anno in cui dobbiamo finire il lavoro iniziato, dice – è dettato dalla percezione ragionata di dovere, come si dice, gettare il cuore oltre l’ostacolo, per affrontare, e gestire, per quanto possibile, una sommatoria crescente di stati di necessità?

Ci sarà tempo per capire meglio. Ma il piano per la transizione energetica ha molte altre curve, e altrettanti spigoli. Che non possono essere ignorati. Il 12 luglio 2023, il Parlamento europeo ha approvato in prima lettura la proposta della Commissione sul piano di ripristino della natura. Un voto contrastato: 366 sì, 300 no. La Nature Restoration Law è un altro capitolo fondamentale del Green Deal, e al contempo uno strumento fondamentale per combattere il cambiamento climatico: un percorso ambizioso che punta a recuperare gli ecosistemi degradati, o distrutti, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza e la biodiversità, incrementando nello stesso tempo la produttività del settore agricolo. Il testo prevede che entro il 2030 vengano adottate misure che coinvolgano almeno il 20% delle sue aree terrestri e marine. La mozione adottata dall’Aula propone che la normativa venga applicata solo dopo che la Commissione avrà dato garanzie sulla sicurezza alimentare a lungo termine, e quando gli Stati membri avranno quantificato le aree da ripristinare per raggiungere gli obiettivi su ogni tipo di habitat. Dopo un anno, sarà effettuato un check per verificare un eventuale divario tra le esigenze economiche del ripristino e i finanziamenti dell’Unione europea effettivamente disponibili e studiare soluzioni per colmare l’eventuale gap, in particolare attraverso un apposito strumento di finanziamento UE. In ogni caso, la proposta di legge non bloccherà la costruzione di nuove infrastrutture per le energie rinnovabili. Secondo gli analisti della Commissione, la nuova legge apporterebbe notevoli vantaggi economici: ogni euro investito si tradurrebbe in almeno otto euro di benefici.

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Nel frattempo, l’Unione europea capisce, ogni giorno di più, che la combinazione di crisi che la attanagliano è in buona parte causata dalle sue eccessive dipendenze. E non vuole più farsi ricattare a colpi di tagli di materie prime. “Con la pandemia abbiamo scoperto che nemmeno un grammo di paracetamolo veniva prodotto in UE. E ora stiamo riscontrando che non abbiamo abbastanza materie prime per produrre munizioni per l’Ucraina”. Così l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell presenta la nuova strategia europea per la sicurezza economica. L’obiettivo è arrivare a una proposta legislativa concreta entro la fine del 2023. L’alto rappresentante cita la Russia ma guarda alla Cina che – un esempio fra tutti – fornisce il 97% di litio per l’UE. “Per tutelare gli interessi europei in termini di sicurezza – spiega la Commissione von der Leyen – è necessario imporre controlli non solo alle merci esportate, ma anche ad alcuni investimenti in uscita, per contrastare il rischio di fughe di tecnologia e conoscenze nell’ambito di tali investimenti”. E ancora: “Non vogliamo limitare lo sviluppo e la prosperità di altri Paesi, ma dobbiamo essere attrezzati per proteggere la nostra sicurezza economica e i nostri interessi dalle azioni di alcuni Paesi”. Prima di tutti la Cina, appunto.

Il 17 gennaio del 2023, nel gelo elegantemente esclusivo del workshop dei potenti a Davos, in Svizzera, l’Unione europea ha lanciato il suo piano industriale per il Green Deal. Se parlassimo di basket, potremmo definirlo uno schema attacco-difesa. L’avversario industriale e commerciale è in realtà, storicamente, il miglior alleato geopolitico dell’Unione, e al contempo il suo più importante fornitore di gas naturale liquefatto. Ma l’amministrazione di Washington aveva nel frattempo varato la sua legge anti-inflazione, il cui acronimo risuona minaccioso ai piani alti del palazzo del Berlaymont: Ira. Tre lettere che riportano alla mente la stagione disperata del terrorismo in Irlanda del Nord, ma che in realtà sono l’acronimo di Inflation Reduction Act. Una normativa che, combinata ai rischi della prepotenza industriale cinese, e delle sue “pratiche sleali”, pone, ammette Ursula von der Leyen, “serie preoccupazioni”.

Nella sintesi presentata a Davos, la risposta per titoli di von der Leyen è questa: “Dobbiamo rendere l’Europa la patria della tecnologia pulita e dell’innovazione industriale, nella lunga rotta verso l’azzeramento delle emissioni. Quattro pilastri chiave: il contesto normativo, il finanziamento, le competenze e il commercio”. Il quadro legislativo vuole favorire condizioni migliori per le industrie del settore, dal solare alle pompe di calore all’idrogeno; i finanziamenti passano attraverso l’allentamento delle regole per gli aiuti di Stato e l’apertura, entro la fine dell’anno, di un fondo europeo per la sovranità; le competenze puntano a evitare la delocalizzazione e la politica commerciale tenderà a stringere nuovi accordi con i partner, avvicinandoli all’Europa, e allontanandoli dalla Cina, che sovvenziona pesantemente la sua industria e allo stesso tempo incoraggia le aziende ad alta intensità energetica in Europa a delocalizzare tutta o parte della loro produzione. Ma è chiaro a tutti che con la Cina, nella lunga strada verso la transizione verde, bisognerà commerciare, negoziare, interagire molto, e senza soluzione di continuità, riducendo i rischi di questa liaison dangereuse.

Donato Bendicenti Copertina

Tratto da “Scintille. L’avventura dell’energia in Europa dalla scissione dell’atomo alla rivoluzione verde” (Luiss University Press), di Donato Bendicenti, 17€, pp. 183