Nasser in ParisGli scandali del Paris Saint-Germain coinvolgono anche la politica francese

Le recenti accuse di corruzione e di evasione fiscale contro il gigante della Ligue 1 hanno rivelato i legami ambigui tra la monarchia del Qatar e alcuni esponenti del governo e del parlamento

AP/Lapresse

Decine di milioni di euro evasi. È l’accusa lanciata negli scorsi giorni contro il Paris Saint-Germain dalla testata francese Mediapart. E non è tutto, perché se a molti non suona certo strano che il colosso della Ligue 1 – dal 2011 di proprietà del fondo sovrano del Qatar, e vincitore di otto degli ultimi dieci campionati – possa aver aggirato le leggi, il vero problema è che ad aiutarlo ci avrebbero pensato alcuni importanti esponenti del governo di Emmanuel Macron.

Uno scandalo che è quindi molto più politico che sportivo, e che riporta al centro del discorso gli ambigui legami tra l’Eliseo e la famiglia reale di Doha. Già nel 2015, l’ex presidente della Fifa, Joseph Blatter, aveva denunciato il ruolo dell’allora presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy nell’assegnazione dei Mondiali del 2022 al Qatar, e in molti hanno sottolineato l’atteggiamento molto accondiscendente verso il Paese arabo tenuto da Macron nel periodo del Mondiale.

Nell’ultimo decennio, gli al-Thani hanno investito tantissimo a Parigi, e il Psg rappresenta solo uno dei grandi affari fatti nella capitale francese. Peraltro, sempre Mediapart aveva rivelato a ottobre 2022 come Sarkozy fosse stato decisivo anche nell’acquisto del club da parte del fondo sovrano di Doha.

Lo scandalo Neymar
In questi giorni si parla di un caso di evasione fiscale risalente all’estate del 2017, quando il Paris Saint-Germain strappò al Barcellona la stella brasiliana Neymar per la cifra record di duecentoventidue milioni di euro, la più alta mai pagata per un calciatore. Secondo documenti resi pubblici da Mediapart, che ne è entrata in possesso nell’ambito dell’indagine Football Leaks, nel luglio di sette anni fa l’allora direttore della comunicazione del club, Jean-Martial Ribes, avrebbe contattato Hugues Renson, all’epoca presidente dell’Assemblea Nazionale, per chiedergli un aiuto a gestire l’operazione dal punto di vista tributario.

Renson è un politico di lungo corso, nonostante la giovane età: prima di compiere trent’anni era già stato uno stretto collaboratore di Jacques Chirac, e in seguito lo è stato di François Hollande. Durante quest’ultima esperienza conobbe Macron, e successivamente entrò a far parte del suo movimento, La République En Marche, con cui fu eletto deputato nel giugno 2017 e, subito dopo, nominato presidente del parlamento francese. Oltre a questo, Renson era un nome molto popolare negli uffici del Psg: da sempre tifoso del club parigino, aveva svolto alcune consulenze per la società in passato, e in cambio godeva di libero accesso all’area vip dello stadio Parco dei Principi.

Andando incontro alla richiesta di aiuto da parte di Ribes, Renson avrebbe organizzato i contatti tra la dirigenza del Psg e alcuni esponenti del governo francese. Tra il 24 e il 26 luglio, si tennero alcuni incontri a cui, oltre a Ribes e Renson, parteciparono anche i due massimi dirigenti del club, il direttore generale Jean-Claude Blanc e il presidente Nasser Al-Khelaïfi. Dall’altro lato del tavolo si sarebbero invece seduti l’allora ministro dei Conti Pubblici Gérald Darmanin e il suo collaboratore Jérôme Fournel. I due politici avrebbero spiegato ai dirigenti del Psg come evitare di pagare diversi milioni di euro al fisco dovuti all’acquisto di Neymar.

La crisi politica nella crisi politica
Oggi Renson non ha più incarichi di governo, ma Darmanin e Fournel sì. Quest’ultimo è, ironicamente, l’attuale direttore generale delle Finanze Pubbliche, mentre il primo occupa oggi il posto di Ministro dell’Interno, peraltro finito al centro delle critiche nel maggio 2022 per la pessima gestione dell’ordine pubblico prima della finale di Champions League a Parigi. Lo scorso giugno, il suo nome è finito di nuovo al centro delle critiche dopo l’omicidio del diciassettenne Nahel Merzouk a Nanterre, da parte della polizia. E di nuovo, proprio poche settimane fa, la bocciatura in parlamento della legge sull’immigrazione ha messo ulteriormente in discussione la poltrona di Darmanin.

Al momento non è facile immaginare quali conseguenze politiche potrebbe avere la rivelazione di Mediapart. A livello d’immagine, Macron e la sua maggioranza non ne escono certo bene, in un momento in cui Elisabeth Borne si è appena dimessa da primo ministro. Nel 2017, il Presidente della Repubblica, all’epoca appena insediatosi all’Eliseo, aveva salutato l’arrivo di Neymar in Francia come una notizia positiva per tutto il Paese, non solo per il mondo dello sport. Ma fa ancora più effetto leggere cosa disse all’epoca Darmanin, che ai microfoni di FranceInfo si era detto felice per tutte le tasse che l’asso brasiliano avrebbe pagato in Francia. Per adesso, a difendere Darmanin è intervenuta la ministra dello Sport Amélie Oudéa-Castéra, dicendo che il collega non ha commesso nulla d’illegale e che Neymar «è venuto in Francia contribuendo alla ricchezza del nostro Paese». Sullo sfondo, ci sono anche le Olimpiadi di Parigi della prossima estate.

Ma questo scandalo è solo l’ennesima preoccupante dimostrazione di come il potere politico francese si sia piegato agli interessi della monarchia di Doha. Un problema che riguarda tutte le istituzioni, non solo quelle in senso stretto: pochi giorni dopo il caso Neymar, Mediapart e Le Monde hanno pubblicato altre accuse contro il Psg, sostenendo che il club avrebbe corrotto l’ex-caporedattore della prestigiosa rivista France Football Pascal Ferré per non pubblicare articoli critici contro il presidente al-Khelaïfi, e addirittura per favorire l’assegnazione del Pallone d’Oro del 2021 (premio organizzato proprio da France Football) a Leo Messi, all’epoca giocatore del Psg. Dallo scorso gennaio, Ferré è responsabile della comunicazione del club parigino, ruolo in cui ha sostituito il già citato Ribes.

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