Realtà pensata e realtà percepita Come il cinema genera una mappatura dei nostri sogni

Dal peccato originale dei fratelli Lumiére, a Oppenheimer di Nolan, passando per Wenders e l’iraniana Shirin Neshat: il cinema può tentare di comprendere qualcosa che è intimamente nostro ma che, allo stesso tempo, non riusciamo ad analizzare fino in fondo

Illustrazione di Eleusi

Dopo l’esordio (Leone d’argento nel 2009) di “Donne senza uomini”, la videoartista e regista iraniana Shirin Neshat nel 2021 porta a Venezia il film “Land of Dreams”, con Sheila Vand, Matt Dillon e Isabella Rossellini. Un poetico viaggio onirico attraverso la vita della protagonista, Simin, e la politica americana in un prossimo ipotetico futuro in cui, sigillati i confini, il governo degli Stati Uniti avvia un programma di controllo della popolazione attraverso la registrazione dei sogni.

Nel film vediamo Simin, una dei principali “acchiappasogni” del Census Bureau e tra gli ultimi immigrati ammessi nel Paese, attraversare il New Mexico per compiere ogni giorno il suo lavoro, contribuendo così a questa sorta di “psicoanalisi di massa”. Combattuta tra la gratitudine per essere stata accolta, la difficile storia della sua famiglia in Iran e la compassione per i cittadini di cui, man mano, sta registrando i sogni. 

«Il governo vuole controllare i sogni perché sono indicatori potenti, possono offrire molte intuizioni sulla vita, il grado di felicità e i desideri di una persona. Da iraniana, poi, mi interessava avvicinarmi ai sogni del popolo americano per trovare un’universalità tematica, le cose che tutti sogniamo. Perché, alla fine, le nostre paure sono molto comuni», ha dichiarato la regista che è riuscita a raccontare questo viaggio in modo lirico e sorprendente anche grazie alla sua ricerca estetica come videoartista. 

«La Neshat, come nelle avanguardie degli anni Trenta e Quaranta, si libera della necessità preordinata del racconto, rivela un rapporto con il sogno estremamente aperto, sia per la sua imprevedibilità sia per la sua forza nel condizionarci», commenta Luigi Nepi, critico cinematografico e titolare del Laboratorio di Critica cinematografica all’Università di Firenze. 

«Ma, come in “Inception” di Christopher Nolan, alla fine del girovagare – interiore ed esteriore – della protagonista, a noi spettatori rimane il dubbio che l’intero film sia un grande “sogno nel sogno”», continua Nepi. «Non c’è forse – anche nell’idea stessa di cinema – la sensazione di poter tornare al reale ma con un che di “sospeso” dal reale? Una sensazione che si prova anche dopo aver visto “Oppenheimer”, lavoro in cui Nolan si distacca dall’analisi del rapporto tra i protagonisti e l’inconscio per spostare il suo interesse per l’imperscrutabile verso questioni “più fisiche”, come aveva fatto con Interstellar. Anche in questo film è presente il tema del sogno, sottoforma però di allucinazioni, finestre sul futuro, e sulle paure a esso connesse. Oppenheimer è un film volutamente frammentato, con un montaggio a tratti frenetico applicato però su una narrativa classica, fatta di campi e controcampi continui, che sottolineano l’assenza di un unico punto di vista nel ricreare il personaggio del fisico americano. Il quale, non a caso, in una scena si sofferma in contemplazione di un quadro di Picasso, dove la figura umana è scomposta e ricomposta secondo lo stile cubista, in modo da sovvertire tutti i canoni artistici del passato». 

Illustrazione di Eleusi

Dunque il sogno, l’evento enigmatico per eccellenza, un animale selvatico che fin dall’antichità abbiamo cercato di catturare in molti modi, sembra diventato il terreno di esplorazione ideale del cinema contemporaneo. «Per esorcizzare la paura di non capire i nostri sogni siamo istintivamente attratti dalle storie che cercano di individuare una soglia che possa unire i due mondi, le due coscienze: diurna e notturna, consapevole e segreta. Con l’idea del controllo e persino della colonizzazione del mondo onirico», commenta Vittorio Lingiardi, psicoanalista esperto di cinema, docente di Psicologia dinamica all’Università La Sapienza di Roma e autore del saggio “L’ombelico del sogno. Un viaggio onirico” (Einaudi). 

«Perché i sogni restano il grande mistero della nostra vita, anche se nel passato li abbiamo via via trasformati in un messaggio degli dei, interpretati come un segreto dell’inconscio o accettati come un esercizio cognitivo per predisporci alle sfide diurne. E abbiamo anche tentato di registrarli, impiegando strumenti sensibili alle scariche neurali e alle attività delle sinapsi. Ma, nonostante tutti i nostri sforzi, i sogni rimangono inafferrabili, destinati come sono a svanire al nostro risveglio: enigmi sospesi tra mente e cervello, pur facendo parte – a volte con intensità sorprendente – delle nostre vite.

Persino Sigmund Freud, che all’argomento ha dedicato “Die Traumdeutung”, il suo saggio forse più importante, e certo il più famoso, a un certo punto ammette che ogni sogno “ha un ombelico che affonda nell’ignoto”». A differenza della scienza, però, il cinema può spingersi oltre e cercare di illuminare questo ignoto, può sfidare i sogni, tentare di comprendere qualcosa che è intimamente nostro ma che, allo stesso tempo, non riusciamo a comprendere fino in fondo.

E, data la potenza visiva e creatrice del sogno, non stupisce che i registi abbiano sempre guardato al mondo onirico come a un “fratello”.  «Da Friedrich Wilhelm Murnau a Fritz Lang, da Luis Buñuel ad Alfred Hitchcock, da Ingmar Bergman ad Akira Kurosawa, da David Lynch ad Apichatpong Weerasethakul, non c’è quasi regista che non abbia sperimentato o anche solo teorizzato il legame profondo tra narrazione cinematografica e onirica», continua Vittorio Lingiardi. 

«Fascino, mistero e sfida che hanno spinto poi altri registi a superare la barriera, a immaginare “macchine” fatte per entrare nei sogni, studiarli e raccontarli in presa diretta. Persino condizionarli. Penso al Wim Wenders di Fino alla fine del mondo, film del 1991 dove un dispositivo per registrare e rivedere i sogni finisce per condurre il protagonista alla soglia della follia e della dipendenza dalle proprie immagini oniriche. O al visionario film d’animazione Paprika. Sognando un sogno del regista giapponese Satoshi Kon – al quale il Christopher Nolan di Inception deve molto – dove un apparecchio capace di visualizzare i sogni permette agli psichiatri di entrarci dentro, per “migliorarli” e guarire così i traumi dei loro pazienti. E la fascinazione è tale che viene naturale chiedersi se può essere vicino il giorno in cui, come in Inception, i sogni potranno addirittura essere “estratti” dai nostri cervelli e manipolati, anche se Nolan, in realtà, più che dal sogno è ossessionato dal tempo. Nel suo film, infatti, l’idea della stratificazione dei sogni porta subito in dote il tema della differente temporalità percepita. E questo gli permette di lavorare attorno al concetto di dilatazione o contrazione del tempo. Ma, in definitiva, una cosa è captare delle immagini oniriche, tutt’altra è coglierle nel loro movimento narrativo e personale. Perché il sogno è soprattutto memoria, emozione e visione». 

Per ora dunque ci restano le tante – più o meno convincenti – storie che si muovono tra il reale e il sognato. Come “Vanilla Sky” di Cameron Crowe (film non indimenticabile del 2001, a tratti ripetitivo e confuso, ma con un cast di attori superfamosi come Tom Cruise, Penélope Cruz e Cameron Diaz), che mette in scena un incastro di sogni uno dentro l’altro come scatole cinesi. Fino al punto che lo spettatore non sa più se quello che vede è “vero” o “sognato” e si deve arrendere al colpo di scena di un finale ambientato nel futuro. 

Ma il bello del cinema è anche che, quando si riaccendono le luci in sala, ogni spettatore ha in testa un film (un sogno?) differente. «Si dice che accade anche con i romanzi e le opere d’arte, ma c’è una differenza: mentre un libro possiamo leggerlo in un mese o in un giorno, la fruizione di un film è sottoposta a un tempo standard, preordinato e uguale per tutti. E, a differenza di uno spettacolo teatrale o di un concerto, due altre esperienze collettive e simultanee, il film mostra qualcosa che non sta avvenendo realmente in quel momento», continua il critico Luigi Nepi. 

«Ogni pellicola nasce da un incontro: quello tra una realtà pensata e messa in scena e la realtà percepita all’interno del buio di una sala durante una visione collettiva, anche se oggi – con le piattaforme che portano il cinema in casa – sta diventando sempre meno evocativa e molto più individuale». Che sia il linguaggio visivo del cinema a essere onirico o il linguaggio visivo del sogno a essere molto cinematografico, il risultato non cambia. 

«Tra metamorfosi, condensazioni, simbolizzazioni, salti temporali, infrazione dei nessi causali, sogno e cinema utilizzano lo stesso linguaggio», conclude Lingiardi. «“Sognerete tutto ciò che mi apparve in sogno”, dice Andrej Tarkovskij a noi spettatori. Mentre Federico Fellini ci invitava ad andare al cinema con queste parole: “Si spegne la luce, tu ti addormenti, e cominci un rapporto misterioso con la parte più profonda di te, quella che ne sa di più, la più fantasiosa, quella che può spaziare in altre dimensioni”». E nel frattempo, dal peccato originale dei fratelli Lumiére, il cinema continua a generare una mappatura della nostra società. E dei nostri sogni.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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