AfterimagesKim Boske e la fotografia come filosofia del tempo

Le sue opere rappresentano una sintesi tra passato e futuro: merito anche di un ibrido tra elementi ecologici, spirituali e fotografici. Appuntamento a MIA Photo Fair – dall’11 al 14 aprile a Milano – per una serie di opere inedite

When i grow up i want to be a forester, by Kim Boske

Lo stile di Kim Boske, classe 1978, mescola simbolismo, fotografia e pittura: un ibrido che sta guadagnando sempre più interesse, sia da parte della critica che dal mercato dell’arte. Basti pensare che, dall’11 al 14 aprile, l’artista olandese presenterà una serie di opere inedite a MIA Photo Fair a Milano. Boske ha già esposto in rinomate istituzioni internazionali come Foam Amsterdam, MAMM di Mosca, Nederlands Fotomuseum di Rotterdam, Three Shadows Photography Art Centre di Pechino, Park Ryu Sook Gallery di Seoul e Singapore International Photography Festival.

L’artista è sempre stata affascinata dal modo in cui i diversi momenti nel tempo e nello spazio plasmano la nostra percezione, definendo la realtà. Boske crea le sue opere catturando e assemblando frammenti visivi persi nel flusso temporale. Nascono così le afterimages, ossia immagini che persistono nella visione dopo l’esposizione all’originale, creando un’intersezione tra passato e presente. Il tema del tempo si riflette anche nella sua osservazione della natura, la cui mutevolezza rappresenta un costante processo di trasformazione. Secondo lei, «il tempo continua nei paesaggi verdi», riflettendo una interconnessione profonda con il mondo circostante. 

In un dialogo tra filosofia e fotografia, tra passato e presente, abbiamo esplorato insieme in profondità un lavoro complesso e ricco, andando oltre il semplice apprezzamento estetico della prima impressione.

La tua tecnica va spesso oltre a quella fotografica. Ce ne parli?
Il mio processo creativo ruota attorno a una sintesi di elementi ecologici, spirituali e fotografici. Piuttosto che aderire rigorosamente alle tecniche fotografiche tradizionali, affronto il mio lavoro con l’obiettivo di catturare l’essenza del tempo e dello spazio. Attraverso una combinazione di vari metodi, cerco di trasmettere il divenire piuttosto dell’essere, riflettendo la fluidità e l’interconnessione dell’esistenza. Ad esempio, nella mia serie Amagoi no Taki, creata durante la mia prima residenza artistica in Giappone a Kamiyam ho applicato un pigmento pregiatissimo, il Sukumo, su un collage di fotografie scattate durante le mie passeggiate nella natura locale. Questo raro pigmento è una sorta di indaco e proveniente dal fiume che scorre in quel bellissimo paesaggio. Mi ha permesso di aggiungere non solo profondità, ma anche di divenire esso stesso “simbolo” e contenuto dell’opera.

INSTALLATION SHOT, by Kim Boske (courtesy of the artist)

Proprio la natura sembra al centro della tua ricerca, a scapito dell’elemento umano. Ci spieghi questa scelta?
La mia esplorazione artistica affronta il complesso rapporto tra percezione umana, esperienza e mondo naturale. Lo fa utilizzando la natura come mezzo simbolico per trasmettere questi temi interconnessi. Piuttosto che limitarmi a raffigurare la natura come un’entità esterna, cerco di evidenziare la sua natura dinamica e in continua evoluzione e il nostro profondo rapporto con essa. Nel mio processo creativo, traggo ispirazione dai ritmi ciclici della natura e dallo stato di flusso perpetuo insito nei suoi paesaggi. Attraverso le mie serie come Akui Gawa, cerco di catturare l’essenza di questa trasformazione continua, intrecciando frammenti delle mie esperienze in una narrazione visiva che riflette l’andare e venire del tempo e dello spazio. La sottile presenza dell’elemento umano nel mio lavoro serve da promemoria della nostra interconnessione con la natura e della responsabilità che abbiamo nel tutelare le sue risorse.

C’è quindi un messaggio ambientalista nel tuo lavoro?
Forse ecologista più che ambientalista. Lavoro e cerco di raccontare la nostra interconnessione con la natura e l’importanza di riconoscere il nostro ruolo nel plasmare e conservare l’ambiente. Mentre affrontiamo questioni urgenti come il cambiamento climatico, il mio lavoro mira a suscitare contemplazione sul nostro rapporto con il mondo naturale e sull’urgenza di favorire una convivenza più armoniosa. Raffigurando la natura come una forza dinamica e in evoluzione, spero di instillare un senso di apprezzamento per la sua bellezza e resilienza, incoraggiando al contempo la riflessione sull’impatto profondo delle nostre azioni sull’ambiente.

Ci sono maestri del passato che hanno influenzato la tua ricerca?
Molti, soprattutto a livello filosofico. Le intuizioni filosofiche di Gilles Deleuze e Félix Guattari, in particolare il loro concetto di rizoma delineato in Mille pianeti, hanno enormemente ispirato il mio percorso artistico. Il rizoma, con la sua enfasi sull’interconnessione, la molteplicità e le strutture non gerarchiche, ha influenzato profondamente il mio approccio alla comprensione delle complessità dell’esistenza e del rapporto tra l’umanità e la natura. Oltre al lavoro di Deleuze e Guattari, il concetto di “simbioceno”, introdotto dal professore australiano Glenn Albrecht, ha giocato un ruolo significativo nella definizione della mia pratica artistica. La sua visione di una coesistenza armoniosa tra l’umanità e la natura risuona profondamente in me, fornendo un quadro fondamentale per esplorare l’interconnessione e il rispetto reciproco nel mio lavoro. Attingendo alla filosofia del “simbioceno” e alla prospettiva rizomatica, integro temi di interconnessione, simbiosi e molteplicità nella mia pratica artistica. Abbracciando questi concetti filosofici, cerco di creare dei lavori che trascendano i confini “tradizionali” e le convenzioni dell’arte, invitando gli spettatori a contemplare l’interazione dinamica tra l’umanità e il mondo naturale.

AMAGOI NO TAKI INSTALLATION SHOT, by Kim Boske (courtesy of the artist)

Come nasce una tua nuova opera?
Ogni nuova opera emerge come parte di un processo in corso, tratto di ispirazione dalle intuizioni filosofiche, che esplorano l’interconnessione e la molteplicità dell’esistenza, mi ispirano a trasmettere un senso di armonia, interconnessione e simbiosi tra l’umanità e il mondo naturale, pur riconoscendo il disegno intrinseco all’interno di queste relazioni. Il processo di creazione di una nuova opera spesso inizia proprio con l’immersione nell’ambiente naturale di un luogo specifico, dove raccogli ispirazione dai paesaggi, dagli ecosistemi e dai fenomeni naturali intorno a me. Questa immersione iniziale scatena idee che cerco di visualizzare, talvolta attingendo a opere precedenti per evocare un senso di continuità e trasformazione. Mentre mi immergo nel processo creativo, mi sforzo di catturare l’essenza del tempo e dello spazio, abbracciando la natura transitoria dell’esistenza. L’esperimento con materiali e tecniche invita gli spettatori a contemplare i ritmi sempre mutevoli della vita, mentre la tensione tra armonia e disegno aggiunge complessità alla narrazione di ogni pezzo.

Hai come un’ossessione per il passare del tempo: ce la puoi spiegare?
Il tempo occupa un posto centrale nella mia ricerca artistica a causa della sua connessione intrinseca con i temi della transitorietà, dell’interconnessione e del rapporto dinamico tra l’umanità e la natura. Sono profondamente affascinato dal potere trasformativo del tempo e dalla sua influenza profonda sulla nostra percezione della realtà. Attraverso il mio processo creativo, mirò a catturare l’essenza del tempo come fenomeno fluido e in continua evoluzione. Ispirato dai ritmi ciclici della natura e dal movimento perpetuo dell’esistenza, esploro come il tempo modella le nostre esperienze e le nostre interazioni con il mondo che ci circonda. Manipolando tempo e spazio all’interno delle mie fotografie, cerco di evocare un senso di atemporalità, evidenziando al contempo l’impermanenza di tutte le cose. Il tempo svolge un ruolo cruciale nella mia ricerca poiché mi consente di affrontare domande più profonde sulla natura della realtà e il nostro posto nel vasto tessuto dell’esistenza. Attraverso la mia esplorazione del tempo, spero di ispirare riflessioni e introspezioni, incoraggiando gli spettatori a considerare il proprio rapporto con il trascorrere del tempo e l’interconnessione di tutte le cose.

MOVING FLOWER 1, by Kim Boske (courtesy of the artist)

Il tuo fare fotografia richiama spesso la pittura, o sbaglio?
Sono consapevole del collegamento intrinseco tra il mio lavoro e la pittura, e trovo arricchente esplorare l’intersezione di questi mezzi nella mia pratica artistica. Ciò premesso è qualcosa che è avvenuto dopo e che anche io individuo a opera completata: la tecnica che impiego nel mio processo creativo spesso produce immagini che trascendono le convenzioni fotografiche tradizionali. Attraverso la tecnica del layering e l’attenzione meticolosa alla trasparenza, il mio approccio alla fotografia talvolta assomiglia al processo di pittura.  

Stai per presentare un nuovo ciclo di opere a Milano: ce le racconti? 
L’Italia è per me ora un palcoscenico molto desiderato e fortunato: sto infatti per presentare la mia nuova serie Fugitive Colors alla prossima edizione di MIA Photo Fair a Milano. Fugitive Colors sono monocromi creati e composti con pigmenti naturali in Indonesia. Dopo il mio ritorno ad Amsterdam, ho continuato ad applicare i pigmenti di tinta indonesiani sui miei collage di fotografie precedentemente scattate durante le mie passeggiate nella natura islandese. Con l’uso di materiali e tecniche naturali, ogni opera è unica, poiché racchiudono tracce dei processi di tintura e presentano una pigmentazione unica che dipende dalla maturazione dei coloranti. Questa serie esplora l’interazione tra spazio e tempo, abbracciando colori fugaci per aggiungere un livello di impermanenza all’arte. Unendo più foto e pigmenti in un’unica immagine, ritraggo gli aspetti complessi e sfaccettati delle mie esperienze della natura e della sua transitorietà. Fugitive Colors serve come promemoria dell’interconnessione della natura: l’impatto delle nostre azioni in un ecosistema si riflette in un altro. Piuttosto che cercare di controllare la natura, possiamo imparare a coltivare relazioni simbiotiche con essa e lasciarla cambiare il modo in cui percepiamo l’interconnessione di spazi e tempi diversi. Questa serie sarà esposta dalla mia galleria, FLAT//LAND.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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