Non tutto è perdutoLa sconfitta di Erdogan, la piazza israeliana e la lezione della democrazia

La vittoria dei liberal in Turchia e le proteste contro Netanyahu mandano un messaggio forte e irrobustiscono la speranza di un futuro meno autoritario, anche in Occidente, anche in Italia

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Ma poi c’è anche la democrazia. Il popolo. Le schede elettorali, i cortei. I limiti del potere, i bilanciamenti. Non sono reliquie del passato, o retorica di un giorno solo. Nel quadro mondiale, e anche un po’ italiano, dove tutto sembra già deciso dal motore immobile di una storia che va all’incontrario, ecco che nelle stesse ore il popolo turco delle metropoli, quello più immerso nel bene della modernità, boccia l’autocrate Tayip Erdogan mentre Tel Aviv si riempie di gente che chiede nuove elezioni che mandino a casa Bibi Netanyahu. È la democrazia, bellezza. La superiorità ineluttabile della democrazia. All’autoritarismo di Erdogan risponde il popolo con la scheda elettorale, alla stolidità di Bibi replica sempre il popolo in piazza, unico posto di quel pezzo di mondo dove la gente parla, può parlare.

Istanbul da tempo non è più quella di cui Iosif Brodskij scriveva: «Come tutto è datato in questa città!» – oggi è una megalopoli dove i segni della modernità sorpassano di gran lunga quelli delle vestigia del passato – ed è chiaro che i giovani di quella città, ma anche di Ankara, non ne possono più del dispotismo ammantato di religione di un Erdogan che a quanto pare resiste solo grazie alla Turchia profonda, a conferma di un reciproco sostegno tra arretratezza della società e conservatorismo politico. Ma dagli una scheda elettorale, alla modernità, e vedi come cadono i vecchi regimi: senza esagerare, ma grosso modo le elezioni amministrative turche dicono questo. 

E in Israele il popolo quando è in guerra tradizionalmente mette da parte le lotte politiche ma dopo mesi di una guerra ad Hamas che non vede sbocchi ravvicinati una parte importante del popolo ha deciso di andare in piazza per chiedere nuove elezioni, un nuovo governo, nuovi leader, una nuova politica. E una svolta nella trattativa per liberare i circa centotrenta ostaggi ancora detenuti nella Striscia di Gaza (diversi dei quali si ritiene siano morti). 

Finora le operazioni militari nella striscia di Gaza hanno portato alla liberazione di soli tre ostaggi vivi, e al recupero di alcuni cadaveri. Gli israeliani sono stanchi del loro governo. Queste manifestazioni rappresentano un fatto straordinario di democrazia, solo Netanyahu poteva riuscire nel miracolo, lui comandante in capo, a farsi contestare da decine di migliaia di persone, a Tel Aviv, a Haifa, davanti alla Knesset a Gerusalemme. È chiaro che lo scenario politico sta cambiando e il primo ministro non gode più del sostegno che aveva dopo il Sabato nero. 

Torna alla memoria il sogno raccontato dal grande scrittore israeliano Eskhol Nevo: «Primavera. La guerra è finita. Gli ostaggi sono stati rilasciati. Hamas non usa più Gaza come base per il terrorismo. Ci sono nuovi accordi di sicurezza e anche un orizzonte politico. Il primo ministro Benjamin Netanyahu si è dimesso. Lo sostituisce un leader più coraggioso, più attento, che ha una vera visione per questa regione. Gli abitanti ai due lati del confine tornano alle loro case distrutte e iniziano a ricostruire».

Nella realtà un passo è stato fatto con i cortei di domenica. Erdogan, Netanyahu: gli dei possono anche cadere, non mancano le lezioni della storia che dicono che quando i prepotenti credendosi invincibili tirano troppo la corda rischiano di restare impigliati, perché la democrazia non prevede deroghe. Persino da noi, dove certi non si vivono tragedie come quelle ricordate, nessun governo può esagerare. La destra italiana troverà sempre qualcuno pronto a reagire. 

Soprattutto finché al Quirinale c’è una persona saggia e sensibile come Sergio Mattarella che nei ultimi giorni alla destra ha dato due lezioni, prima solidarizzando con la vicepreside della scuola di Pioltello sulla questione della chiusura in occasione del Ramadan e poi telefonando a Roberto Salis, il padre di Ilaria, un contatto che ha stupito la stessa nostra connazionale detenuta a Budapest per la rapidità con cui è avvenuta. Giorgia Meloni avrà capito il segnale? Avrebbe dovuto farla lei la telefonata a Ilaria Salis. Ma già, lei è amica di Viktor Orbán, uno che assomiglia a Erdogan e Netanyahu. Tutti e tre sembrano assediati. È la democrazia, bellezza.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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