Datemi la mia tazzinaGli Antigourmet rivendicano il diritto di continuare a bere il caffè bruciato

Luca Sofri, direttore de Il Post, è esponente del team «bruciacchiato». Di questo ha dialogato durante il Festival di Gastronomika con Gianni Tratzi, fondatore di Mezzatazza Consulting. Uno di quelli che Sofri definirebbe «fanatici del caffè». Quelli del team del caffè acido, del caffè «VERO». Chi avrà vinto?

@LorenzoCevaValla

Entrare in un bar, chiedere un espresso, versarci dentro una bustina di zucchero, girare tutto con il cucchiaino e berlo. Un gesto che abbiamo ripetuto migliaia di volte. Quel gesto così italiano, motivo di malinconia di tanti connazionali all’estero, non è più scontato. Neanche al bar sotto casa. Perché l’onda del gourmet si è fatta spazio anche nella tazzina di caffè. Abbiamo scoperto che il caffè italiano, in fondo, non è poi così buono. Anzi, molto spesso è bruciacchiato. Bisogna cambiare, serve più acidità.

Apriti cielo! Luca Sofri, direttore de Il Post, qualche mese fa a un certo punto ha twittato: «I bar che hanno deciso di dedicarsi al caffè acido che ha preso piede nel resto del mondo dovrebbero mettere un avviso, chiamarlo in un altro modo (anche nobilitante, se vogliono: “caffè VERO”) così noi consumatori possiamo sapere cosa andiamo a bere, senza sofferenze inutili. Oppure decidiamo che quello che abbiamo sempre bevuto lo chiamiamo solo espresso e caffè lo lasciamo ai neopuristi. Ma insomma veniamoci incontro».

Il punto è che ci siamo abituati al bruciacchiato. Quel bruciacchiato è quello che ci piace e che ci aspettiamo al bar. Magari anche con l’acidità di stomaco che ci viene poco dopo.

Luca Sofri è esponente del team «bruciacchiato». È l’«Antigourmet». E in quanto esponente della tifoseria «caffè bruciato», ha dialogato durante il Festival di Gastronomika con Gianni Tratzi, esperto di caffè e fondatore di Mezzatazza Consulting. Uno di quelli che Sofri definirebbe «fanatici del caffè». Quelli del team del caffè acido, del caffè «VERO».

«Perché fino a qualche anno fa bevevo il caffè e adesso mi danno un caffè acido?», dice Sofri. «Vorrei solo poter bere il caffè che ho sempre bevuto, metterci lo zucchero e non essere trattato come un troglodita». Sofri non vuole litigare, si dice anche tollerante, è disposto persino a chiamare in un altro modo quella roba bruciata che ha bevuto finora. «Chiamiamolo anche “caffè schifoso” ma basta che io posso dire “mi date un caffè schifoso”?». Senza essere guardato male.

«Non è più possibile entrare in un caffè a caso e bere un caffè a caso», controbatte Gianni Tratzi. «Non vuoi sapere com’è stato tostato, da dove arriva, chi ci ha lavorato?». Tratzi non discute il gusto, anzi. Spiega bene che «l’acidità è il tratto distintivo dei caffè da bere col latte, nell’espresso deve prevalere l’amaro». Quindi stiamo sbagliando di nuovo.

Ma insomma. Il caffè ha una filiera da conoscere e raccontare tanto quanto il vino, l’olio, i formaggi. E allora perché non parlare anche di gusto, aromi, tostature ecc.? È una questione di «condivisione di informazioni sul prodotto alimentare», dice Tratzi. Di una «richiesta di conoscenza della filiera», sapere che i lavoratori vengono pagati bene o che non stai negando l’istruzione a dei bambini africani. «Nutrirsi e informarsi». Possiamo rinunciare all’integralismo?

Va bene, purché il caffè sia ancora anche quella roba lì bruciata da inondare di zucchero. Qualcuno salvi il caffè bruciato dai “nazigourmet”.

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