Situazione balcanizzataPerché l’arresto di Dodik è un test per la stabilità della Bosnia

Il leader serbo-bosniaco e presidente della Republika Srpska continua la sua strategia di sfida agli accordi di Dayton, con il sostegno di Putin e Orbán. La Serbia usa la crisi per distrarre dalle proteste interne, mentre l’Occidente appare incerto sulla linea da seguire

LaPresse

Il presidente della Repubblica serba di Bosnia (Republika Srpska) Milorad Dodik ha ricevuto un mandato di arresto da parte della Corte della Bosnia-Erzegovina. L’accusa è quella di aver attaccato l’ordine costituzionale, e arriva dopo una serie di leggi del parlamento della Rs che limitano in maniera sostanziale la possibilità per lo stato centrale di operare nel proprio territorio. Il mandato di arresto è la conseguenza della mancata risposta alla convocazione in procura di qualche settimana fa e coinvolge anche il primo ministro Radovan Višković e il presidente dell’assemblea nazionale Nenad Stevandić.

La Republika Srpska è una delle due entità del Paese abitata principalmente da serbo-bosniaci. Occupa circa il quarantanove percento del territorio della Bosnia-Erzegovina e ne ospita il trentatré percento della popolazione. Gode di molta autonomia dal punto di vista amministrativo: ha una propria assemblea, un consiglio dei popoli, un presidente, un governo, polizia e simboli nazionali. I rapporti tra la Rs e la Bosnia-Erzegovina sono regolati dall’accordo di Dayton che ha definito il nuovo assetto istituzionale del Paese dopo lo sfaldamento della Jugoslavia, prevedendo la creazione di due entità (la seconda è quella croato-musulmana) inserite in una cornice nazionale e unitaria. Negli ultimi vent’anni alla guida della Republika c’è quasi sempre stato Dodik e la sua attività politica, soprattutto di recente, si è focalizzata sulla secessione della RS dallo stato centrale.

Abbiamo chiesto a Giorgio Fruscione, ricercatore di ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) che da anni si occupa di Balcani, di spiegare a Linkiesta come si è arrivati a questo punto: «Il mandato di arresto giunge al culmine di un braccio di ferro che va avanti almeno dal 2021 tra il leader dei serbo-bosniaci e il Governo centrale. Le istituzioni impediscono la secessione ma la politica di Dodik sta di fatto misconoscendo l’autorità di quelle istituzioni. È uno scontro che fa il gioco del leader serbo-bosniaco, il cui nazionalismo da anni è funzionale al suo potere. Dodik ha sempre avversato le istituzioni centrali di Sarajevo cui ha provato a sottrarre alcune delle poche competenze esclusive a favore dell’entità a maggioranza serba della Bosnia».

Anche se il sistema istituzionale bosniaco ha formalmente dimostrato di avere gli anticorpi per contrastare le mire secessionistiche di una delle sue entità, di fatto la situazione resta molto fragile e paradossalmente i guai giudiziari di Dodik potrebbero rafforzarne la posizione. Secondo Fruscione si potrebbe protrarre ulteriormente il limbo istituzionale di questi ultimi anni anche se il pericolo che questa volta le conseguenze siano più serie esiste: «La Bosnia in trent’anni ha funzionato poco come stato coeso, garantendo ampie autonomie alle due entità, che a loro volta hanno governi e amministrazioni completamente diverse. La conseguenza più probabile è che lo stato centrale smetta di funzionare in maniera efficace sul quarantanove percento del territorio e da uno scenario simile sarebbe difficile tornare indietro».

A livello internazionale il presidente serbo-bosniaco è molto vicino a Vladimir Putin e al presidente serbo Aleksandar Vučić. Si può dire che da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, ed è di conseguenza diventato sconveniente per Vučić farsi vedere dalle parti di Mosca, Dodik sia diventato a tutti gli effetti l’emissario serbo al Cremlino. La Rs può contare, ovviamente, anche sull’appoggio di Viktor Orbán.

Al contrario, i grandi Paesi europei hanno reagito al mandato di arresto schierandosi dalla parte della Bosnia-Erzegovina ed appellandosi agli accordi di Dayton. L’Europa ha anche rafforzato la missione Eufor sul territorio bosniaco con l’invio di ulteriori truppe. Questa situazione rischia però di trasformarsi nell’ennesima grana per Bruxelles che potrebbe ritrovarsi con nuove tensioni a pochi chilometri dal proprio confine. Soprattutto se la posizione di Washington dovesse avvicinarsi a quella di Mosca.

Al momento l’amministrazione americana tramite il segretario di stato Marco Rubio ha di fatto condannato il comportamento «pericoloso e destabilizzante» di Dodik. In realtà l’interesse statunitense nella regione è piuttosto scarso e questo non contribuirà a stabilizzare le relazioni nei Balcani. «L’America di Trump si concentrerà poco sulla regione— prosegue Fruscione — e il modus operandi del presidente americano tende a normalizzare l’anarchia nelle relazioni non rispettando il diritto internazionale, che è ciò che garantisce la sopravvivenza della Bosnia-Erzegovina.

Dodik spera che gli Stati Uniti rimuovano alcune sanzioni contro di lui e che non ne ostacolino le mosse accogliendo il nuovo status quo bosniaco. L’aspirazione massima sarebbe l’allineamento sulle stesse posizioni russe circa il disconoscimento dell’alto rappresentante, cioè il garante degli accordi di Dayton. A quel punto il presidente della RS avrebbe un alleato a Mosca e uno a Washington».

Chi proverà a beneficiare dell’instabilità della Bosnia-Erzegovina è il serbo Vučić che ha già manifestato il proprio supporto a Dodik. Ormai da mesi migliaia di persone si riversano in piazza a Belgrado (la scorsa domenica erano oltre centomila) per protestare contro la corruzione del Governo e la questione bosniaca può trasformarsi in una grande occasione per distrarre l’opinione pubblica dalle pressioni interne.

La Serbia, in quanto firmataria degli accordi di Dayton, dovrebbe essere uno dei Paesi garanti dell’integrità territoriale della Bosnia, ma la stabilità della regione non è tra le priorità di Vučić in questo momento. «A livello locale — continua Fruscione— la Serbia alimenta le divisioni per scopi di politica interna. Dodik e Vučić sono stretti alleati in quel contesto regionale che le autorità di Belgrado chiamano “mondo serbo”, una versione aggiornata della Grande Serbia e che si ispira al mondo russo di Putin».

Mosca ha un ruolo indiretto in questa situazione e ora è pronta a raccogliere i frutti della grande instabilità che ostacola il processo di integrazione euroatlantica del paese balcanico. L’autocrate russo gongola all’idea di nuove tensioni che possano distrarre gli europei ed è per questo che continuerà a sostenere Dodik nel tentativo di destabilizzare l’area. Spalleggiato dai suoi fedeli alleati a Belgrado e Budapest.

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