La risposta europea alla scena nel “saloon ovale” della Casa Bianca c’è. Tutta l’Europa tranne Viktor Orbán e quell’altro, come si chiama, Robert Fico, più il Canada di Justin Trudeau e persino la Turchia (c’era il ministro degli Esteri Hakan Fidan) ieri a Londra, sotto l’intelligente regia di Keir Starmer – dopo anni la Gran Bretagna ha ritrovato un vero leader – ha espresso il suo appoggio incondizionato all’Ucraina di Volodymyr Zelensky.
Per anni si è chiesto che l’Europa parlasse con una voce sola: ieri, in un formato ancora più largo, è accaduto proprio questo. «I leader europei devono farsi avanti in un momento irripetibile», ha detto Starmer in apertura del summit. Il premier britannico ha sottolineato la presenza di Zelensky ribadendo che i Paesi europei saranno con lui e con l’Ucraina «per tutto il tempo necessario», dato che «ottenere un buon risultato per l’Ucraina non è solo una questione di giusto o sbagliato: è vitale per la sicurezza di ogni nazione».
Starmer ha annunciato una coalizione dei volenterosi composta da Regno Unito, Francia e altri Paesi non specificati (ci sarà l’Italia?) che lavorerà a un progetto di pace e sicurezza assieme all’Ucraina da presentare poi agli americani. Il primo ministro britannico ha precisato di aver parlato con Donald Trump, e che non avrebbe preso questa iniziativa londinese se non avesse avuto fiducia in un esito positivo delle relazioni tra Gran Bretagna, Europa e America sull’Ucraina.
In questo clima unitario Giorgia Meloni ha continuato a non prendere posizione sull’imboscata della Casa Bianca, parlando di «tifoserie inutili». E ha fatto la parte dell’adolescente ingelosita dal protagonismo di Starmer e di Emmanuel Macron, che naturalmente è una delle poche cose veramente positive di questi mesi terribili. Di fatto Macron e Starmer le hanno tagliato la strada in quanto a “pontieri” con il boss di Washington.
Non ci vuole molto – un diploma basta – per capire che da diversi secoli Francia e Gran Bretagna hanno un peso un po’ diverso da quello dell’Italia, anche per la piccola circostanza che sono Paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu nonché potenze nucleari, ma la presidente del Consiglio si è sentita in dovere di esprimere le sue perplessità sull’invio di truppe europee e in generale sul clima che si è creato con gli Usa (ma per colpa di chi non lo dice mai), richiamando i partner a un maggior «coordinamento»: e lei che ha telefonato a Trump, chissà con quale esito, si era «coordinata» con chi? Miserie di Palazzo Chigi, la cui scelta di non aver espresso subito solidarietà a Zelensky è risultata completamente isolata.
L’appoggio a Kyjiv non rallenta: il segretario della Nato Mark Rutte ha parlato di nuovi investimenti e Ursula von der Leyen della necessità di «riarmare l’Europa»; Starmer ha annunciato 1,6 miliardi di sterline (1,9 miliardi di euro) di finanziamenti. Meloni ha recuperato ieri incontrando il presidente ucraino, confermandogli l’appoggio, ma senza prendere posizione contro il boss della Casa Bianca.
Il ruolo che la premier italiana si è assunta è quello del rilancio delle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico, ma è chiaro che se ciò avverrà, e non potrà non avvenire, non sarà stato certo grazie a lei, che nella nuova situazione del “dopo-saloon ovale” appare abbastanza marginale. Per capirci, la partita decisiva, quella dei soldi veri per garantire la presenza europea quando si dovesse giungere a una tregua, non riguarderà tanto l’Italia, quanto Bruxelles, Parigi, Londra, Berlino, Varsavia.
A Roma, piuttosto, Meloni dovrebbe preoccuparsi di quello che succede nel suo cortile. Dove l’inutile se non dannoso ministro dei Trasporti si sta ergendo a rappresentante del trumpismo in Italia, creando a quanto sembra anche un discreto disorientamento tra i suoi che comprensibilmente temono la minaccia dei dazi e una politica antitedesca che non favorisce le esportazioni del Nord est.
Matteo Salvini ha deciso di andare controcorrente con una posizione “vannaccista” che, pensa lui, può portargli qualche voterello. Un gioco pericoloso. Che lo pone in rotta di collisione con una Forza Italia che al contrario è legata, o dovrebbe esserlo, alla politica del prossimo cancelliere tedesco Friedrich Merz, europeista convinto. Il centrodestra ha tre linee: il trumpismo sguaiato di Salvini, l’europeismo pallido di Tajani, il grande “boh” di Giorgia Meloni. In questa situazione le persone davvero legate all’Europa e all’Ucraina – dopo una prima significativa giornata ieri a Roma, Milano e altre ventotto città promossa da Azione – si troveranno nella Capitale, a piazza del Popolo, il 15 marzo.