Oggi sul Giornale, sotto il titolo “La piazza pro Europa non è Ventotene” Gaetano Quagliariello scrive che chi fa propaganda pacifista nel nome del Manifesto di Ventotene non lo ha mai letto. È molto probabile che sia così. Ma aggiunge una bestialità imperdonabile per uno storico, perché avvalora quel che poco prima aveva apparentemente negato, cioè che il messaggio di Ventotene sia una utopia pacifista.
Secondo Quagliariello «l’europeismo possibile passa oggi per il riarmo» mentre «quel testo, certamente evocativo, non ha più niente di attuale. Rischia di proporsi come una sorta d’ideologia in sostituzione di quelle che la storia si è incaricata di sconfiggere. Oggi, insomma, non si può essere, al contempo, europeisti e pacifisti. Cosa che, però, non è chiara a chi ha promosso la manifestazione di sabato».
Quagliariello sicuramente lesse da giovane il Manifesto di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, ma, come tante altre letture di allora, lo ha dimenticato. Altrimenti non potrebbe negare l’importanza che, fra i tanti obiettivi che vennero posti nel Manifesto a fondamento della allora improbabile unione europea – si era nel 1941, nel pieno della guerra nazifascista e nazicomunista alle democrazie liberali (l’alleanza fra Adolf Hitler e Stalin si era rotta solo il 22 giugno di quell’anno per il voltafaccia tedesco) – vi fosse la formazione di un esercito europeo.
Ecco due passaggi illuminanti del Manifesto. Il primo: «Alla prova, è apparso evidente che nessun paese d’Europa può restarsene da parte mentre gli altri si battono, a nulla valendo le dichiarazioni di neutralità e di patti di non aggressione. È ormai dimostrata la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti. Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei». È inattuale? Sostituite Società delle Nazioni con Onu, sembra scritto oggi. E sul «principio del non intervento» c’è qualcosa da aggiungere, oggi?
Il secondo: «Con la propaganda e con l’azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre fin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli».
Un esercito europeo, avete letto? Non il disarmo europeo. Non le virtù civili o le piacevolezze umane dell’Europa, ma un esercito che le sappia difendere. Sul resto – no alle autarchie cioè i dazi, sì allo Stato federale, sì al principio di sussidiarietà – trovate tutto questo superato?
Non parteciperò alla messa in scena europeista di quella piazza romana perché sono convinto che il riarmo, ostracizzato dai promotori della manifestazione e dalla stragrande maggioranza delle forze politiche e sindacali che vi partecipano, sia oggi necessario, pur in una Europa non federalista, di fronte alla minaccia politica, culturale e militare dell’imperialismo putiniano. Ma certamente resto convinto, con Ventotene, che un’Europa più forte non è solo un Europa più armata ma un’Europa più unita, e mi auguro che fra i parlamentari che hanno in grande maggioranza votato sì alla risoluzione della Commissione siano tanti quelli che lo hanno fatto nel nome del federalismo impegnandosi per dare concretezza a questa che non è più un’utopia ma una necessità vitale.