Matteo Salvini è una scheggia impazzita. In un Paese normale si sarebbe aperta quantomeno una frattura di questa portata sulla politica estera e sul rischio di dazi; se non addirittura una crisi di governo, o almeno una discussione seria. Oltre che parlare in Parlamento, la presidente del Consiglio dovrebbe convocare un vertice di governo. Giorgia Meloni invece sopporta che il vicepremier leghista la contraddica su tutto, nel momento di maggiore difficoltà che la vede pencolare, paurosamente sul ciglio del burrone, tra Donald Trump, l’Europa e l’Ucraina.
Mentre la presidente del Consiglio si trova su una zattera che rischia di affondare in mezzo all’oceano Atlantico, per usare una efficace metafora di Emma Bonino, il patriota di Trump mobilita la sua piazzetta (sabato e domenica prossima) per chiedere la fine della guerra e la rottamazione delle cartelle esattoriali. Pace in Ucraina e pace fiscale in Italia. Un accostamento folle, fuori luogo, blasfemo. Mette sullo stesso piano i morti causati dall’invasione russa e gli italiani «tenuti in gabbia» dalle cartelle esattoriali.
Anche nella Lega non sanno più come fare con lui, schierato con la peggiore destra europea, appiattito su Washington con la vecchia maglietta di Putin indossata sulla Piazza Rossa qualche anno fa. Da Luca Zaia a Massimiliano Fedriga, fino ad Attilio Fontana l’imbarazzo è diventato angoscioso quando hanno sentito il loro segretario affermare che i dazi possono essere un’opportunità, che non bisogna avere paura di Trump che rappresenta il futuro, che i contro-dazi di Ursula von der Leyen «fanno ridere». Trattiamo direttamente con Trump, è la tesi balorda di Salvini: se ci mettiamo in mano a Emmanuel Macron rischiamo di suicidarci.
Alcuni giorni fa, al Consiglio federale del Carroccio, il capogruppo del Senato Massimiliano Romeo e il governatore del Friuli Venezia Giulia Fedriga gli avevano detto di apprezzare Trump quando si batte contro il politicamente corretto e mette in discussione le politiche dell’accoglienza, ma sulle questioni economiche le idee del presidente americano sono pericolose per il nostro sistema industriale: la Lega rischia di trovarsi spiazzata.
Salvini invece, con il cappellino Maga in testa, convoca le piazze per la pace fiscale e militare. E pensa così di anticipare la piazza pro Europa del 15 marzo. Sale nella curva della tifoseria trumpiana mentre Meloni, scivolando via dal vertice di Londra, ammonisce gli alleati europei a non lasciarsi andare alle tifoserie dopo quanto accaduto nello Studio Ovale tra Trump e Zelensky. Perché allora non convoca un bel vertice di maggioranza o direttamente Salvini per dirgli a brutto muso che non è in gioco il posizionamento di un partito, di un libero battitore che gioca nella squadra anti-europea dei Patrioti.
È l’Italia che, insieme all’Europa, si sta giocando l’osso del collo. Dovrebbe spiegargli che in ballo c’è la credibilità del governo che non sa da che parte stare. E che molto presto il centrodestra italiano si troverà a dover decidere se aumentare la spesa militare e se far parte dei volenterosi che si assumeranno senza gli Stati Uniti la responsabilità della sicurezza dell’Ucraina, quando e se ci sarà il cessate il fuoco.
A Salvini non frega nulla del vicolo cieco in cui si trova Meloni, non gli interessa né l’Europa né la Difesa comune. Lui sta con i gangster di Washington. Illudendosi che gliene verrà qualcosa elettoralmente.