Dimenticate il Regno Unito esitante, quello smarrito dopo la Brexit, in bilico tra la nostalgia di un passato da potenza globale e l’incertezza di un futuro senza un ruolo definito. Negli ultimi anni Londra ha faticato a trovare il proprio posto in un mondo in continua trasformazione, vagando ai margini della diplomazia internazionale e osservando da spettatrice le grandi partite geopolitiche senza mai davvero entrarvi. Con Keir Starmer, però, sembra tutto cambiato.
Il premier che fino a pochi mesi fa veniva descritto come un tecnocrate grigio e privo di slancio è riuscito a riportare la Gran Bretagna al centro della scena mondiale. Da mediatore tra Europa e America a promotore di un piano per l’Ucraina, Starmer in poco tempo ha trasformato la diplomazia britannica in un perno delle grandi questioni globali. Fin dall’inizio del suo mandato, l’inquilino di Downing Street ha puntato su un “reset” delle relazioni con l’Unione europea.
La presenza costante del premier britannico nei dossier europei, il suo coinvolgimento nelle discussioni chiave di Bruxelles e la frequente organizzazione di incontri con i principali leader del continente segnalano un cambio di passo rispetto alla stagione post-Brexit, quando il Regno Unito sembrava aver scelto una strada di isolamento. Starmer ha infatti fatto della ricostruzione dei legami con l’Unione europea una priorità, lavorando per rafforzare una cooperazione che negli ultimi anni era stata relegata ai margini.
Ma Londra non può permettersi di guardare solo a Bruxelles. Per questo, con la stessa meticolosità, il premier si è mosso per stabilire un solido rapporto con il presidente Donald Trump dopo la sua rielezione. L’incontro alla Casa Bianca non è stato frutto dell’improvvisazione: per mesi Downing Street ha lavorato per preparare questa visita nel dettaglio, consapevole dell’importanza di un asse solido con Washington nonostante alcune posizioni irricevibili di Trump in politica estera.
Starmer si è presentato allo Studio Ovale con un atteggiamento pragmatico, facendo di tutto per evitare di entrare in rotta di collisione con il capo della Casa Bianca e ottenendo così il riconoscimento del Regno Unito come attore centrale nella mediazione tra gli Stati Uniti e i partner europei.
Ma è stato il ruolo da protagonista di Starmer nel sostegno all’Ucraina a proiettare definitivamente Londra sulla scena mondiale. Mentre Trump riduceva il sostegno americano a Kyjiv, Starmer sceglieva invece di intensificarlo.
Due settimane fa, a Londra, il premier britannico ha riunito diciotto leader internazionali – non solo dagli Stati europei, ma anche dal Canada e dalla Turchia – per delineare un piano di sostegno all’Ucraina. Il primo ministro sta lavorando per coinvolgere nel piano anche alcuni Paesi arabi, tra cui Arabia Saudita, Giordania e Bahrein, convinto che un sostegno più ampio sia necessario per garantire una pace duratura. E non si è fermato lì: questo sabato, Starmer ospiterà un summit virtuale della “coalizione dei volenterosi”, un’alleanza proposta dallo stesso premier per garantire la sicurezza ucraina anche in assenza di un pieno impegno americano.
«In molti modi, sono un po’ sorpresa da quanto naturalmente Starmer sia entrato nel ruolo, soprattutto considerando che non ha molta esperienza in politica estera», ha dichiarato all’Agence France-Press, Evie Aspinall, direttrice del centro studi British Foreign Policy Group. «Ma è un avvocato molto esperto, è un uomo molto intelligente e negli ultimi giorni ha dimostrato di poter davvero farsi valere sulla scena mondiale e di saper gestire personaggi complessi».
Se sulla scena internazionale Starmer si sta imponendo come una figura sicura e determinata, in patria il quadro è più incerto. La sua leadership è stata spesso descritta come poco carismatica e priva di una chiara visione politica. Il suo stile – metodico, misurato, persino burocratico – è stato più volte messo in discussione, con addirittura il suo Capo di gabinetto, Morgan McSweeney, che si è lamentato del fatto che Starmer sia un «responsabile delle risorse umane, non un leader».
Eppure, paradossalmente, proprio questo approccio si sta rivelando un vantaggio nelle delicate trattative internazionali. E se in patria il suo stile è stato definito eccessivamente cauto, sullo scenario globale la sua capacità di mediazione è emersa come un punto di forza. La sua freddezza, spesso criticata, gli ha permesso di mantenere equilibrio e pragmatismo nei momenti chiave.
Secondo l’Economist, la crisi ha rivelato un lato inaspettato del premier britannico, che ha saputo sfruttare a suo favore la freddezza e il pragmatismo che in patria spesso gli vengono rimproverati. Politico ha sottolineato come Starmer stia riuscendo a rafforzare il ruolo internazionale del Regno Unito proprio grazie alla sua capacità di mediazione, mentre l’Independent ha evidenziato come la sua strategia stia contribuendo a restituire a Londra un ruolo centrale nella politica globale.
Poco importa, dunque, la celebre frase del 1962 di Dean Acheson, l’ex Segretario di Stato americano, che per anni ha perseguitato i leader d’oltremanica: «La Gran Bretagna ha perso un impero ma non ha ancora trovato un ruolo». Oggi, quel ruolo sembra finalmente chiaro. Londra non si accontenta più di essere un attore marginale. Vuole essere un punto di riferimento nella nuova direzione geopolitica mondiale: un ponte tra l’Europa e gli Stati Uniti, un garante della stabilità in Ucraina e un leader nell’impegno globale per la sicurezza.
Il futuro, tuttavia, resta incerto. La strategia di Starmer, per ora, sembra funzionare, ma i rischi sono numerosi. Se la crisi in Ucraina dovesse precipitare, se Trump dovesse ridurre ulteriormente l’impegno americano o se l’economia britannica dovesse continuare a rallentare, il premier si troverebbe ad affrontare sfide enormi. Il rischio? Che questa accelerazione sulla scena mondiale si riveli un’arma a doppio taglio. La promessa di aumentare la spesa per la difesa al 2,5 per cento del Pil entro il 2027 ha già suscitato polemiche: il Labour è stato costretto a tagliare il budget per gli aiuti all’estero, provocando le dimissioni della ministra Anneliese Dodds.
E il problema più grande è sempre lo stesso: la politica estera, per quanto brillante, non risolve i problemi quotidiani dei cittadini. «Ogni sterlina spesa per missili anticarro Nlaw è una sterlina che non andrà al Servizio Sanitario Nazionale», ha scritto l’Economist, ricordando che, alla fine, i governi vengono giudicati su ciò che fanno in patria, non all’estero. La posta in gioco è alta, e Starmer sembra pronto a giocarsela.