Dopo “Rubare la notte” (Mondadori), in cui a mescolarsi in un’unica traccia erano uno dei romanzi più popolari al mondo, “Il piccolo principe”, e la vita del suo autore, Antoine de Saint-Exupéry, un personaggio che da solo sarebbe valso una storia, Romana Petri torna in libreria con un altro saggio d’autore, che saggio non è, ma un romanzo vero e proprio con al centro una delle scrittrici più importanti del Novecento: Flannery O’Connor. “La ragazza di Savannah” (Mondadori) è la storia di un inseguimento, la storia di una scrittrice che ne tallona un’altra, la sua protagonista, restituendo ai lettori il ritratto inedito di una ragazza americana di buona famiglia e di solidi principi pronta a stupire grazie al suo piglio e al talento.
Affetta da lupus, la stessa malattia per cui trovò la morte il suo amato padre, Flannery O’Connor, una delle voci più dirompenti della letteratura americana, ci ha lasciato in realtà solo due romanzi – “La saggezza del sangue” e “Il cielo è dei violenti – e, insieme ai romanzi, varie raccolte di racconti. Una giovane donna che precorre i tempi per quel suo modo di porsi per nulla accomodante, niente affatto cerimonioso, ma anzi, forte di un carattere risoluto, ruvido, e di un’ironia caustica e tagliente. Se non trascorreva le giornate a leggere o a scrivere, la ragazza di Savannah lo faceva in compagnia dei polli e dei pavoni che allevava nella propria tenuta in Georgia.
Fervente cattolica, costruì un rapporto muscolare e schietto perfino con Dio, un legame privo di quegli orpelli che, come donna, rifiutava nelle sue relazioni e, in quanto scrittrice, escludeva dalle proprie pagine. Il rapporto con la religione fu in effetti un rapporto quasi fisico, un corpo a corpo intimo e ostinato, che le permetteva di rintracciare il divino nei luoghi sconsacrati dove si aggirano i suoi personaggi, reietti al margine di un centro che appare per chi scrive sempre meno interessante di quanti restano invece sul ciglio.
Una certezza più volte professata, questa: per arrivare a Dio bisogna aver sofferto. E la ragazza di Savannah ne sa di certo qualcosa. Costretta a usare un bastone per muoversi o per camminare, davanti allo sguardo scorato di una madre, già vedova, incapace di dissimulare fino in fondo il suo dolore, Flannery O’Connor sa che abbattersi non serve a niente. Non si vive senza soffrire. Anche se questo non significa che la vita sia una tragedia. La vita, ripeterà spesso, è solo la volontà di Dio. E così, la scrittura. Scrivere è l’atto di restituire spazio e dignità a chi si sente smarrito.
«Il racconto si svolge qui, nella fattoria», risponde a un giornalista venuto a farle visita e parlando di un racconto, “Il profugo”, a cui sta lavorando in quei giorni. «Sa, mi muovo ormai poco. Ma sto lavorando sui molti significati dell’essere profughi. Spesso ci si sente un po’ fuori luogo, non trova? Non è solo una questione sociale o linguistica. Penso allo spaesamento, allo smarrimento. Guardi me, non mi trova sufficientemente spaesata e profuga in un mondo che dà tanta importanza all’aspetto fisico? Avere un handicap è roba da profughi».
Romana Petri ha inventato tutto, pur restando fedele a ogni cosa. Dopo anni di ricerche, in cui ha recuperato l’epistolario di Flannery O’Connor, i suoi romanzi, i racconti, quanto era stato scritto su di lei, con una grande prova d’autrice ha dato vita a una biografia in cui a essere protagonista della storia non è solo una ragazza del profondo sud messa a dura prova dalla vita, ma soprattutto il coraggio di chi non si sottrae al proprio talento, di chi va incontro al destino con cieca caparbietà e impareggiabile forza.
E tuttavia, oltre la letteratura, o la genesi a volte dolente dei suoi scritti, la vita. Un’esistenza trascorsa nelle limitazioni che la malattia le procura, e nella solitudine a cui la obbliga la mancanza di un legame amoroso. Nessun uomo sembra disposto ad amare una storpia, nonostante in molti, fra gli uomini, restino irretiti dall’intelligenza di Mary Flan e dal suo estro.
È qui che il racconto si scalda, fino a volte a commuovere. Una donna impavida e sferzante: sembra che nulla riesca a scalfirla. Poi, invece, i rimpianti. La ragazza di Savannah si rammarica per quell’occasione mancata: essere solo la scrittrice, Flannery O’Connor, e non la figlia zoppa di Regina Cline. Coltivare il sogno di vivere una vita diversa, poter uscire, ad esempio, non muoversi nel mondo come fosse un’ubriaca che a stento si regge in piedi, e lì, nel mondo, lontano dalla fattoria, incontrare persone come lei e poter chiacchierare di libri.
Sono cose che le mancano, ma che ogni tanto si profilano nelle sue giornate. Ci sono i convegni, viaggi che la lasciano esausta. E così, durante una delle tante interviste, tornare con la mente ai suoi polli, e nutrire il desiderio opposto, quello di fare ritorno a casa. Occuparsi degli animali, scrivere.
Lungo questa scissione, da una parte il ruolo dell’autrice intrepida, dall’altra quello della donna eccentrica e coraggiosa, ma anche segnata dai dolori, il lutto, la solitudine e la malattia, corre un romanzo in cui a delinearsi è alla fine il ritratto della complessità. Le condizioni della ragazza di Savannah peggiorano di anno in anno. Ciò che non può consumarsi e che torna a vibrare fra le pagine di questo romanzo è, però, tutta l’ostinazione di chi crede nel proprio talento, una luce di dio, e che quel talento fa di tutto per meritarselo.