Prima di affrontare il torbido arcano dei bambini assaliti nel parco di Hampstead, occorre stabilire le regole del gioco. Perché, come ogni esplorazione in terre poco conosciute, abitate da fosche e talvolta povere creature, il duello fra Sherlock Holmes e il Conte Dracula obbliga a darsi delle coordinate. Per alcuni sono naturali, ma è probabile che non sia così per tutti. Il buonsenso impone di stabilire criteri di ingaggio precisi. L’alternativa è smarrire il filo degli eventi o, peggio, perdere sé stessi irrimediabilmente. Per prima cosa, si deve aderire al principio secondo cui Sherlock Holmes è realmente esistito. Di qui deriva che il dottor John Watson, un ufficiale medico reduce dall’Afghanistan dove ha rimediato una fastidiosa ferita, è il biografo dell’investigatore, anche se i racconti vengono firmati dal suo agente letterario, un chirurgo e oftalmologo scozzese di scarso successo di nome Arthur Conan Doyle, quotato polemista, scrittore nel tempo libero e futuro baronetto. In totale, il Canone di Baker Street che risulta dalla combinazione di questo formidabile trio si compone di quattro romanzi e cinquantasei racconti, qualche testo teatrale e alcuni piccoli scherzi. Sono scritti meravigliosi che danno forma e vita a un universo immaginario in cui ogni prodigio è contemplato, una cosmografia in cui è dolce e avvincente perdersi. Dal loro studio affiorano gli elementi della geografia irrinunciabile di un viaggio senza mappe.
Anche Dracula è realmente esistito, naturalmente. La sua epopea di nobile vampiro e succhiasangue spietato, non privo di fascino e romanticismo, emerge da una serie di documenti raccolti e pubblicati nel 1897 da Bram Stoker, mente geniale sbocciata nei pressi di Dublino, noto fra l’altro come assistente personale del grande attore Henry Irving, e per essere stato direttore amministrativo del Lyceum Theatre di Londra. Che fosse il fratello minore di un celebre chirurgo è un particolare da non sottovalutare.
Doyle e Stoker furono buoni amici. Si incontrarono in più occasioni. Esiste una rara intervista di Sir Arthur condotta e scritta da Bram in cui si parla di molte questioni meno che delle minuzie che rischiarano le rotte di ogni vita, un testo in cui i due uomini scelgono di guardarsi da lontano anche se – nei giorni in cui fu pubblicato – il loro rapporto era stretto e lo scozzese invitò l’irlandese al secondo matrimonio. Sono insieme, sotto lo stesso tetto, ma conversano d’altro.
Una casualità? Nel momento in cui si entra nel Grande Gioco le coincidenze fortuite presentano una singolare propensione a svanire.
Eccoci, si levi il sipario.
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Nel ricostruire le scioccanti vicende che ebbero come protagonista il Conte Dracula, Bram Stoker ha seminato indizi che aiutano a risolvere l’enigma sherlockiano, soprattutto per quanto riguarda il soggiorno londinese del vizioso nobiluomo romeno. Chiamiamolo il mistero dell’investigatore che non indagò. Per ora.
Come ci si arriva è storia nota. Il principe della Transilvania decide di comprare una casa a Londra e per questo riceve nel suo castello lo zelante Harker, emissario del legale incaricato di curare la transazione immobiliare. Il malcapitato finisce vittima del succhiasangue e involontariamente mette il Conte sulle tracce della fidanzata Mina, della quale porta con sé una foto protetta da un medaglione. Il vampiro la vede e ne rimane rapito, il che basta ad accelerare il suo viaggio verso l’Inghilterra. Sarà amore al primo morso. Sbarcato in agosto fra gli scogli dell’incantevole Whitby, sulla costa dello Yorkshire settentrionale, e dopo aver decimato l’equipaggio del veliero che lo ha trasportato insieme alle sue bare colme della terra di casa, Dracula punta verso il Tamigi e prende casa in Piccadilly, pare al numero 138, dove oggi c’è l’Hard Rock Cafe.
Dalla nuova base comincia a mietere vittime, la più importante delle quali è Lucy Westenra, la miglior amica di Mina, una diciannovenne corteggiata senza fortuna da un medico, il dottor Seward. Con un bacio assume il controllo della sua volontà e la trasforma in un mefistofelico agente. Ovvero nella Bloofer Lady. Siamo in territori dove l’ambivalenza è una costante.
Qui l’intreccio si complica e guadagna interesse. Succede quando entra in scena Abraham Van Helsing, uno psichiatra olandese esperto di malattie rare che nessuno conosce davvero e che solo Seward – un clinico che amministra una casa per deboli di mente – ricorda di aver visto anni prima. Non viene precisato dove e quando, anche se un congresso sembra essere la spiegazione più probabile. Il curriculum lo definisce professore, giurista, scienziato e metafisico.
Van Helsing è alto e magro, ha un naso pronunciato, un carattere chiuso e puntuto. È reticente sul proprio lavoro, cambia discorso di continuo e parla d’altro nei momenti difficili. Ha una pratica dimestichezza con siringhe ipodermiche e apparecchi di medicina legale. È un ottimo osservatore. Si muove a scatti. È un istintivo, ma non tira a indovinare. «Sembra avere gli occhi sulla nuca» appunta il dottor Seward, che è specialista di cervelli e intelligenze, e lo incontra il 2 settembre 1890 al Great Eastern Hotel di Londra. È un terapeutico, ma non fa alcun riferimento alla medicina tradizionale: «Le azioni del professore erano strane e non trovavano riscontro nella farmacopea» insiste Seward, che sarà sempre la sua ombra. «Un uomo dai nervi d’acciaio, risoluto e indomabile, con un forte autocontrollo e un cuore fra i più gentili e sinceri». La sua prima visita in città a Lucy durerà appena ventiquattro ore.
Se non bastasse questo a rendere Van Helsing curioso, ecco che il nostro eroe venuto dai Paesi Bassi ha una confidenza da scassinatore con le chiavi passe-partout, che utilizza agevolmente quando Dracula si cela dietro una porta chiusa. Mastica un inglese da macchietta, tanto sbagliato da dare l’impressione di farlo apposta. Ha modi teatrali, esclama frasi come: «Gott in Himmel!» davanti alla personificazione del male, dimenticando di essere olandese e non tedesco. È irrequieto e svelto. Riappare il 7 settembre convocato d’urgenza da Seward. L’8 settembre sparisce con il pretesto di recuperare degli strumenti ad Amsterdam; il 10 settembre è già di ritorno.
Ci siamo. Sicuri che sia un dottore olandese?
E se fosse un travestimento?
E se fosse Sherlock Holmes?
