Conversando con Tucker Carlson, che un anno fa aveva intervistato Vladimir Putin per fargli dire che l’Ucraina è una Russia che nega sé stessa e non è in ogni caso uno Stato legittimo, il cosiddetto negoziatore della Casa Bianca, Steve Witkoff ha rilanciato i contenuti più caratteristici della propaganda russa, allegando attestati di stima e di rispetto per il Capo del Cremlino, persona molto intelligente, per niente cattiva e colma di devozione umana e religiosa: ha pregato per Donald Trump e gli ha regalato un ritratto commissionato al migliore artista russo.
Nell’occasione, Witkoff ha tenuto a fare sapere di credere fermamente che Putin si accontenterà delle regioni che ha «riconquistato» e che, anche se l’Ucraina è un «falso Paese», non sarà ulteriormente aggredita dalla Russia, dopo avere ceduto a Putin quello che d’altra parte era già suo. Ha stigmatizzato «l’arroganza dei piccoli Stati» e certificato che le regioni annesse dalla Russia hanno svolto regolari referendum e democraticamente accettato di rientrare nell’orbita di Mosca. Witkoff ha poi escluso che «Putin voglia prendersi tutta l’Europa» e irriso l’impegno di alcuni paesi europei per la sicurezza dell’Ucraina.
Witkoff non sta negoziando alcunché con Putin, ma sta tentando di creare le condizioni per estorcere il riconoscimento della spoliazione dell’Ucraina sia a Zelensky sia ai (pochi) Paesi europei che vedono la capitolazione di Kyjiv come un pericolo, non come una liberazione dagli impicci.
La sua figura è un piccolo ingranaggio della macchina Maga (Make america great again), ma è perfettamente rappresentativa del funzionamento della guerra ibrida trumpiana. La reazione che questa azione sta suscitando in Italia è purtroppo altrettanto esemplare, e porta a interrogarsi sulla scarsa resilienza (parola alla moda, ma pertinente) della classe politica e dell’elettorato italiani di fronte all’offensiva politico-ideologica dell’amministrazione americana.
La grandissima parte dei partiti e la maggioranza degli elettori sostanzialmente condividono il progetto di disarmare l’Ucraina per propiziare la pace, e per salvare l’Europa dallo spettro di una guerra che si estenda entro i suoi confini, e si illudono di tornare al business as usual con la Russia (con cui non è possibile alcun rapporto normale) e con gli Stati Uniti (che con Trump hanno anch’essi abbandonato la tradizionale normalità occidentale).
Quel che Trump e Putin sono riusciti a estorcere in Italia non è semplicemente l’obbedienza a un dominio, ma il consenso alla sua logica razionale. La soluzione della guerra che gli alleati russo-americani stanno infliggendo all’Ucraina non viene considerata solo inevitabile, ma largamente preferibile a qualunque alternativa, come conviene la larghissima ecumene pacifista italiana, di destra, di sinistra, di sopra e di sotto, in cui non c’è più sostanziale differenza tra quello che sussurrano con sussiego professorale i Gustavo Zagrebelsky, e quello che berciano con impudenza retrequattrista i Mario Giordano.
L’idea che l’ordine internazionale migliore sia quello che prende congedo da qualunque pretesa di Stato di diritto globale e si riaccomoda sul canone affaristico-mafioso dei nazionalismi del tempo che fu – con un ranking morale tra i Paesi dato dalla dimensione della minaccia che questi rappresentano – in Italia ha conquistato una vera e propria egemonia culturale.
La goccia dell’informazione anti mainstream – anche in questo caso, senza vere differenze tra destra e sinistra – ha scavato negli ultimi decenni tali voragini di malafede nella coscienza civile del Paese che, dinanzi al puzzo della putrefazione americana, i nasi degli italiani per lo più non avvertono nulla di ripugnante. L’old deal trumpiano riscuote in Italia più successo di quanto mai abbia raccolto il new deal rooseveltiano, e anche questa è una pagina coerente dell’autobiografia della nazione.