«Condurrò il lettore lungo la strada che io stesso ho percorso, una strada piuttosto aspra e tortuosa, poiché altrimenti non posso sperare che egli prenda molto interesse al risultato alla fine del viaggio. – Albert Einstein, Considerazioni cosmologiche sulla teoria della relatività generale (1917)».
Nelle prime ore del mattino del 18 aprile 1955, si spense a Princeton, nel New Jersey, forse il più grande genio che sia mai esistito. Il giorno prima di morire, Albert Einstein fece pace con l’idea della fine: «Ho fatto la mia parte. È ora di andare». Senza dubbio si era meritato di riposare, ma non si aspettava alcuna ricompensa ultraterrena. Einstein non ha mai creduto in un aldilà, «anche se le anime deboli […] nutrono tali pensieri per paura o egoismo». Lo attendeva invece un’altra forma di immortalità. Leggendario già in vita, famoso in tutto il mondo per aver rivoluzionato la fisica, Einstein stava lasciando dietro di sé una magnifica eredità intellettuale che gli sarebbe sopravvissuta a lungo. Ma sapeva meglio di chiunque altro che il suo lavoro era incompiuto.
Non contento degli innumerevoli contributi scientifici ottenuti prima dei quarant’anni, aveva trascorso i suoi ultimi decenni ossessionato dalla ricerca di una teoria unificata di tutta la fisica, dall’elettrone infinitesimo all’immensità delle galassie. Per Einstein, questa ricerca dell’unità era «il dovere più alto e sacro» e giurò che non avrebbe mai rinunciato alla speranza «che questo obiettivo, il più grande di tutti, possa davvero essere raggiunto».
Quella della fisica non era la sola unificazione che sperava di raggiungere in vita. Altrettanto se non più ambizioso era il suo desiderio di unire l’umanità intera in una comunità globale pacifica. Einstein, pacifista dichiarato per tutta la vita, non rinnegò certo i suoi ideali mentre si avvicinava la fine. Solo quattro giorni prima di morire, firmò un appello alla pace in cui esortava gli uomini a mettere da parte le convinzioni personali e i pregiudizi politici. «Ricordate la vostra umanità […] e dimenticate il resto». E sul tavolo accanto al suo letto di morte giaceva la bozza manoscritta di un discorso in cui invocava «ideali universali di pace». La ricerca di una teoria unificata occupò gli ultimi decenni di Einstein, ma la ricerca della pace occupò i suoi ultimi giorni, se non le sue ultime ore.
Tutti sanno che Einstein era un fisico formidabile e un appassionato pacifista. Ma quasi nessuno sa che per lui unificare la fisica e unire l’umanità non erano che due aspetti di un’unica ricerca spirituale. Le multiformi leggi della natura fisica e la nostra apparente disunità erano solo una «illusione ottica» causata dai limiti delle nostre menti umane. «Lo sforzo di liberarsi da questa illusione […] è l’unico tema della vera religione». Questa vera religione richiedeva non solo nuove credenze, ma «un nuovo modo di pensare» per aiutare la mente umana a «salire a livelli superiori». Non più imprigionata dall’individualità, il nuovo tipo di coscienza immaginata da Einstein poteva tranquillamente dirsi «una parte dell’Infinito». E sebbene sapesse che era «molto difficile spiegare questo sentimento a chiunque ne fosse del tutto privo», credeva che fosse diritto di ogni essere umano sulla Terra avere la sensazione di essere un elemento dell’eterno.
Oggi, però, quella che Einstein chiamava «religione cosmica» è quasi completamente sconosciuta. Come la sua teoria di campo unificata e la sua speranza ancora irrealizzata di raggiungere la pace nel mondo, la rinascita spirituale da lui auspicata rimane incompiuta. Sebbene Einstein credesse che gli esseri umani fossero «affamati di nutrimento spirituale», accusava la sua epoca di essere «barbara, materialista e superficiale». Un secolo dopo, siamo ancora lì. Nella nostra epoca sempre più secolare e cinica, molti cercano negli angoli più remoti del mondo un qualche tipo di spiritualità senza superstizione, un senso del sacro senza il soprannaturale.
Desideriamo ardentemente soddisfare i nostri impulsi religiosi profondi, senza sacrificare ragione o integrità, e nemmeno le comodità. E intanto l’insegnamento di Einstein giace sepolto ai nostri piedi, dimenticato. Ma cos’era questa religione cosmica che il grande fisico sperava di vedere abbracciata dal mondo intero? E cosa potrebbe offrirci oggi? Einstein immaginava una spiritualità così radicale da portarlo a respingere come inservibili tutte le religioni del mondo.
Ma la sua visione era anche inclusiva, visto che annoverava tra i suoi modelli santi cattolici come Francesco d’Assisi, atei antichi come Democrito di Abdera, eretici moderni come Baruch Spinoza e saggi orientali come Buddha. Distinta da un revival nostalgico della fede occidentale o da un’ingenua imitazione della filosofia orientale, la spiritualità di Einstein era qualcosa di più: un amalgama quasi alchemico di mente e materia, una nuova sintesi di nobile spiritualità e scienza avanzata. Non era tanto una fede sistematica o un insieme specifico di credenze, ma piuttosto un’euristica che ci portava a vedere come tutto emanasse da un’unica fonte sacra. Il sogno di arrivare a una concezione non dualistica dell’esistenza è un’ambizione non comune, un percorso perseguito da pochi individui eccezionali.
Al contrario, le religioni tradizionali sono sempre state innamorate del dualismo: tutte sembrano determinate a mantenere la divisione tra corpo e anima, tra sopra e sotto, tra Cielo e Terra. E la scienza non è da meno. I primi scienziati-filosofi moderni come René Descartes erano altrettanto dualisti, mentre oggi si tende proprio a negare del tutto l’esistenza della coscienza o a respingere il mistero della mente come qualcosa di estraneo al dominio della scienza. Einstein chiedeva di più.
La sua religione cosmica richiedeva un salto quantico nella coscienza, un pieno e definitivo riconoscimento del fatto che la realtà fisica studiata dalla scienza e i regni fantastici esplorati dallo spirito erano davvero la stessa cosa. Se non ci convinciamo del fatto che «la fisica e la psicologia sono solo tentativi diversi di collegare le nostre esperienze tramite il pensiero sistematico», siamo condannati a vivere entro i confini delle vecchie dicotomie. Persi in illusioni dualistiche, dimentichiamo che la materia è solo il mezzo per le nostre menti, che le nostre azioni nel mondo esterno sono solo un’espressione della nostra essenza interiore, che le tecnologie modellate dalla scienza non fanno altro che realizzare i sogni – e gli incubi – nati nel profondo della nostra anima.
