Esiste la democrazia illiberale? È a partire da questa domanda che molta parte del dibattito storico-politico e politologico si è occupato di un tema divisivo sul quale fautori e oppositori del populismo, soprattutto in Europa, continuano a scontrarsi. La storia della democrazia illiberale, e dei suoi fondamenti teorici, è in realtà piuttosto antica. Essa serpeggia, in embrione, in alcuni timidi e critici tentativi di pensare la democrazia nel mondo premoderno (dove, naturalmente, il liberalismo come lo conosciamo noi moderni non era ancora arrivato) e ritorna, in seguito, nelle riflessioni di filosofi e pensatori della politica già a partire dall’Ottocento e poi per buona parte del Novecento. Carl Schmitt, Jacob Talmon, Isaiah Berlin, per citare solo alcuni grandi teorici che se ne sono occupati, sono tra coloro che hanno difeso e sostenuto l’idea che, nella sua essenza, la democrazia sia fondamentalmente un regime incompatibile con il liberalismo.
In tempi più recenti, alla fine degli anni novanta, il concetto di democrazia illiberale è stato sdoganato di nuovo da un analista americano di politica estera, Fareed Zakaria, il quale se ne è servito per riferirsi al complesso processo di ibridazione tra democratizzazione e autoritarismo che sembrava svilupparsi in alcune realtà emerse con la fine dell’impero sovietico, come erano ad esempio la Bielorussia e il Kazakistan, o in altre aree, come il Sud America. Un tratto comune in tutte queste esperienze storiche è che l’espansione della sovranità popolare andava prevalendo a scapito delle garanzie più elementari dei diritti individuali. […]
Secondo Zakaria, la democrazia illiberale è una tipologia di governo in cui un certo grado di partecipazione elettorale, spesso idealizzato, si accompagna a elezioni che non sono né libere né rispondenti alle garanzie elementari necessarie a una forma essenziale di pluralismo politico. L’analista americano sottolinea lo spettro ampio che caratterizza le diverse tipologie di democrazie illiberali ma, profeticamente, la Russia e la Cina sono presentate come modelli di riferimento importanti di paesi che ricorrono a una certa retorica democratica per avanzare politiche autoritarie e orgogliosamente illiberali.
In particolare, il caso russo indica quello di uno Stato che, superato il comunismo sovietico, manteneva un certo grado di libertà che però è stato soffocato in modo sistematico dai vari leader politici, soprattutto El’cin e Putin, che hanno gestito la transizione dall’autoritarismo alla democrazia. Ma Zakaria si sofferma anche sui casi del Venezuela, della Bielorussia e di altre democrazie illiberali che si trovano al di fuori del mondo occidentale. Il punto fondamentale sollevato dall’analista americano è comunque più ampio della necessità di cercare modelli specifici che rispondano alla categoria generale di democrazia illiberale: esso ha a che fare con il rapporto tra democrazia e liberalismo o Stato di diritto.
Secondo Zakaria, non c’è nessun rapporto necessario o deterministico tra la democrazia e la garanzia dei diritti individuali storicamente cara alla tradizione liberale ma un discorso di maggiore probabilità che, almeno nel mondo moderno, l’una possa essere associata all’altra. La tesi di Zakaria è stata sottoposta a critiche anche molto severe che, in molti casi, ne sottolineavano l’irrilevanza, al punto che uno scettico analista del “New York Times” era arrivato a chiedersi, nel 2003, se fosse possibile pensare una democrazia che non fosse liberale. Il problema, come vedremo, ha in realtà radici storiche e filosofiche lontane, tanto che si potrebbe pensare che la tesi della democrazia illiberale di Zakaria non scopra proprio nulla di nuovo, perché l’idea che esista una democrazia illiberale o antiliberale è, come si è detto, un tema trattato con modalità e gradazioni diverse già nel periodo delle rivoluzioni democratiche settecentesche e poi in buona parte del Novecento.
Tuttavia, in un clima culturale come quello americano dove il dibattito pubblico sulla democrazia va spesso avanti a forza di tesi forti e dal voluto carattere provocatorio (si pensi all’eco suscitata dalla tesi di Francis Fukuyama sulla fine della storia), le reazioni all’idea del giornalista americano di una democrazia antiliberale e dispotica si sono moltiplicate in pochissimo tempo. È importante sottolineare il contesto specifico in cui Zakaria parla di democrazie illiberali, quello, cioè, di un mondo che da pochi anni aveva superato la contrapposizione in blocchi dell’epoca della guerra fredda, la caduta del muro di Berlino e quella dell’Urss, avvenute entrambe pochi anni prima, e in cui, anche se solo per un momento, si era ritenuto possibile che l’idea di Fukuyama di una fine della storia in cui le democrazie avevano finalmente trionfato a scapito di tutti gli altri regimi avesse effettivamente una presa concreta sul reale. Così non è stato.
Lungi dal profetizzare il corso della storia della democrazia, è ormai chiaro che la tesi di Fukuyama, in parte sconfessata poi dallo stesso autore, si è trasformata nel suo opposto, e cioè in uno scenario internazionale in cui diventa sempre più chiaro che la contrapposizione tra regimi democratici e autoritari ha ormai assunto un peso geopolitico fondamentale. L’idea di Zakaria ha tuttavia mostrato una certa lungimiranza, soprattutto se confrontata con i rivolgimenti politici e internazionali successivi al suo molto discusso articolo. Se negli anni dopo l’articolo di “Foreign Policy”, diventato poi un libro, essa è entrata a far parte dell’insieme di concetti e categorie utilizzati dai politologi per dare senso alla realtà in continua evoluzione con cui essi hanno a che fare, arrivando a essere applicata per studiare paesi e regimi così diversi tra loro come il Kazakistan, Hong Kong, Singapore, la Bielorussia, oggi essa è diventata moneta corrente nel dibattito pubblico, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.
